Assoenologi su ICE e mercato USA

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Martelli (Assoenologi): l’Ice va ripensato, occorre un coordinamento ad hoc per il vino

ORVIETO, 11 LUGLIO – “Nell’interesse delle imprese e del Paese non si può nascondere che l’Istituto del Commercio Estero, che pure deve sopravvivere e non deve essere soppresso con un tratto di penna, debba essere però ripensato. Il mondo del vino ha un’incredibile necessità di avere un coordinamento nazionale unico, dedicato solo a questo prodotto, al quale si possano rivolgere le imprese che vogliono esportare”.

Lo ha affermato il direttore generale di Assoenologi, Giuseppe Martelli, chiudendo i lavori del 66° Congresso dell’Associazione che quest’anno ha festeggiato ad Orvieto i 120 anni di attività.

“Il capitale umano dell’Ice non va buttato via – ha aggiunto Stefano Raimondi, dell’area agroalimentare Linea vini dell’Ice – . Solo nel 2010, sono state 1500 le imprese che si sono affidate all’istituto per essere accompagnate sui mercati esteri”.

D’altro canto, ad oggi, in Paesi come la Russia, la Cina e gli Stati Uniti ovvero i mercati più promettenti per le esportazioni italiane, non è infrequente l’accavallarsi di iniziative promosse da una pluralità di soggetti diversi, dalle Regioni, ai Consorzi di tutela, fino ai Comuni.

“Ci sono missioni che si accavallano all’estero – ha sottolineato Maurizio Conz, broker vinicolo per i Paesi asiatici – solo a Mosca nei prossimi mesi si susseguiranno, continuativamente, 4 giorni di degustazioni, nell’ambito di 4 diverse iniziative. Stiamo comunicando male il vino italiano e stressando gli importatori e gli opinion leader che non sono moltissimi”.

E’ necessario un “unico organo, un ente pubblico che segua il vino e solo questo prodotto – ha detto Martelli – . Un ente che gestisce la promozione di più beni, dalle ceramiche alla moda, non è funzionale al supporto di cui necessitano le nostre imprese e vogliamo ricordare che si tratta di una questione di vitale importanza per il settore, dal momento che ormai il sorpasso è avvenuto e oltre 1 bottiglia di vino italiano su 2 viene venduta all’estero”.

Assoenologi: negli Usa ogni anno 6 milioni di nuovi consumatori potenziali

Martelli, “ci sono margini per crescere, puntando su consumo procapite”

ORVIETO, 11 LUGLIO – Gli Stati Uniti sono il mercato estero dove si consuma, in percentuale, più vino al mondo (16%), segue la Francia (13,5%) e poi l’Italia (13%).

Il sorpasso degli Usa sulla Francia è avvenuto nel 2010 e mostra come il Paese sia in una fase di forte espansione di consumo. La popolazione americana cresce del 2% all’anno e questo si traduce in circa 6 milioni di nuovi potenziali consumatori, ogni 12 mesi.

Sono i dati emersi dall’ultima giornata del 66° Congresso di Assoenologi, ad Orvieto durante il quale sono stati festeggiati i 120 anni di vita dell’associazione.

“Negli Stati Uniti c’è molto margine di crescita – ha affermato il direttore generale di Assoenologi, Giuseppe Martelli – soprattutto se si osserva il consumo medio procapite che si attesta a 9 litri all’anno, ridotto rispetto ai 45 litri della Francia e 43 dell’Italia. Ci fa ben sperare il fatto che negli ultimi venti anni, il consumo procapite degli statunitensi è cresciuto di cinque volte”.

“Negli States sta aumentando l’interesse verso nuove varietà ancora poco conosciute, come il Sangiovese, il Primitivo, la Falanghina e il Grechetto e cresce la percezione del vino come bene di consumo – ha aggiunto Leonardo Lo Cascio, fondatore della Winebow Inc – . Il 60% degli americani, poi, pensa che bere vino sia sinonimo di eleganza e, dato ancor più rilevante, il 70% crede nel potere salutistico di questa bevanda, se consumata con moderazione”.

Secondo Lo Cascio, quest’ultimo aspetto, relativo alla connotazione positiva del vino, dal punto di vista salutistico, lo si deve “alla diffusione dei risultati di studi scientifici che hanno provato questa evidenza”.

In Italia, invece, il vino è diventato, a tutti gli effetti, “un bene culturale”, secondo Mario Morcellini, direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università Sapienza di Roma.

“La mappatura dei beni culturali dell’uomo moderno  – ha aggiunto Morcellini – include il cibo e il vino, elementi di presidio culturale che promettono di durare nel tempo, senza conflittualità con le generazioni più giovani”.

Per immaginare nuove strategie di vendita che comprendano anche i giovani, secondo Morcellini, è arrivato il momento di “passare dal marketing al societing, dove i valori si smaterializzano, diventando simboli e quindi occorre ridimensionare la ‘dipendenza dalle dipendenze’ ovvero la diffusione di messaggi criminalizzanti per il vino – ha concluso – . Negli ultimi anni, la politica italiana ha esaltato, invece, questo aspetto”.