Boscotrecase, La Tonnellerie

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Parliamo anche di legno e artigiani autoctoni!

Le vecchie foto in bianco e nero, le antiche stampe sulla traffica, hanno sempre una protagonista indiscussa: la botte. Già, ma ci siamo mai chiesti dove venissero costruite? La risposta è semplice, lì dove si vinificavano grandi quanità di vino, cioé intorno Napoli dove la materia certo non mancava: ancora oggi, nonostante l’incredibile pressione demogrfica e la gestione del territorio spesso dissennata, resistono maestosi alcuni dei castagneti più grandi e imponenti d’Europa, da Roccamonfina, al Termino, sino al Cilento. Verebbe da dire che questi boschi sono la zapigliatura della Campania. Spesso e volentieri sono stati i primi costruttori di botti a diventare prima mercanti di vino e poi vinificatori, una tradizione che si è progressivamente persa a partire dal Dopoguerra quando progressivamente prima il vetroresina e poi il cemento contribuirono ad abbattere notevolmente i costi in un quadro produttivo caratterizzato dall’esclusiva attenzione alla quantità, come ancora testimoniano gli impianti rifatti negli anni ’70. Quando è iniziata la rivoluzione vitivinicola campana all’inizio degli anni ’90 non c’era più nessuno in grado di rispondere alla crescente domanda di barrique e, siccome si è partiti praticamente quasi da zero, si è importato il know how della coltivazione quanto del contenitore con importazioni a go gò di legni francesi e, purtroppo, a volte anche americani. Quando si parla di riappropriazione del sapere è anche da qui che si deve ripartire, oltre che dalle selezioni clonali e dei lieviti autoctoni: mi ricordo questo fu un discorso che mi fece Corrado D’Ambra quando mise il suo ultimo bianco del Giardino del Mediterraneo in una botte di legno di ciliegio fatto da un artigiano locale. Così si è lavorato l’uva come fosse soia, una commodity qualsiasi: da qui prendo le barbatelle, da lì i legni e via. Oggi un discorso serio di progetto in bottiglia non può prescindere da un discorso serio sui legni da usare sui vitigni autoctoni, a meno che non si concepisca il vino come una bevanda facile da aromatizzare. Un po’ come chi in modo pignolo usa lieviti indigeni, vitigni autoctoni e poi mette tutto in un contenitore aromatico pensato nel migliore dei  casi a mille chilometri di distanza. Chi, invece, ha bosgno di distinguersi non può non riagganciarsi a questa tradizione autentica, un po’ come quando nel fare una casa invece di comprare cotto industriale si preferisce la ceramica di Vietri. Con una profonda differenza, però: con le botti e le barrique campane si risparmia oltre il 30 per cento! Giovanni Epistolato non è uno improvvisato: la sua azienda è stata fondata nel 1906, da allora l’attività non ha mai smesso di evolversi e di aggiornarsi, sino al brevetto della notte termica. E’ lui l’ultimo erede della grande tradizione artigianale campana a cui ci si può rivolgersi non solo per l’acquisto di botti di diverse dimensioni, ma anche semplicemente per rigenerarle attraverso procedimenti naturali e non chimici. Opera sul Vesuvio e fa parte della Strada del Vino. Non è certo un caso se questa sapienza è sopravvissuta sul vulcano perchè qui, da sempre, si è concentrata gran parte delle famiglia storiche impegnate nella vinificazione del vino che poi veniva portato in città. Ecco  dunque come in campagna ci sia sempre una corrente carsica che non smette di fare capolino di qua e di là, in Calabria per esempio, dove la famiglia Iuzzolini, da sempre impegnata in prodotti per l’agricoltura e la viticoltura a Cirò, quando ha aperto la cantina si è rivolta a Giovanni per conservare il vino. Non c’è sapere ma subalternità quando si copia. E neanche futuro quando si copia e incolla.