Aglianico del Vulture doc 1990 e 1988 Paternoster: due grandi vini che sfidano il tempo

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Aglianico del Vulture Paternoster

di Enzo Pietrantonio

L’azienda agricola Paternoster è una di quelle realtà storiche che non ha bisogno di lunghe ed articolate presentazioni. Appresa la nobile arte di vignaiolo dal padre, nel 1925, Nonno Anselmo, in quel di Barile, decide di “chiudere la filiera” e di vendere le prime bottiglie di Aglianico fino a quel momento destinate all’autoconsumo.

Da allora fino ad oggi quest’azienda, giunta alla terza generazione, raccoglie successi e continua a lavorare con il solo intento di far conoscere al mondo intero lo splendido territorio che è il Vulture ed il suo vitigno principe: l’Aglianico.

Da pochi anni i Paternoster hanno costruito una moderna cantina appena fuori paese –  in contrada Valle del Titolo, all’interno del podere “Villa Rotondo” –  ed hanno convertito al biologico i loro 20 ettari di vigneto dislocati nelle zone più vocate di Barile. Le etichette di Aglianico che producono sono ben 5 tra cui spicca il cru “Don Anselmo”, dedicato al nonno e prodotto solo nelle migliori annate.

Oggi però voglio parlarvi di un’etichetta non più in produzione, l’Aglianico base, che ho avuto il piacere di scovare nella bella cantina della Trattoria La Locandiera a Bernalda, tappa prescelta al rientro da un convegno in Calabria organizzato da Radici Wines.

Pochissime, pressoché nulle, sono state le iniziali esitazioni quando, sfogliando la carta vini, abbiamo notato la presenza di questo Aglianico del Vulture nelle due annate 1990 e 1988. Le abbiamo scelte entrambe e dopo un ottimo Eleano 2003 (nell’attesa che le due si risvegliassero a bottiglia aperta) le abbiamo consegnate ai nostri bicchieri e alle nostre ansiose papille qualche attimo dopo!

1990
Il colore è ovviamente aranciato tendente al granato ma vivo e di buona intensità.  Il frutto è ancora straordinariamente presente con un percettibile sentore di ciliegia sotto spirito che lascia gradualmente spazio a  piacevolissime note  terziarie. Frutta secca, tabacco, spezie, sentori tostati delineano un bouquet  ampio ed affascinante. Dal naso passo alla bocca e rimango subito colpito dalla piacevolezza e dal perfetto equilibrio del vino. Il tempo ha egregiamente levigato lo spigoloso tannino del “giovin aglianico” donandogli morbidezza e setosità.  Percettibili, più che nell’altro millesimo, le note ossidate che gli conferiscono grande morbidezza rendendolo pacato e mansueto seppur vivo e ruspante grazie ad una buona acidità pronta a ribadire che questo vino c’è ed è vivo! Notevole la persistenza aromatica.  Allungo finale degno di un grande Aglianico: austero, profondo, sicuro.

1988
Anche qui il rosso rubino della gioventù ha virato verso i toni più maturi dell’aranciato. Ho subito scorto però grandi vivacità e lucentezza nel colore che mi hanno fatto ben presagire.  Ho infilato il naso nel bicchiere, dopo averlo fatto delicatamente roteare un po’, ho inspirato ed ho goduto…  I minuti trascorsi dall’apertura della bottiglia alla degustazione avevano dato a questo “ gigante addormentato” il giusto tempo di risvegliarsi e di mostrarsi al meglio con aromi piacevoli, nitidi ed eleganti: amarena sotto spirito, cioccolato, pepe nero, note balsamiche,  delineano, di fatto, un corredo olfattivo decisamente intenso e complesso.

L’ingresso in bocca ha confermato alla grande le mie aspettative. Avvolgente, composto e di grande appeal. Con tannini maturi, suadenti e supportati da un tenore acido a dir poco impressionante, vera nota di distinguo rispetto alla 90.  Un mix perfetto di vita ed evoluzione degno di un vero fuoriclasse ancora perfettamente godibile nonostante la sua età. Il finale è lungo, interminabile e la beva è pronta ed immediata. E’ il classico vino da bere a secchi!

Nulla da aggiungere! E’ stata una vera fortuna scovare queste due “bocce” e averle catalogate nell’archivio storico del mio fegato come due grandi bottiglie. Due grandi vini che parlano di Sud e di quella terra difficile ma generosa che è il Vulture. Una terra non immediata né di primo amore ma che necessita di giusti tempi per svelarsi, concedersi e farsi amare senza alcun  compromesso.

Proprio come questi due vini che il tempo (e le perfette condizioni di conservazione) ha saputo mantenere e migliorare regalandomi gioia e piacere assoluto e ricordandomi che l’Aglianico del Vulture è uno dei più grandi vini-vitigno del nostro ricco patrimonio ampelografico, che ama i lunghi invecchiamenti ed è capace di dare immense soddisfazioni. Anche dopo 24 anni.

Sede a Barile, contrada Valle del Titolo
Tel. 0972.770224, fax 0972.770658
www.paternostervini.it
Bottiglie prodotte: 150.000
Ettari: 10 di proprietà e 10 in affitto
Vitigni: aglianico, fiano

6 commenti

  • Nicola Campanile

    (18 ottobre 2012 - 09:15)

    Bello Enzo Complimenti!
    Chiaro, facile e soprattutto per tutti…
    D’accordissimo su tutto ovviamente… ma ancora di più sul Tempo e su come descrivi quel territorio.

  • enzo pietrantonio

    (18 ottobre 2012 - 09:49)

    Grazie Nicola, troppo gentile…

  • giuseppebarretta

    (18 ottobre 2012 - 11:51)

    Bei vini a cui il tempo ha aggiunto e non levato.
    Bella ed onesta descrizione.

  • Roberto Colella

    (18 ottobre 2012 - 15:44)

    Complimenti Enzo, il tuo articolo trasuda grande soddisfazione…e fa venire grande voglia di degustare.
    Mi ha lasciato un po’ perplesso solo l’indicazione “mansueto….e ruspante”, apparentemente contraddittoria, ma ammetto di avere un vocabolario scarno e scarsa esperienza di degustazione. L'”archivio storico del mio fegato” mi ha fatto sorridere un po’ amaramente, ma questo ha a che fare con il mio colesterolo e i miei trigliceridi…
    Attendiamo la prossima descrizione.

  • enzo pietrantonio

    (19 ottobre 2012 - 11:10)

    Caro roberto, il vino in questione presentava tratti distintivi di un vino maturo pur mantenendo, al contempo, tutte le caratteristiche di freschezza e giovinezza.
    Nella valutazione di un vino maturo – così dice il manuale Ais- si può accettare una leggera predominanza delle morbidezze sulle durezze, perchè l’acidità si è in parte attenuata mentre i tannini evolvendosi perdono quella spigolosità della giovinezza.
    Questo vino era, per l’appunto, “levigato” dal tempo ma con ancora acidità da vendere. Ecco percè l’ho definito mansueto e ruspante!
    Spero di essere stato più chiaro.
    Grazie per il tuo commento.
    Enzo.

  • Roberto Colella

    (19 ottobre 2012 - 11:29)

    Grazie a te, Enzo, sei stato chiarissimo.

    Roberto

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