Barbaresco 1971 doc Bruno Giacosa

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Barbaresco Bruno Giacosa

Venerdì 17 può essere una combinazione stimolante per sfidare la cabala. Lo ha fatto Rosario Scarpato organizzando la giornata internazionale della cucina italiana dedicata allo spaghetto al pomodoro

Ci si è visti al President di Pompei con tanti amici e appasisonati oltre che operatori del settore per una pomeridiana iniziata alle 17 e terminata a tarda sera. Inutile negarlo: oltre allo spaghetto, il grande protagonista è stata questa bottiglia tirata fuori dal cilindro da Sergio Sbarra. Un Barbaresco del 1971 di Bruno Giacosa, neanche il riserva. Conservato chissà dove e come.

 

Barbaresco 1971 (Foto Dora Sorrentino)

Quando mi trovo di fronte a queste bottiglie ho pochi dubbi sull’esito finale. Anche se il tappo si sbriciola come una zolletta di zucchero. Poco male, usiamo il passino come filtro e il vino esce perfettamente integro, senza alcun residuo di fondo bottiglia. Segno che se, per ipotesi, lo avessi ritappato avrebbe avuto almeno un’altra quarantina d’anni avanti.

Il nebbiolo, come il gaglioppo e l’aglianico, ha una vita praticamente infinita, sicuramente più lunga dell’eta media dell’uomo.

La bellezza di questo vino, oltre all’imtegrità, è stata proprio la paicevolezza: a cominciare dal naso, foglie di rosa secche, ciliegia sotto spirito, rimando di cenere, ancora buccia d’agrume, cannella. Un naso sicuramente dolce, insomma, a cui fa da contraltare una beva secca, essenziale, molto fine grazie agli straordinari tannini di questa uva che ne sono croce e delizia come per tutte le grandi uve da invecchiamento italiane. Colpisce l’assenza di ogni nota ossidativa, non c’è stanchezza, nè al colore, tanto meno al naso e in bocca: si tratta di un rosso pieno di energia e soprattutto dotato di una freschezza infinita, piacevole, che rende possibile la conservazione e la beva.

Una bella esperienza, insomma, fatta con una bottiglia che né il produttore, tantomeno chi l’ha comprata, pensava sarebbe finita in una tavola a Pompei dopo 40 anni.
Ma il bello del vino, il suo fascino inesauribile, è proprio questa possibilità di viaggiare nel tempo della memoria oltre che nello spazio senza confini.
E il Barbaresco, nota personale opinabilissima, continua per me ad essere l’espressione più vicina ai miei gusti delle Langhe.

www.brunogiacosa.it

 

Foto di Dora Sorrentino