Amici di bevute da Paternoster

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di Angelo Di Costanzo

Una giornata particolare. Questa la sintesi di questo magnifico giorno, ma tante emozioni valgono la pena di essere raccontate tutte per lasciare spazio anche all’immaginario di chi legge per convincerli che il sud rimane una risorsa straordinaria da non sottovalutare, mai.
Martedì 22 Aprile la carovana di AMICI DI BEVUTE si è recata in visita presso l’azienda vitivinicola Paternoster di Barile, nel Vulture, terra austera ma magnificamente generosa con chi ha saputo coglierne l’essenza della sua anima più profonda.
Il Viaggio è iniziato di prima mattina quando ancora su Napoli aleggiavano gli ultimi strascichi del temporale che durante la notte ha impervesanto su tutta la provincia, certamente non un buon auspicio per una gita fuori porta, ma chi ama sà bene cosa significa soffrire per le proprie passioni, quindi aggregato il gruppo strada facendo da Pozzuoli al casello di Pomigliano d’Arco ci siamo diretti verso la meta ambìta.
Il cielo nel frattempo ritrovava la sua clemenza iniziando a mostrare i suoi nuvoloni meno incombenti e di un bianco candido davvero affascinante, ampi e suadenti i primi fasci di sole che cangianti permeano tra essi accarezzando illuminandolo un paesaggio fantastico che da Grottaminarda si leva sino a Candela, tra vigne di aglianico appena fiorite e colline verdeggianti piantate a grano: da sfondo le stazioni eoliche a conferma di un futuro sviluppo energetico possibile ma troppo poco celebrato;
Altro che cieli d’Irlanda, siamo alle porte del Vulture incantato, che partorisce il benedetto frutto di una fortunata eterna fecondazione, l’aglianico, specchio, metafora del territorio da cui sgorga, che disegna i confini di una regione generosa e segreta, incastonata tra due mari, solcata da cinque fiumi, segnata da frontiere di verde e da una memoria profonda e sofferta.
Arriviamo a Barile con un sole alto e splendente e prima di tutto ci rechiamo subito in azienda dove Sergio e Vito Paternoster ci accolgono con estrema cordialità e simpatia. Oggi il nostro anfitrione sarà Vito, gentilezza unica e disponibilità vera. Ci accompagna subito nell’ampio terrazzo della nuovissima cantina inaugurata da poco più di un anno; da qui si ha una vista mozzafiato di un bel pezzo del cuore del Vulture, “la scelta è caduta qui non per caso” ci racconta entusiasta, “qui nella Valle del Titolo abbiamo una conformazione del terreno straordinaria, una vocazione unica, e noi ne conserviamo la sua piena conoscenza; possiamo contare su di una altitudine (circa 450mt, ndr) interessante con forti escursioni termiche e finalmente su di una cantina dove poter operare su livelli diversi in ampi spazi e con tecnologie innovative, una strutturata ideata seguendo paramentri dei più moderni che ci consente per esempio di fare decantazioni e travasi dei vini senza l’utilizzo di pompe, quindi evitando stress inutili al vino, riusciamo a garantire una vinificazione quasi immediata delle migliori uve che raccogliamo proprio nelle vigne del circondario”. A due passi infatti c’è il vigneto Rotondo, dove nasce l’Aglianico del Vulture forse più amato dei Paternoster, capace spesso di sorprendere più dell’austero Don Anselmo. Sentendo parlare Vito durante tutta la mattinata ho carpito un significato davvero speciale dalle sue parole che non trova facili riscontri durante le mie incursioni nelle aziende con una certa storia; Non ha mai sottolineato idealisticamente l’antica tradizione di famiglia, o meglio non l’ha mai enfatizzata, non ha mai contrapposto la loro storia a quella degli altri (molto spesso meri imprenditori, ndr) non ha mai proposto argomenti di rivendicazione di quel primato, di quella primogenitura che i Paternoster potrebbero sicuramente avere riconosciuti a mani basse, insomma l’essere stati per tantissimi anni tra gli unici ambasciatori del vino del Vulture nel mondo non li rende per niente autoreverenziali, anzi più lo ascolti più ti rendi conto che il loro pensiero, il loro progetto viene proposto con una precisa idea di sviluppo futuro del territorio in una prospettiva assolutamente aperta alle altre realtà, di condivisione, uno spirito di aggregazione necessario, che diviene sempre meno facile da attuare a causa dell’aumento esponenziale di produttori che anche qui iniziano ad essere tanti, forse troppi, elemento di non secondaria importanza nelle problematiche burocratiche che sta incontrando il percorso verso la docg per l’Aglianico del Vulture (prestigioso riconoscimento per un rosso del sud a tutt’oggi appannaggio solo del Taurasi e del Cerasuolo di Vittoria, ndr).
Approfittando del sole ormai costantemente alto sopra le nostre teste raggiungiamo il centro storico di Barile, una città dalle radici antiche che sorge ad 1 km da Rionero in Vulture, su due colline tufacee separate da un burrone, attraversata da un ponte detto “del Diavolo” sul fianco Est del monte Vulture. La storia del “Casale di Barile” s’intreccia a più riprese con la Napoli dei D’Angiò prima e del Vicerè Don Pedro de Toledo poi che dal 1447 al 1558 favorirono decisamente l’insediamento in queste terre dei numerosi rifugiati Greci ed Albanesi in fuga dai Turchi invasori e dalle pestilenze varie in atto nelle loro terre. Proprio in questi anni la cultura rurale della zona dedita soprattutto alla pastorizia vira verso l’agricoltura, prima di dedicarsi quasi completamente alla coltivazione di uva da tavola e da vino. Le mille cantine scavate nella roccia tufacea sono una impressionante testimonianza della vocazione di questo luogo, e proprio qui alle porte della città ritroviano anche le vecchie cantine di Anselmo Pateroster, l’iniziatore di questa magnifica avventura che oggi rappresenta una realtà inscindibile dalle proprie radici. “Abbiamo in progetto di restaurare completamente questo luogo, rappresnta la memoria della nostra famiglia” ci dice Vito, e di memoria qui c’è n’è da vendere: le grotte scavate a mano nella roccia, le vasche di cemento dove un tempo fermentavano i vini, altre vasche disposte su tre livelli da dove si tirava fuori il lambiccato di aglianico, le vecchie bottiglie di Don Anselmo stipate nella roccia umida, e poi colori, odori e sensazioni di non poco conto diffcili da riscontrare nella nuova tenuta appena visitata.
Chiudiamo questo viaggio con una degustazione di alcuni interessanti vini come una buonissima Falanghina metodo charmat Sensi, vivace, ruffiana, davvero gradevole e serbevole, come probabilemnte è nella vocazione di questo vitigno spumantizzato. Il Synthesi Aglianico del Vulture è un blend monovarietale di aglianico proveniente dalle vigne dislocate quà e là nei diversi comuni del Vulture, un rosso assai gradevole nel colore e nei profumi molto freschi ed invitanti, di sapore asciutto, avvolgente, poco tannico e di sicuro appeal per chi ama vini di corpo ma serbevoli. L’Aglianico del Vulture Don Anselmo è sempre sugli scudi, un rosso straordinariamente territoriale ma questo 2004 bisogna saperlo aspettare, nessuna fretta, tra qualche anno manifesterà tutta la sua opulenza. Ci congediamo dai Paternoster con un brindisi con un gradevole e sorprendente Moscato, il Clivus 2007 prodotto dalle vigne del comune di Maschìto, un’altro avamposto d’eccellenza per questa terra meravigliosa che da oggi impariamo ad apprezzare ed amare sicuramente di più. La Locanda del Palazzo ci aspetta per il pranzo, ma questa è un’altra storia che merita di essere raccontata tutta!