Breaking Bad: cucinare è come lavorare droga

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Breaking Bad


di Roberto Curti

Un diner uguale a tanti altri, una qualunque cittadina degli States. Il piatto di uova fritte e bacon non ha certo un aspetto invitante. L’uomo, anziché assaggiarlo, spezzetta la pancetta e la dispone sul piatto a comporre un numero: 52. «è il mio compleanno» dice alla cameriera, più per inerzia che per intavolare una conversazione. Come se parlasse a se stesso, e si stupisse di esserci arrivato, a 52 anni. Lei, col sorriso affabile dell’impiegata modello che snocciola la lezioncina imparata a memoria, gli comunica che da Dennys chi compie gli anni ha il pasto offerto: basta presentare la carta d’identità. «Anche se fossi ricca preferirei mangiare gratis. Gratis è sempre meglio». Ma l’uomo non ha intenzione d’approfittarne. Ha altro per la testa. Lascia lì il suo piatto di uova e bacon, indifferente alle chiacchiere della cameriera, senza aver assaggiato neppure un boccone.

L’incipit della quinta stagione di «Breaking Bad», la serie televisiva creata da Vince Gilligan e trasmessa sulla statunitense AMC (in Italia la si può vedere in chiaro su Rai 4, col titolo Breaking Bad – Reazioni collaterali), ci dice molte cose. Innanzitutto, con uno di quegli inizi secchi, ironici e inquietanti che piacciono al creatore Vince Gilligan, getta un ideale ponte al principio della serie e insieme ci mostra un nel futuro prossimo del protagonista Walter White (Bryan Cranston). Un uomo che molto probabilmente – a giudicare dal volto camuffato per rendersi irriconoscibile, lo sguardo da animale braccato, i documenti falsi e l’arsenale che si porta nel baule – un futuro non ce l’ha. Come non l’aveva – o così pensava – due anni prima (nella finzione televisiva: in realtà la prima stagione di «Breaking Bad» ha debuttato il 20 gennaio 2008).

Breaking Bad, il compleanno di Walt

Un passo indietro. Il giorno del suo cinquantesimo compleanno Walter White – mite ma frustrato insegnante di chimica in una scuola di Albuquerque, New Mexico, che per arrotondare la magra paga e mantenere la moglie e il figlio è costretto a fare turni extra a un autolavaggio – scopre di avere un tumore non operabile al polmone.

breaking bad mama

Disperato, si arrovella per accumulare velocemente denaro sufficiente ad assicurare un futuro alla propria famiglia quando lui non ci sarà più. La risposta: cucinare. Walter mette in pratica le proprie conoscenze di chimico e diventa un cuoco. Non di cibo, beninteso. Anziché spadellare e impiattare manicaretti, White cucina metanfetamine, con l’aiuto di un suo ex allievo, Jesse (Aaron Paul), non troppo brillante a scuola ma assai ferrato nell’arte dello spaccio.

È l’inizio di una discesa agli inferi che porterà White nel giro grosso del traffico di droga tra Usa e Messico, tra spietati cartelli rivali che lottano per il predominio del mercato, e una ridda di bugie nel tentativo di nascondere la verità alla famiglia e coprire la propria attività segreta (anche perché il cognato, guardacaso, è un agente dell’antidroga). Raccontare «Breaking Bad» non ha molto senso: bisogna vederlo. “Bisogna”, perché, come la “blue meth” purissima cucinata da Walt, induce una fortissima dipendenza.

Bryan Cranston

Se il cinema americano boccheggia, tra tronfi spettacoloni in 3D e una generale penuria di idee originali, è dal piccolo schermo che arrivano le cose più interessanti e stimolanti degli ultimi anni: e la serie creata da Vince Gilligan (già al timone di «X Files») mette sul piatto parecchia carne al fuoco, e vince tutte le scommesse. Iniziando dalla scelta del protagonista: il cinquantaseienne Bryan Cranston, caratterista dalla lunga militanza televisiva, uno di quei volti che sul grande schermo non trovano spazi da protagonista – il cinema non è un paese per vecchi, oggigiorno – e che nei panni di Walter azzecca il ruolo della vita.

La graduale trasformazione del professorino vilipeso e frustrato in spietato, machiavellico signore della droga è la spina dorsale della vicenda, e la prova mimetica di Cranston – che entra in scena nella prima serie in camicia e mutande, con occhialoni e baffoni da nerd, salvo poi mutare, il cranio rasato e un luciferino pizzetto, in figura sempre più inquietante, mostruoso pater familias in preda a deliri d’onnipotenza – è stata giustamente premiata da critica (tre Primetime Emmy Awards consecutivi vinti per le stagioni 2008, 2009 e 2010) e pubblico.

Ma al di là di una vicenda appassionante condotta sul filo di una crudele ironia, con personaggi e situazioni che si muovono dalle parti dei fratelli Coen più ispirati, tra machiavellici intrighi, doppi giochi e colpi di scena, in Breaking Bad c’è molto di più.

A partire dalla graffiante visione di un’American way of life che in nome del profitto snatura l’individuo e lo plasma in peggio, e dalla raffigurazione di una catena economica letteralmente sdoppiata, dove alla facciata impeccabile corrisponde un doppio occulto e innominabile, che però funziona secondo le medesime regole di mercato.

Breaking Bad

Oltre a tutto ciò, tra le pieghe della storia emergono curiosi spunti gastronomici che fanno alzare il sopracciglio. Al di là della gag culinaria in apertura dell’ultima stagione – rimando a una scena della prima puntata, in cui Walter formava il numero “50” con le strisce di bacon della sua colazione – il parallelismo tra l’atto del cucinare e la lavorazione della droga è costante.

Chi fabbrica le metanfetamine è definito appunto “cuoco”, e Walter si scopre in breve abilità prodigiose, diventando una sorta di Ferran Adrià della metanfetamina, un fuoriclasse delle tecniche più raffinate in contrapposizione ai metodi più rozzi del suo sous chef Jesse (che come tocco personale era solito aggiungere un pizzico di peperoncino alla “crystal meth” da lui cucinata). La droga che Walter produce – cristalli di un blu purissimo – lascia basiti persino gli agenti dell’antidroga, oltre a imporsi ben presto come la più consumata e redditizia dell’intero New Mexico.

E – tocco di genio di Gilligan – il boss della rete di trafficanti per cui Walt e Jesse si trovano a lavorare, il soave e azzimato Gustavo Fring (Giancarlo Esposito), opera dietro il paravento di un’amabile catena di ristoranti, «Los Pollos Hermanos», che si pregia di offrire alla clientela il miglior pollo fritto della zona… e la droga più pura sul mercato.

Viene spontaneo leggere tra le righe un’intenzione politica, che nel satireggiare le catene di fast food (in questo caso fintamente caserecce e a misura d’uomo, in contrapposizione all’appeal più asettico e globalizzato di McDonald’s o Burger King) ne mette a nudo l’essenza patogena sulle persone, sul territorio e sulla cultura. Gilligan ne accosta l’artificiosa proposta gastronomica alla produzione chimica di cui si occupa White (droghe di laboratorio, cibo di laboratorio: si veda l’impagabile incipit della recentissima seconda puntata della quinta stagione, in cui un’equipe di chimici di un’industria alimentare fanno assaggiare al loro superiore una serie di salsine aromatizzate in un contesto asettico da esperimento scientifico); equipara gli allevamenti intensivi in cui il pollame è ingrassato ai cicli massacranti di lavorazione della metanfetamina; e ne mostra le strategie parallele di penetrazione sul mercato.

Los Pollos Hermanos

Impagabile, in questo senso, il finto spot pubblicitario di «Los Pollos Hermanos» trasmesso nel corso di una puntata, che ci racconta la dolciastra storia a lieto fine dei due fratelli messicani creatori del marchio, lustrandoci gli occhi con succulente immagini di polli rosolati allo spiedo e spennellati di gustose salse, al motto «the old ways are still the best» (i vecchi metodi sono sempre i migliori).

Ma poi, senza soluzione di continuità, con una memorabile trovata di regia, la pioggia di bocconcini di pollo si trasforma in una cascata di cristalli azzurri: dal ciclo alimentare siamo passati a quello di produzione del crystal meth, che in un’asettica catena di montaggio passa dai “cuochi” agli addetti al controllo qualità e confezionamento. Alla fine, le bustine ricolme di metanfetamine vengono celate nei bidoncini di salsa alimentare, e trasportate nei medesimi camion che portano gli ingredienti ai ristoranti. Dal produttore al consumatore. Come diceva quel vecchio slogan: meditate, gente, meditate.