Apicella, i tre volti di Tramonti

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3 aprile 2003

Le Sirene sulle rocce bagnate dal mare, gli Elfi nascosti nei boschi di castagni dove i contadini coltivano l’orto e le vigne in piccoli appezzamenti. Ancora sino alla fine degli anni ’70 i grossisti arrivavano da Gragnano, dall’Agro e persino da Napoli per comprare vino sfuso, le donne delle tredici frazioni di Tramonti salivano faticosamente, la cesta sul capo, sino al valico di Chiunzi dove avveniva la tratta. L’idea di etichettare venne a Giuseppe, emigrante a Biella come tanti suoi compaesani, quando decise di imitare i contadini piemontesi che mettendo il vino in bottiglia riuscivano a realizzare guadagni di gran lunga migliori.
Torna a casa e fa il grande passo nel 1979, appena tremila bottiglie tutte vendute immediatamente nelle decine di pizzerie aperte nel Nord con successo. Oggi lo sfuso è destinato esclusivamente a pochi vecchi clienti della famiglia Apicella, da quattro generazioni al lavoro sui suoi cinque ettari dove resistono ancora vigneti di aglianico tintore a piedefranco perché più forti della fillossera. Ed è proprio questa caratteristica, rarissima in Europa, a regalare forte tipicità e carattere ai bicchieri di Apicella (Via Castello Santa Maria. Tel. 089.856209).
Acciaio e legno, allora, per il Tramonti rosso da spendere sui totani imbottiti, il piatto nazionale della Costiera Amalfitana: il blend è quello di sempre, aglianico e peidirosso, la fascia di prezzo oscilla tra i cinque e i dieci euro al consumo. Lo stesso del bianco, da uve falanghina e biancolella che si sposa benissimo ai latticini dei caseifici della zona e, più in generale, a tutti i piatti di verdure. Il rosato è fuori moda, ma Giuseppe Apicella continua a produrlo aggiungendo ai due vitigni a bacca rossa anche lo sciascinoso.
Ecco allora i tre volti del Tramonti, sottozona con Ravello e Furore della doc Costa d’Amalfi, espressione sicura della vocazione agricola del territorio e per questo sinora trascurata perché politici e amministratori sembrano non aver ancora compreso bene che proprio i contadini sono le sentinelle dell’ambiente e dunque di quel turismo di medio e alto livello di cui si fa gran vanto da queste parti.