Aglianico del Taburno 2000 doc

Letture: 52

FONTANAVECCHIA

Uva: aglianico
Fascia di prezzo: da 5 a 10 euro
Fermentazione e maturazione; acciaio e legno

Evviva, evviva: con questa bottiglia ho rivissuto un vino base a me molto caro, l’Aglianico della Cantina del Taburno, a lungo vino quotidiano per tutti gli anni ’90 dalla incredibile longevità, oltre ogni aspettativa. Il motivo è semplice, la mano è quella di Angelo Pizzi, interprete classico di un’uva ricca e straordinaria, che non ha sicuramente bisogno della rotondità del merlot il cui unico effetto è quello di banalizzare, nerodavolizzare, il nobile vitigno del Sud. La risposta a questa obiezione dei produttori è che piace e funziona, se ne accorgeranno quando, già succede, dovranno fare i conti con i rossi piallati siciliani e poi quelli truciolati dell’Australia a uno o due euro a bottiglia: la corsa al ribasso e all’omologazione non ha mai fatto bene ai prodotti dell’agricoltura italiana perché c’è sempre qualcuno che fa meglio e a costo inferiore in qualche parte del mondo. Meglio tenere la barra dritta sulla tipicità con prezzi contenuti come fa il nostro caro amico Libero Rillo. Facciamo il caso di questo Aglianico conservato alla buona nella mia casa di città, cioé senza accorgimenti, dunque anche a temperature di 40 gradi, dal processo di lavorazione semplice perché dopo la fermentazione in acciaio è stato sei mesi in botti di rovere e poi un anno in bottiglia. Presentato a tavola addirittura dopo Le Macchiole 1999 e il Siepi 1999 ha fatto la sua gran bella figura abbinato al capretto passato al forno con i carciofi. In verità abbiamo avuto un dubbio quando abbiamo annusato il tappo, sicuramente un ulteriore attesa gli sarebbe stata fatale, ma il vino si è presentato integro, e che integrità: rosso rubino cupo, naso intenso tabaccoso e cioccolatoso, appunto come il mio vecchio Aglianico della Cantina,  in bocca tanta mineralità, freschezza, abbastanza morbido, lungo, intenso, persistente. Tutto questo da una bottiglia costata non più di quattromila lire. Certo, il bicchiere è ruspante, ha una sua rusticità aggressiva sia al naso che in bocca, ma proprio per questo è molto vero e si abbina ai piatti del territorio come niente altro, solo la semplicità poteva alternarsi a vini progettati alla complessità come Le Macchiole e soprattutto il Siepi. Talmente vero che ha confermato ancora una volta la straordinaria longevità dell’Aglianico, la sua capacità di sfidare il tempo oltre ogni immaginazione e contro tutte le previsioni. Penso proprio che l’Aglianico del Taburno, come quello del Vulture, debba a tutti i costi accedere alla docg per poter uscire dall’anonimato in cui è ancora costretto. Purtroppo, la differenza tra la Campania e la Toscana è tutta nella incapacità/capacità dei produttori di fare lobby, qui la politica consente ad incompetenti e incapaci di farsi largo in settori che non gli appartengono mentre i sindaci, invece di curare la terra, pensano al cemento e favoriscono l’abusivismo che deturpa il territorio. Il miracolo del vino campano, e meridionale, è anche questo: l’essersi riuscito ad affermare nonostante un ceto politico nella sua media miserevole, nauseante.

Sede a Torrecuso, via Fontanavecchia. Tel e fax 0824.876275. www.fontanavecchia.info. Enologo: Angelo Pizzi. Ettari: 9 di proprietà. Bottiglie prodotte: 120.000. Vitigni: aglianico, falanghina.