Biondi Santi lancia il rosato

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C’è una cosa che unisce i grandi produttori di rosso ai bevitori saltuari: la passione per il rosato. Per i primi forse è un modo per staccare psicologicamente dal quotidiano nel quale sono impegnati continuamente in modo intenso, per i secondi è sempre l’approccio più facile e immediato con un bicchiere di vino. Per oltre mezzo secolo Franco Biondi Santi ha messo a tavola il suo rosato, una piccola partita di sangiovese seguita con la stessa passione dedicata a quelle destinate ai clienti di tutto il mondo: «Così mia moglie non si arrabbiava per le macchie di rosso sulla tovaglia» racconta sornione. Adesso il debutto di appena 5000 bottiglie durante una colazione tra pochi amici all’Hotel de Russie a Roma dove hanno cucinato a quattro mani l’executive chef dell’albergo Nazareno Graziano Menghini, protagonista di una stagione memorabile al Quisi del Quisisana di Capri, e Gianluca Pino del Giardino di Montalcino. Non è la firma Biondi Santi a fare grande questo vino, semmai gli regala molto fascino, ma è il terroir nel quale il clone di sangiovese selezionato dal nonno Ferruccio e lavorato per decenni dal padre Tancredi esprime una straordinaria freschezza, il motivo per cui il Brunello del Greppo è così longevo conservando sempre la sua eleganza assoluta. Il rosato è sicuramente il vino del futuro di una Terra sempre più calda: si abbina praticamente a quasi tutti i piatti dell’alta ristorazione, è veloce, comunicativo, capace di stare con la stessa dignità a un buffet in piedi come sulle tavole dell’Hotel de la Russie, coinvolge anche i non intenditori mentre gli esperti ne apprezzano i profumi e la freschezza. L’esperienza dimostra come sia necessaria un’uva di buoni tannini per fare un rosato la cui vinificazione in bianco esclude appunto quasi del tutto questa componente tipica del vino rosso: i rosati di Rillo, di Mastroberardino, Feudi, Cantine del Notaio, lo confermano. Come pure il 2004 di Biondi Santi, figlio di una buona vendemmia giunta al termine di una primavera abbastanza fredda, un’estate temperata e settembre freddo e asciutto. Il mosto era ricco di zuccheri, estratti e acidità. Ecco allora spiegata la freschezza di un vino di grande carattere, capace di affrontare anche piatti ben costruiti, di beva piacevole e immediata. L’auspicio è che tutti i produttori meridionali, non solo i salentini, comprendano l’importanza di dedicarsi con attenzione e passione ad un segmento destinato necessariamente a crescere nei prossimi anni.