L’atmosfera rispetto a quella dell’impegnativo pomeriggio del giorno precedente, è senz’altro più rilassata e slow, complici anche il buon tempo e la splendida sede dell’incontro: la Casina Vanvitelliana al Fusaro, nel cuore dei Campi Flegrei.
Al tavolo dei relatori: Rita Abbagnale, Carlo Petrini, Nino Pascale , Vito Trotta e l’Assessore comunale al Turismo, Giuseppe Scotto. Sala da trecento posti gremita con posti in piedi.
Il Governatore Regionale Nino Pascale rompe subito il ghiaccio dicendo che quest’assemblea è straordinaria per molti motivi, ma, soprattutto, perché non ha ordine del giorno! Scopo dell’incontro e far conoscere a Carlo Petrini la realtà delle condotte regionali, i progetti, lo scambio di esperienze, i volti. Cominciano le iscrizioni a parlare e già Nino Pascale si “avvilisce”, vogliono parlare tutti, ognuno tiene a raccontare a Petrini la storia e le iniziative della propria condotta. Come è d’uso in ogni assemblea regionale, c’è un corner dedicato ai prodotti da promuovere, stavolta è toccato ai pomodorini gialli invernali ed ai legumi del Fortore nel beneventano.
La parola passa a Vito Trotta, Fiduciario dei Campi Flegrei il quale segnala, da un lato, un momento di particolare vivacità nel mondo dell’agricoltura dei Campi Flegrei: i presidi e le comunità del cibo, come quella della cicerchia, stanno lavorando molto bene; i GAS
( gruppi d’acquisto solidale) si sono assestati e viaggiano di buona lena; dall’altro, invece la sparizione della coltivazione delle nespole, un tempo vanto di questa terra e la difficoltà di raggiungere un’intesa per i rappresentanti della piccola pesca. Fortunatamente si sta lavorando anche in direzione di esperienze nuove per il territorio, come quella di affidare ad una famiglia, la possibilità di adottare un appezzamento di terreno di circa 100 mq da destinare ad orto di casa.
Proseguono gli interventi, parla Giustino Catalano della Condotta della Valle Caudina.
Il fiduciario, pur esaltando le attività svolte a favore della Salsiccia di Castelpoto e dei legumi del Fortore, dichiara apertamente che la recessione si avverte anche dal calo del numero di tessere: “ oggi 58,00 euro possono fare la differenza”. Di qui la proposta di creare una sorta di tessera della solidarietà, laddove i soggetti che possono, contribuiscono al mantenimento di associati preziosi, che altrimenti andrebbero persi. A seguire, interviene Franco Archidiacono, fiduciario della Condotta Irpinia e Valle dell’Ufita.
Il fiduciario lancia l’allarme della cura e della salvaguardia del paesaggio. Ad esempio in Irpinia si sta realizzando una grande operazione per il recupero di viti storiche ultra centenarie, in collaborazione con aziende e con facoltà universitarie, si realizzano micro vinificazioni per studiare quanto possano ancora dare alcune vigne. Archidiacono mette sul tavolo la storica dicotomìa esistente tra i soci: un parte più interessata ad eventi gourmet, ed un’altra interessata di più a capire i fenomeni di cambiamento del proprio territorio. Inoltre il fiduciario ricorda a tutti che i tempi sono ormai maturi per organizzare una grande manifestazione di livello nazionale in Campania.
Dopo l’Irpinia, è la volta di Giuseppe Orefice , fiduciario dell’area Massico e Roccamonfina nell’alto casertano, che rimette in campo il problema della dicotomia tra soci gourmet e soci produttori e contadini. Orefice racconta poi del grande esperimento compiuto in un centro commerciale campano, dove si è riusciti ad entrare in contatto con persone, soprattutto giovani e anziani che mai si sarebbero rivolti a Slow Food.
E’ il momento delle donne, la parola passa a Gianna De Lucia, fiduciaria Valle Telesina. Gianna sposta l’attenzione sulle donne come colonne portanti di Madre Terra e come espressione per antonomasia del concetto di Resilienza. E’ necessario fare rete, prosegue la fiduciaria, la condotta, per esempio, ha adottato un orto in Africa
Ci spostiamo nell’avellinese, con il Fiduciario Lucio Napodano che ha raccontato l’interessante esperienza di approccio al mondo dei giovani e delle scuole. Da Avellino, il racconto passa al Volturno con il Fiduciario Nicola Sorbo; anche Sorbo insiste sulla centralità del problema paesaggio, aggiungendo che sarebbe necessario procedere ad un censimento dei terreni, per verificare quanto rimane al reddito agricolo e quanto, al contrario e spesso illegalmente è stato sottratto a tale reddito, in pratica afferma Sorbo è necessario ritornare agli slogan di un tempo : “LA TERRA E’ DI CHI LA LAVORA”, solo in Campania questa legge non è stata recepita.
Dal Volturno ad Ischia, Silvia D’Ambra ragiona sull’abusivismo imperante sull’isola da una parte, dall’altra, conclude, l’abbattimento dei fabbricati non gioverebbe a nessuno, visto che i suoli non saranno più coltivabili. Il problema è invece rendere i soci consapevoli della propria forza, tenendoli sempre in contatto con la vita associativa della condotta e con il mondo produttivo che ne fa parte.
Il tempo scorre veloce, le richieste d’intervento sono moltissime, tutti vorrebbero rendere Petrini partecipe delle proprie attività e ricavarne consigli e incoraggiamenti per andare avanti. Non c’è più tempo per altre testimonianze, la parola torna a Petrini, visibilmente emozionato.
“vorrei ascoltare ancora tanti interventi, ho sentito considerazioni di altissimo livello, parole che entrano nel merito della politicità e dei discorsi di cultura dell’associazione, d’altra parte, le buone idee sono come i virus, contagiano. Le conclusioni che traggo riguardano la restituzione della dignità al lavoro manuale e contadino, poiché oggi queste sono le attività che hanno speranza di vita nel futuro: il genere umano deve alimentarsi e non può certo nutrirsi di computer e tecnologia terziaria! Il lavoro del contadino è diventato svilente, non solo in Italia, poi però non c’è nulla da mangiare; in questo senso dice Petrini – richiamando l’intervento dello scrittore Montesano del giorno precedente, BISOGNA PENSARE, PRIMA DI FARE. Dovremmo fare grandi battaglie per la dignità dell’orgoglio contadino e per la conservazione dei saperi tradizionali, quelli non scritti, ma, tramandati a mezzo di gesti e voce. Il concetto stesso di RESILIENZA si trova nel nostro DNA e andrebbe decisamente messo in moto”. Rispetto ai chiarimenti sui rischi della dicotomia associativa, è necessario eliminare il comportamento codificato dell’enogastronomo, non c’è nulla di peggio della militanza sofferente. Petrini conclude ritornando al modello dei due pilastri ripreso il giorno prima: uno è quello dell’intelligenza affettiva, l’altro è ( con orrore di molti) quello dell’AUSTERA ANARCHIA, la governance di Slow Food non può sottrarsi da questi due principi. Carlin anticipa qualcosa su Terra Madre 2012, non ci saranno più separazioni logistiche, verrà editato un documento unico in 16oo lingue ed il tema centrale sarà: IL DIRITTO AL CIBO. Non è più possibile ammettere che ogni 30 secondi nel mondo ci sia un bambino che muore di fame e che esistano persone che non possono sedersi intorno ad un tavolo per mangiare. La creatività della cucina moderna deriva dal sapere delle nonne e delle madri, capaci di inventarsi un pianto con niente. Il problema della fame nel mondo, va risolto a livelli di governance, e, soprattutto, imparando a non sprecare in casa nostra. La stessa grande battaglia che nacque contro lo schiavismo, deve oggi realizzarsi per risolvere lo scandalo della fame nel mondo. Le cifre calcolate per la risoluzione di questi problemi, non sono scandalose, si parla di circa 35 miliardi, questo sarebbe fare politica ( per inciso nell’ultimo bilancio le risorse destinate alla cooperazione internazionale sono pari a zero). Non abbiamo bisogno della cd. “charity”, basta ritornare al principio di reciprocità, quello secondo il quale, io do una cosa a te e tu mi dai quello che puoi darmi; in questo senso si riscopre la gioia laica del dare, che viene poi dalle antiche pratiche contadine : meglio avere tanti amici e pochi soldi, non il contrario. E’ arrivato, conclude Petrini, il momento dei grandi obiettivi, quelli che si costruiscono solo con le alleanze, temute dalla gente che non ha idee né, ideali.































Alla Signora Giulia Cannada Bartoli, che sicuramente non vive ad Arco Felice e forse non ha mai neanche percorso via Miliscola, vorrei ricordare che soltanto poche settimane fa uno di questi pini si è abbattuto, completamente sradicato, su un’automobile provocando la morte dell’occupante.
I pini abbattuti avevano raggiunto dimensioni notevoli e, stretti nel cemento e nell’asfalto, un livello di inclinazione poco rassicurante per un centro abitato ed una strada molto trafficata.
Anche a me che abito in zona fa uno strano effetto non vedere più i pini ma l’incolumità pubblica deve avere la precedenza.
Sicuramente poi il paesaggio in zona non è in sofferenza soltanto per l’abbattimento di qualche pino, anche se secolare, ma per ben più gravi abusi edilizi.
Cordiali saluti
Alfonso G.
Rileggendo l’articolo si capisce che il riferimento all’abbattimento dei pini di Arco Felice è del SIg. Trotta e non un commento dell’autrice dell’articolo.
Mi scuso con la Signora Cannada Bartoli per la critica frettolosa nei suoi riguardi.
Il Sig. Trotta dovrebbe parlare con maggior cognizione di causa: dopo aver vantato la prelibatezza delle cozze del Lago Fusaro ecco un’altra infelice uscita.
Che sagoma questo trotta, centro di ovvietà permanente. Ma dove vive? Quella dei pini è grandiosa
Gentile Alfonso
io vivo ad Arco Felice da 10 anni, sono a conoscenza del doloroso evento che ha portato a questa , per me inaccettabile, delibera. sarebbe credo bastata una potatura più seria e frequente, invece dell’abbattimento di pochi pini sani rimasti . concordo con lei per il resto delle sue affermazioni, stigmatizzando molte altre situazioni di degrado esistenti ad Arco Felice. Buon Pomeriggio e Lei e alla spiritosa Pinilla di cui sopra
Gentile Gignora Cannada Bartoli
anche a me che sono cresciuto tra Lucrino ed Arco Felice non ha fatto piacere l’abbattimento dei pini e concordo con Lei che con una maggior cura nel corso degli anni forse non saremmo arrivati a tanto. Aggiungiamo anche questo alle tante mancanze della varie amministrazioni comunali susseguitesi negli anni (anche se ultimamente ci sono stati più commissari prefettizi che sindaci).
Purtroppo l’incuria ha portato ad una crescita incontrollata dei pini molti dei quali (anche se effettivamente non tutti tra quelli abbattuti) erano pericolosamente piegati a causa del loro peso. Non sono un tecnico ma penso che non esista un modo per mettere in sicurezza piante di quelle dimensioni tenuto anche conto del contesto territoriale dove si trovavano (d’altronde anche un vecchio adagio recita che la pianta deve essere raddrizzata quando è giovane).
Spero che i pini che si trovano sul rettilineo che porta al Lago D’Averno abbiano migliore fortuna.
Colgo l’occasione per salutarla e per complimentarmi con Lei per i suoi articoli, soprattutto quelli sui locali low cost che, oltre a far conoscere piccole realtà sconosciute alla massa, sono fonte di tante curiosità sul contesto in cui si trovano i medesimi.
Ad maiora.
grazie Alfonso, non ci resta che sperare… io speriamo che me la cavo:)
Sinceramente non mi pare che Vito abbia nominato pini abbattuti o in corso di abbattimento…