Si possono bere anche in Italia buoni Chardonnay? Sicuramente sì anche se nella maggior parte dei casi la banalizzazione del gusto prescinde dal territorio che li esprime. Si trovano Chardonnay veramente straordinari? Certo, come no, al nostro gusto il mitico bianco di Tasca d’Almerita resta la dimostrazione perfetta dell’equilibrio tra legno e frutto. Ma, al di là di quello che pensiamo noi, c’è il risultato della tredicesima edizione Chardonnay du Monde svoltasi presso lo Chateau Des Ravatys in Francia nel corso della quale trecento esperti hanno giudicato 936 vini in concorso provenienti da 36 paesi assegnando 60 medaglie d’oro. Una di queste è di un’azienda trevigiana poco conosciuta, la Barollo, salita sul podio con l’annata 2003, notoriamente molto carica. Oltre il 60 per cento dei giurati impegnati a valutare i campioni era francese. In questi anni in cui si parla solo di vitigni autoctoni eccoci dunque impegnati a parlare di quella che in Campania viene considerata nel senso comune degli operatori e dei consumatori l’anima del Diavolo, cioé dell’uva internazionale per eccellenza. Il vino medagliato è fatto da due giovanissimi fratelli, Marco e Nicola Barollo, rispettivamente di 32 e 29 anni, nella loro azienda di famiglia fondata nel 2001 in un piccolo comune tra Venezia e Treviso dove in 28 ettari di proprietà coltivano anche merlot, cabernet e pinot grigio. La prima annata in commercio è stata proprio la 2003 ed è stato immediatamente un successo di critica. Dopo aver provato l’intera batteria di prodotti diciamo subito che i rossi sono sicuramente buoni ma scontati mentre i due bianchi, parlo anche del Pinot Grigio, hanno una marcia in più. Freschezza e mineralità sono infatti le due caratteristiche che prevalgono sul frutto e sul legno, usato con sapienza dagli enologi Carlo Corino e Mario Barbieri, un bicchiere intenso, persistente, di grande stoffa, da abbinare oltre che al pesce anche a piatti di carne bianca salsati e ben strutturati oppure su paté e terrine. Un capolavoro, insomma, della nuova enologia italiana capace di competere alla pari con la concorrenza internazionale anche quando si misura con uve che impegnano migliaia di enologi e ricercatori ogni giorno in tutto il mondo da decine di anni. Un progetto affrontato con serietà e senza trucchi, frutto di investimenti in cantina e sugli uomini, che conferma la vivacità vitivinicola nel nostro paese.
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