Qui I Barbari parte prima: la mutazione
di Fabrizio Scarpato
Dal futuro: i nuovi barbari
“Ci crediate o no, questo articolo l’ho scritto nel 2026, cioè fra sedici anni. Diciamo che mi sono portato avanti col lavoro. Prendetela così.” Non è più sufficiente guardare dall’alto, meglio proiettarsi nel futuro. In fondo è la stessa cosa. La mutazione è giunta a compimento: l’ultimo baluardo della vecchia civiltà a cadere fragorosamente è stata la profondità. Forse qualcuno la ricorda, quando verso la fine del secolo scorso, ci ostinavamo a considerarla la culla del senso. Le cose erano alberi, se ne sondavano le radici: con fatica, con pazienza, ostinatamente. Il senso delle cose era nella profondità: persino i sentimenti dovevano esser profondi, e così la bellezza, i libri, i gesti, i traumi, persino gli sguardi.
Il senso ultimo e profondo delle cose: un’illusione ottica, una scioccante constatazione che spazzava via l’infantile traduzione in termini spaziali e morali di un desiderio legittimo, collocare ciò che abbiamo di più prezioso in un luogo stabile, al riparo da tutto.
L’orda barbarica ridisponeva le cose del mondo nell’unica dimensione di cui era capace, sui cui correre veloci collegando frammenti di mondo: il campo aperto della superficie, la superficialità. Lo scenario sulle prime fu apocalittico, ma tra mille diffidenze e incertezze, il senso finì con lo spostarsi sulla superficie: non spariva, si spostava. Ed è già una bella constatazione, a questo punto: quei tipi, noi, inseguivano, sognavano qualcosa, qualcosa anche di alto e nobile. Non è stato facile: lo smascheramento della profondità portava con sè il rischio di affermazione dell’insignificante, il rischio di recrudescenza dell’arroganza, della simulazione, persino, come è successo, del disinteresse per il futuro. Imbarbarimento e sdoganamento della pura stupidità, quasi un prezzo da pagare al cambiamento: ancora oggi tocca constatare che collegare automaticamente superficie e insignificanza è diventato un riflesso meccanico che tradisce un certo rincoglionimento. Questo non è un paese per vecchi.
Oggi, negli anni ventiventi, scegliamo sempre la velocità a scapito dell’approfondimento, ma abbiamo maturato una tecnica di percezione del reale che cerca la simultaneità degli stimoli, la loro sovrapposizione: esperienze, che pur nella loro fragilità ci consentono di costruire figure di una certa potenza che usiamo per capire il mondo. In ciò che riteniamo bello, ascoltandolo o guardandolo, riconosciamo sempre più la capacità di comunicare emozioni semplicemente illuminandole, velocemente, senza necessità di riportarle alla luce. Tutto è qui e ora. Viaggiamo fermandoci poco, ascoltiamo frammenti, mai tutto, continuiamo a scrivere nei telefoni, non ci sposiamo per sempre, ascoltiamo reading in rete invece di leggere libri, partecipiamo a festival filosofici, e tutto questo ci deve sembrare un buon modo di vivere se con urgenza e passione ci preoccupiamo della salvaguardia dell’ambiente, di conservare la pace, di allungare la vita, di tutelare i più deboli, di coltivare una certa idea di bellezza e difendere il lardo di Colonnata.
Soprattutto abbiamo imparato e preservare i monumenti e a conservare la memoria. Memoria: alla fine la mutazione ha generato comportamenti sulle prime insperati, frutto del talento e della velocità delle nostre scelte e delle nostre intelligenze. Oggi sappiamo che è sopravvissuta la promessa di senso che in qualche modo il mito della profondità aveva tramandato. Vino 2 E il vino? Baricco non ci dà conto del vino nel 2026. Guardiamo il mondo dell’anno ventidieci (cit.) e ci accorgiamo che in un piccolo villaggo chiamato Cirò, nuove tribù cercano ancora di riprodurre un modello noto, l’ennesimo e tardivo passo laterale, un esausto cambio di direzione. Negli anni la centrifuga, le pale dell’elica hanno cominciato a sparare verso l’esterno nuove parole d’ordine come autoctono, biologico, biodinamico, naturale, terroir: una transumanza del senso verso le regioni periferiche del sistema, lontane dal centro fondativo. Il senso nomade che si sostituisce al senso stanziale.
Barbari, quindi, anche se con qualche nota di nostalgia. Sarà per questo che su qualche spiaggia del tempo, qualcuno ha raccolto relitti, zattere salvate al naufragio delle devastazioni: qualcuno ha saputo farne uso, ha saputo velocemente dare senso a gesti, sapere, abitudini, piaceri che venivano dal passato. Nostalgia? Briciole di memoria?Umanesimo enoico? I barbari non sanno guardarsi indietro: si spostano altrove. Hanno usato i relitti come zeppa, come intoppo per rallentare il giro vorticoso dell’elica, per decelerare la centrifuga. Volevano vedere cosa c’era al centro, volevano guardare dentro al motore. Volevano capire il vino, senza tutto ciò che girava intorno. Difficile a quella velocità, ma non impossibile, soprattutto se il senso periferico si stava cristallizzando in una sacralità ascetica ed elitaria. Stava nel loro codice genetico scartare di lato marcando una nuova differenza. Volevano conoscere, guardare e bere il vino: vino nel bicchiere, quanto ha da dire, da raccontare, di storie, di uomini, di terre. Nessuno voleva fermare l’elica, ma qualcuno aveva capito che c’era senso anche nel vino, al di là delle etichette e dei nomi, delle biodinamiche e dei terroir, dei biologi e degli enologi, dei parkerismi e dei voti, delle mode e degli stili.
Mettere in salvo nella mutazione, dicevamo. Potevano leggere di vino con un’app sull’ iPad, potevano bere poco e in modo frammentario, preoccupandosi contemporaneamente di salvare il pianeta e tutelare la tigre del Bengala, ma solo nel bicchiere sentivano raccontare una storia: quella era una promessa di senso, uno scarto di traiettoria che connetteva il passato non col presente, ma con il futuro.
Epigrafi
Tranquilli, anch’io ho le branchie, ma cerco di ricordare, o meglio, non voglio dimenticare. Le epigrafi sono un modo per cristallizzare il senso: di solito si scrivono all’inizio, io sono barbaro e le metto alla fine. Le metto alla fine perché descrivono una scossa, una febbre, un’ansia: poter essere barbari senza imbarbarire. Anche se può sembrare faticoso, è urgenza di capire, ma anche di partecipare: esser parte della mutazione, esercitare il cuore alla promessa, oggi nel duemiladieci, sembra un buon modo per essere migliori.
Baricco cita il libro Non è un paese per vecchi: il vecchio sceriffo Bell incontra sulla sua strada un killer spietato, incomprensibilmente spietato ( Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l’anima?). Un barbaro. Ora lo sceriffo è proprio senza speranza, non vede più un barlume di umanità lungo il confine, nessuna via d’uscita: alla fine del romanzo vede un abbeveratoio, e si ferma. Lo guarda: una cosa lunga un paio di metri, larga mezzo, profonda altrettanto, i segni dello scalpello nella pietra. Nella sua disperata stanchezza, lo sceriffo si domanda cosa poteva aver spinto un uomo a scolpire un abbeveratoio che poteva durare diecimila anni. In cosa bisogna credere per fare una cosa del genere?
“Penso a quel tizio seduto lì con la mazza e lo scalpello, magari un paio d’ore dopo cena, non so. E devo dire che l’unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. E’ la cosa che mi piacerebbe più di tutte.” ( Cormac McCarthy – No Country for Old Men)
Druu camminava in attesa del Verdetto del Conclave d’Olfazione che avrebbe selezionato il migliore tra i vini prodotti nelle vigne. Era sicuro di aver fatto un ottimo lavoro, seppur seguendo una strada originale e mai tentata prima. Sapeva che la sua ampolla conteneva qualcosa di straordinario, ma era anche consapevole di aver osato moltissimo per raggiungere quel risultato. Aveva infranto molte consuetudini, ed ora attendeva il Verdetto con l’ansia che si faceva gomitoli nel petto.Il Conclave degli Arcani si pronunciò per voce del decano Braunschweig, colui che aveva memoria di oltre mille descrittori e aromi.
“E infine Druu dell’Undicesima Torre. In più di cento Selezioni non ho mai trovato un’ampolla così… particolare. Gli Arcani hanno discusso a lungo, perchè non è stato possibile redigere una lista comune di descrittori codificati, né conteggiarli. Se dovessimo indicare un numero di descrittori per questo vino, dovremmo dire: infiniti”. L’arena rumoreggiò: quando il fermento s’acquetò l’Arcano proseguì. “Per questo gli Arcani hanno scelto l’ampolla di Druu in questo Conclave. Ma prima del Verdetto, a nome di tutti gli Arcani devo porre una domanda all’Aspirante Druu dell’Undicesima Torre”. Il silenzio si fece nero e profondo, mentre Druu si alzava in piedi ed esalava un flebile assenso. “Druu, dell’Undicesima Torre. Dimmi, cosa hai messo nel tuo vino…?” Druu annaspò respiri faticosi nell’aria infeltrita, poi guardò dritto l’Arcano sul suo scranno e disse a voce chiara, “Uva, Arcano. Solamente uva.” (Stefano Caffarri – In cui si scava nel futuro d’un grappolo d’uva – Appunti digòla)
“ Ma come sempre è successo, ostinata e talentuosa è stata anche la cultura della promessa, capace di estorcere al disinteresse dei più, la deviazione della speranza, della fiducia, dell’ambizione. Non credo sia stolto ottimismo registrare il fatto che oggi, nel 2026, una cultura del genere esiste. Da questi barbari stiamo ricevendo un’impaginazione del mondo adatta agli occhi che abbiamo, un design mentale adatto ai nostri cervelli, e un plot della speranza all’altezza dei nostri cuori. Si muovono a stormi, guidati da un rivoluzionario istinto a creazioni collettive e sovrapersonali, e per questo mi ricordano la moltitudine senza nome dei copisti medievali: in quel loro modo strano, stanno copiando la grande biblioteca nella lingua che è nostra. E’ un lavoro delicato e destinato a collezionare errori. Ma è l’unico modo che conosciamo per consegnare in eredità, a chi verrà, non solo il passato, ma anche il futuro.” (Alessandro Baricco – 2026 La vittoria dei barbari – R2 La Repubblica/ Wired Magazine 09.10)
Alessandro Baricco – I barbari – La Biblioteca di Repubblica/Fandango libri (2006)
Alessandro Baricco – 2026 La vittoria dei barbari – La Repubblica (2010)
Alessandro Baricco – I barbari – Wired Magazine 09.10
Eugenio Scalfari – La lingua ignota dei barbari – La Repubblica (2010)


















