New York Times | Arte, cibo, vita e morte: sedotti da Napoli

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Il Vesuvio, simbolo di Napoli nel mondo, visto dal mare – foto di Novella Talamo

Come lettura  vi proponiamo questo bellissimo reportage pubblicato nella sezione Travel del New York Times

di Rachel Donadio

Non ci vuole molto per capire Napoli.

Una volta che ci si fa strada attraverso il traffico indisciplinato, i clacson strombazzanti e la gente del posto che grida in dialetto stretto nei vicoli con il bucato steso ad asciugare, audaci giarrettiere in nero nelle vetrine dei negozi, altari con Madonne illuminate da neon blu e fiori di plastica nelle mura dei palazzi, chiese decorate con teschi scolpiti, donne strette nelle magliette e tacchi a spillo, immigrati che vendono borse false, teenager senza casco su motorino che vanno nel verso opposto a quello consentito in strade a senso unico e ovunque il profumo di caffè forte, zeppole fritte, vongole fresche e la brezza del mare – è immediatamente chiaro che due sono le forze principali che guidano il magnifico caos di questa città: la vita e la morte.

Forse la posizione, sull’ampio golfo che guarda al perfetto set da film di Capri e la sua cugina più povera, Ischia, e il più vulcano attivo più celebrato al mondo alle spalle della città, il Vesuvio, inevitabile memento mori. O forse è la storia della colonizzazione – prima ad opera dei Greci, poi dei Romani, Normanni e dopo di loro degli Spagnoli, e più tardi perfino degli italiani e la duratura presenza della criminalità organizzata. Ma questa è una città che ha visto tutto, è sopravvissuta alla maggior parte di questo e, se si ha la pazienza di esplorarla, avvince e non lascia andar via.

Il suo fascino può essere potente. Più dell’elegante, sobria Firenze o dell’esibizionista Roma, con la sua perfetta bellezza in rovina e persino più della spirituale Venezia, direi che è una delle città più romantiche al mondo.

Ho visto per la prima volta Napoli anni fa quando lavoravo come babysitter a Roma. Era inverno. Il famoso mercato natalizio della città era in pieno movimento, come ora. Camminavo con un gruppo di studiosi e archeologi. Ci portarono a visitare tutte le chiese e ci avvertirono di tener stretta la borsa (sempre un buon consiglio, a Napoli la criminalità in strada è veloce ed è un fatto reale). Dal momento che vivevo ancora a Roma ritornai l’estate successiva e soggiornai nel quartiere borghese del Vomero, una volta un punto in cui si fermavano per il Grand Tour. “Vedi Napoli e poi muori” era il motto all’epoca, sebbene Daisy Miller di Henry James si fosse fermato a Roma. Nella stanza di albergo, una finestra aveva un’ampissima vista sul golfo sotto, con le navi che scivolavano nel porto sotto il sole estivo, e l’altra che si affacciava sulla grande collina sopra. Affascinata dal seducente connubio della città fatto di chiusure e possibilità, giurai che sarei ritornata a Napoli ancora e ancora. E così ho fatto.

Negli anni ho vissuto a Roma sebbene sarei voluta scappare da questa città, con la sua opprimente indolenza e una perenne abilità di sedurre ma mai di sorprendere, così sono andata a Napoli che mi dà una scossa di adrenalina e per lo più è a solo un’ora a sud col treno.

A volte parto da Café Mexico a Piazza Dante per un perfetto espresso o un caffè shekerato, un mix di caffè, ghiaccio e zucchero shekerato in una crema densa e riempito di così tanta caffeine e zucchero che fa tremare dietro alla testa. Distendo i nervi curiosando tra i libri di seconda mano che punteggiano il percorso che porta a Piazza Bellini, così chiamata per il maestro di musica napoletana Romantica, nel cuore della parte antica della città, Spaccanapoli, dalla parola “spaccare”. Prende il nome da quello che oggi è Via dei Tribunali, che al centro divide in due la parte antica della città fondata dai Greci.

Oggi la zona è un posto affollato, composto da strade sporche e strette, chiese, pizzerie e negozi che vendono le famose statuette del presepe. C’è una quantità innumerevole di Sacre Famiglie ma anche piccoli artigiani della creta e panettieri che mettono il pane in forno e i pescivendoli con i loro piccoli pesci argentati come anche statuine di campioni di calcio e politici, in alcuni casi avvolti dalle fiamme rosse dell’inferno.

Nel cuore di Spaccanapoli c’è una delle grandi meraviglie di Napoli: le “Sette Opere della Misericordia” di Caravaggio, sicuramente uno dei dipinti più strani e mozzafiato di tutta la storia dell’arte, una misteriosa tavola in chiaroscuro che unisce un uomo vecchio che succhia al seno di una donna, un paio di piedi senza corpo, uomini con l’armatura che combattono nella semi oscurità e in alto sopra di loro una madre e bambino e due angeli, ragazzi napoletani, che si stringono in uno strano e tenero abbraccio.

L’impenetrabile dipinto è nascosto nella piccolissima Chiesa di Pio Monte delle Misericordie, dentro a un palazzo così modesto e coperto dallo smog che un inconsapevole visitatore potrebbe passarci vicino senza accorgersene. D’altro lato, l’altra grande opera di Caravaggio della città, “La Flagellazione”, al Museo di Capodimonte, è collocata alla fine di una lungo corridoio di gallerie. Raffigura proprio il momento prima che i torturatori di Gesù sferrano i colpi fatali.  Ogni volta che sono stata in visita al museo di Capodimonte, una volta la loggia di caccia dei Borboni dominatori di Napoli e ora uno dei più grandi musei al mondo, era quasi vuoto, un segno che questa città non è del tutto scoperta.

I turisti che vengono, molti di loro si imbarcano per sole poche ore in navi da crociera, tendono ad affollare il Museo Archeologico con le sue ampie sale di sculture antiche ed affreschi pompeiani vividi ancora come il giorno in cui furono dipinti (non sorprendetevi se molte sale sono chiuse, al museo dicono che mancano i fondi per i guardiani).

Qui si può vedere il Gabinetto Segreto a sfondo erotico collezionata dalla famiglia aristocratica Farnese e tenuta nascosta al pubblico per secoli. Ci sono piccoli uomini di bronzo con falli giganti, immagini di coppie, un satiro che si dà piacere. Alcuni pezzi sono stati conservati da un cardinale Borgia ma la maggior parte di questi è stata scoperta a Pompei e nella vicina Ercolano, portando i moralisti cristiani a credere che quelle città furono distrutte dal vulcano e da una colata di fango come punizione divina per i comportamenti lascivi. Molte correnti di pensiero sono emerse da Napoli nel corso dei secoli. Il moralismo non è mai stato fra queste.

Durante un perfetto giorno primaverile qualche anno fa, alcuni miei amici e io prendemmo la funicolare verso l’ex monastero di San Martino, nella parte alta della città. Dal giardino c’è una meravigliosa vista della distesa del golfo –  le case fatiscenti e stipate le une vicino alle altre, le antenne paraboliche, le guglie delle chiese con le piante che spuntano dalle cupole, il porto industriale e, in lontananza, il Vesuvio. Il cortile centrale di San Martino, con il manto erboso leggermente trascurato e gli alberi da frutta, è decorato con teschi. Le mura sono spesse con particolari in marmo, opera di Cosimo Fanzago, il maestro scultore del barocco napoletano e uno dei preferiti di Anthony Blunt, lo storico dell’arte britannico che seguì una seconda, persino più barocca, carriera come spia russa. Il marmo è minuziosamente intarsiato con mele mature, fiori decorati, forme ricurve che ricordano genitali sia maschili che femminili. Persino nel chiostro si trova un altro elemento che rivela la inevitabile essenza di Napoli: l’associazione di sesso e morte.

Quel giorno, passeggiando intorno a San Martino, io e un amico ci imbattemmo in una sala con un dipinto raffigurante un paesaggio del Golfo di Napoli, un luminoso tratto di costa che catturò per prima l’attenzione dei Greci nell’ottavo secolo prima di Cristo. Si stabilirono proprio sulla costa e chiamarono il loro insediamento Cuma da Kymi, il villaggio sull’isola greca di Evia da cui per primi salparono. (Napoli, Neapolis, il nuovo paese, venne dopo). Kymi è anche su una baia che sorge ai piedi di una erta collina. I paesaggi, vecchi e nuovi, si fanno da eco gli uni gli altri. E forse, pensai tra me quel giorno, la storia dell’Occidente inizia con un gruppo di greci che salpano per lidi lontani, alla ricerca di un posto che ricordi loro la propria casa.

Dopo Cuma i greci scesero verso le spiagge di Napoli e chiamarono questo insediamento Parthenope, dopo che la sirena cercò di attirare Odisseo verso le rocce. Persino oggi si può dire che Napoli fu una volta una città greca. E’ la qualità della luce che è più forte e più chiara e si percepisce come più antica ed essenziale qui – e in tutta la Magna Grecia, le regioni del Sud Italia che una volta erano colonie greche – rispetto alla luce di Roma con i suoi rosa tenui o a quella costante e sottile del Nord Italia con le sue infinite sfumature di grigio.

Per secoli Napoli ha dominato su Roma rivendicando le sue origini greche. “Essendo greca e non avendo del tutto un ruolo politico nella regione, Napoli è diventata tutto ciò che Roma non era”, Peter Robb scrive nel “Street Fight in Naples”, il suo libro straordinario del 2011 che riporta in vita  la drammatica storia della città. “I napoletani erano liberi di non essere seri. Liberi di coltivare il loro giardino greco, e non inconsapevoli di quanto profondamente i Romani rimanessero in una situazione di reverenza nei confronti della cultura greca. Essere greci era una sorta di rivendicazione, un potere tutto suo”.

Napoli è anche il regno dello spirito. Nell’Eneide, scritto da un poeta di Mantova che si sentiva quasi a casa a Napoli, osservando il potere politico di Roma da lontano, Enea si ferma a Cuma nel suo viaggio di ritorno dalla guerra di Troia prima di fondare Roma. Qui, la Sibilla Cumana, così meravigliosamente dipinta da Michelangelo sul soffitto della Cappella Sistina, informa Enea su come discendere agli inferi dal vicino lago Averno per andare a visitare suo padre ma lo mette in guardia sul pericolo del viaggio. “O generato dal sangue degli DEI, Troiano figlio di Anchise, facile è la discesa nell’Averno (…) ma ritrarre il passo ed uscire all’aria superna, questo è il problema, qui sta l’impresa”, dice.  Il lago Averno è ancora qui oggi, ora nell’area semi periferica fuori Napoli, circondato dall’avamposto della NATO.

In questi giorni la grotta della Sibilla – dove si ritrova il personaggio di Ingrid Bergman nel “Viaggio in Italia, il film di Roberto Rossellini del 1955 – è un posto sfortunato raggiungibile attraverso strade ingarbugliate, nelle aree tetre che si estendono da Napoli verso il nord e sono la roccaforte della Camorra, la Mafia napoletana. Io e un amico una volta ci andammo in un pomeriggio piovoso. Un gruppo di guardiani con i baffi ci videro passare senza chiederci di pagare. Dentro eravamo gli unici visitatori. La grotta è un tunnel lungo con poche fessure strette per la luce. Si può vedere il mare sotto. Ho trovato il posto molto deprimente. La pioggia, il peso della storia, mi riempirono di tristezza, un senso di futilità degli sforzi umani. Così tanti secoli di civilizzazione hanno portato solo a questo, una zona infestata dalla Mafia e strade cattive?

A volte il passato della città sembra brillare più del presente. Dopo gli anni più tranquilli nel tredicesimo e quattordicesimo secolo della Francia angioina, che hanno lasciato il segno su alcune delle parti più imponenti dell’architettura medievale, i Borboni contribuirono nel trasformare Napoli in una capitale cosmopolita del vivace impero spagnolo che rimase per secoli il punto di snodo del commercio e della cultura. Il giovane Cervantes fu collocato qui per cinque anni come soldato e i Quartieri Spagnoli, ora un vivace quartiere della classe operaia, furono costruiti per ospitare le truppe spagnole nei giorni del Regno delle Due Sicilie, il periodo in cui il Sud Italia era sotto la dominazione spagnola. Allora il Sud Italia era molto più ricco dell’impoverito Nord. Dopo l’unificazione nella metà del 19° secolo, gli standard di vita e il reddito pro capite nel Sud precipitarono. Ancora oggi molti a Napoli ritengono che il Sud stava meglio prima dell’unificazione.

Ora Napoli ha un sindaco di sinistra, Luigi de Magistris, ex magistrato anti mafia che ha cercato di risolvere la persistente crisi dovuta al problema spazzatura, un fenomeno profondamente connesso alla criminalità organizzata. La città non è stata mai facile da amministrare. Nel 1547 i napoletani si rivoltarono contro l’imposizione dell’inquisizione spagnola. Un secolo dopo i contadini napoletani si rivoltarono contro i grandi feudatari spagnoli, furiosi per il fatto che venivano impoveriti dalle tasse imposte per sostenere le guerre della Spagna all’estero.  Nel 1943, quando i nazisti iniziarono ad attorniare gli uomini napoletani, le donne furiose di Napoli li contrastarono, riportando con successo i nazisti a casa, sebbene con uccisioni, in una rara rivolta di massa dei cittadini contro l’occupazione tedesca.

In “Napoli ’44,” l’eccezionale diario di un anno trascorso come ufficiale del Servizio Segreto britannico nella città alla fine della seconda Guerra mondiale, Norman Lewis racconta di madri che facevano prostituire le figlie e ufficiali alleati che facevano affari con i gangster del posto. Ovunque la gente cercava miracoli, credendo che l’intercessione dei santi li avrebbe salvati, mentre un prete sorridente vende ombrelli ricavaati dalle ossa dei santi. “Anche lui doveva vivere, conclude Norman Lewis.

A Napoli l’istinto di sopravvivenza si alterna a guizzi di fede. E’ qui che la folla di fedeli si accalca nella cattedrale per vedere la miracolosa liquefazione del sangue di San Gennaro e dove persino San Tommaso d’Aquino, il teologo a cui più di tutti sono state affidate le domande della ragione, credeva che un dipinto della crocifissione nella Chiesa di San Domenico maggiore gli parlasse. In un qualche modo a Napoli tutto questo ha un senso. Qui, il confine tra il reale e il supernaturale è completamente indistinto.

Anche la storia della conquista ha lasciato il segno.  “O Francia o Spagna pur che se magna”, dice un vecchio adagio napoletano: non importa se si è governati dalla Francia o dalla Spagna, l’importante è mangiare”. Questa realpolitik napoletana, un cinismo relativo al potere, può sembrare pericolosamente vicina al nichilismo. Tuttavia questa città brucia di vita. Soprattutto il cibo persiste nella mente – il carpaccio di pesce fresco e il Sancerre alla Pescheria Mattiucci in una sera fresca di primavera; i paccheri alla Genovese con manzo e cipolle caramellate all’Europeo di Mattozzi; una semplice pizza margherita da Di Matteo con il suo impasto leggermente elastico e la salsa alla marinara non troppo salata o dolce (“questa pizza”, una volta disse un amico, “è come un bacio in fronte”).

Una volta lessi il mio oroscopo sul quotidiano di Napoli, Il Mattino. “Amore: è inutile cercare di trovare un significato logico, porsi domande e analizzare con la mente ciò che accade, le risposte sono solo nel tuo cuore”, c’era scritto. “Lavoro: il caos regna supremo e non riesci a prendere un break. Metti tutto da parte e aspetta l’aiuto della prossima luna”.

Un giorno di inverno ero con degli amici alla pasticceria Scaturchio, famosa per la sua sfogliatella, delicati strati di pasta sfoglia ripieni di ricotta e scorzette di arancia e spolverizzate di  zucchero a velo. Cercammo di mangiarla mentre camminavamo, ridendo così forte che facevamo cadere tutto lo zucchero sui nostri soprabiti scuri. Passammo davanti alla chiesa di Gesù nuovo con strani simboli mistici scolpiti nella facciata in pietra ed entrammo nel chiostro della Chiesa di Santa Chiara, un giardino bordato da scene colorate in maiolica tratte dal Vecchio Testamento.

La sera si avvicinò. Sulle mura del monastero il cielo divenne di un blu rosato. I suoni della città si attutirono. Fuori i ragazzi giocavano a pallone nel cortile della chiesa. Eravamo a Napoli, così come molti prima di noi, sospesi tra il sacro e il profano, il silenzio del monastero e il caos del mondo. Campa un giorno e campalo bene.

Errata corrige: 14 dicembre 2013

In una versione precedente di questo articolo è stata riportata in maniera inesatta l’epoca in cui il Golfo di Napoli catturò per la prima volta l’attenzione dei Greci; era il primo millennio avanti Cristo, non il primo secolo avanti Cristo. E’ stato anche riportato in modo non corretto il nome della Chiesa che ospita i “Sette Atti di Misericordia” di Caravaggio; è Pio Monte delle Misericordie, non San Pio delle Misericordie. Ed è stata data una descrizione non corretta del compositore Bellini, dopo il quale è stato dato il nome a Piazza Bellini; era un compositore di musica romantica, non barocca.

 

Traduzione di Novella Talamo

2 commenti

  • Marina Acino Ebbro

    (12 gennaio 2014 - 21:14)

    Finalmente qualcuno che sa cogliere con profondità l’essenza di Napoli e sopratutto i molteplici strati di storia e cultura che si sono susseguiti nei millenni. Rachel non si è limitata a visitare il solito Cristo velato o la Napoli sotterranea o la chiesa delle cape di morto. Ha saputo cogliere ben altro tra le tele di Caravaggio, i marmi di San Martino (spero qui abbia notato la stanza della meridiana e la Tavola Strozzi che rappresenta l’arrivo a Napoli di Lorenzo de’ Medici nel 1479), gli affreschi e mosaici pompeiani del Museo Archeologico Nazionale. A proposito di recente ci sono tornata e mi chiedo ogni volta come mai un museo così esclusivo e straordinario non abbia fuori una lunga fila in attesa di entrare. I nostri musei non vengono comunicati come meritano, i punti di interesse proposti ai turisti rimangono il Lungomare, Cappella San Severo e Napoli Sotterranea, quando la città offre ben altro in termini storico culturali. Quei segni strani che Rachel ha notato sulla facciata della chiesa del Gesù Nuovo di recente sono stati interpretati svelandone l’antico mistero: rappresentano una partitura musicale in aramaico.Per quanto riguarda la triste vicenda della raccolta dei rifiuti, in verità nessuno ha mai cercato di risolverla, tanto meno l’attuale sindaco. Grazie Rachel per aver raccontato così bene la nostra Napoli.

  • nino leone

    (18 gennaio 2014 - 23:39)

    bello l’articolo: potrebbe essere una perfetta sintesi di un saggio sulla città. Spiace che la burning Rache – tanto simpaticamente incipriata di zucchero a velo delle sfogliatelle – abbia trascurato il periodo spagnolo che è quello che con i provvedimenti di “ammodernamento” dello Stato ha contribuito al nodale passaggio da città sostanzialmente “francese”, amministrativamente e culturalmente parlando a città-capitale, globalizzata e multietnica, del siglo de oro. Non basta un coflitto internazionale, come la Guerra dei Trent’anni, a decidere le sorti di un regno. Invece la conurbazione dei regnicoli avvenuta sotto gli spagnoli, richiamati dalla favorevole detassazione sui “fuochi” [balzello sulla famiglia], dal prezzo politicamente protetto del pane, dalla libera e ripetuta distribuzione del grano, dall’obbligo della residenza in città delle famiglie aristocratiche del regno, determinarono il conseguente fantasmagorico crogiuolo di popolazione cultura modelli comportamentali e relazioni pubbliche e private, quali ci è dato di conoscere negli ultimi quattro secoli. Napoli dà da mangiare a famiglie aristocratiche ricchissime – il duca di Maddaloni, Fabrizio Carafa possedeva una carrozza ornata d’oro del valore di 600 ducati. 1 ducato = a quindici giorni di paga di un manovale – e a “banconari” senza lavoro né fissa dimora. Eppure tutti ambivano a stare nel ventre della città e ancora oggi nessuno se ne vuole partire.
    Per quanto riguarda le pietre del bugnato del Gesù Nuovo, fu avanzata anche la suggestivissima ipotesi della partitura musicale e su internet ce ne deve essere anche l’eseguito melodico, essi erano semplici lapidici, ovvero firme della paranza di scalpellini che li lavorarono. Questo la dice lunga in quato a questa città che è capace di fare alimentare accrescere il mito di se stessa.
    Se vi dovesse capitare tra le mani il saggio Bur Rizzoli: “La vita quotidiana a Napoli ai tempi di Masaniello” di un autore mio omonimo, dategli un occhio, c’era un efficiente servizio di rimozione dei rifiuti, i cui operatori portavano un semplice nastrino rosso al collo per essere riconosciuti: erano i porci del convento di Sant’Antuono al Buvero. Spazzavano tutto e in compenso rilasciavano un digerito precompostabile che solerti condadini dei casali provvedevano a prelevare e avviare fuori città o verso la cosiddetta Parula.

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