Vini Nudi e Crudi: Bulles de Roche Domaine des Roches Neuves

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BULLES DE ROCHE
BULLES DE ROCHE

di Fabio Panci

Al termine di un lungo periodo di ferie, passato tra le belle e soleggiate coste della mia amata Sicilia, torna puntuale l’appuntamento con un nuovo vino “nudo e crudo”. Durante il periodo estivo (e a dirla tutta anche nelle altre 3 stagioni rimanenti) la mia preferenza è spesso riservata al mondo delle “bollicine”. Ecco perché la scelta è caduta su un metodo classico di provenienza transalpina, più precisamente siamo a Saumur, sulle sponde della Loira.

In questo luogo magnifico, fiabesco, idilliaco, nascono le “creature enologiche” del talentuoso vigneron Thierry Germain. Carismatico, perfezionista, radicale e controcorrente. Tutte caratteristiche proprie del produttore francese, prontamente riversate nella totalità delle bottiglie messe a disposizione dell’appassionato. Rimanendo in tema di appassionati, ancora oggi devo ringraziare l’amico Marco Rossi dell’azienda vitivinicola Podere di Pomaio per avermi “introdotto” alcuni anni orsono ai vini di Thierry, al suo mondo biodinamico dove sono banditi trattamenti chimici, lieviti selezionati, sovramaturazioni e fermentazioni a temperatura controllata.

All’interno di un’ampia gamma di vini, tutti da degustare se ancora colpevolmente non l’avete fatto, ho optato per il Bulles de Roche. Trattasi di méthode traditionelle, con uvaggio composto in maggioranza da Chenin Blanc (circa il 95%), con una piccola percentuale di Cabernet Franc. Il vino base affina nelle botti di legno (barrique da 225 e 400 L in precedenza utilizzate per l’Insolite, chenin blanc 100%), viene assemblato, rifermentando in bottiglia e rimanendo sui lieviti per circa 18 mesi.

Il vino si presenta con un colore “giallo lingotto”, “spendido-splendente” come direbbe Rettore. Come insegnano ai corsi Ais il colore però non deve trarre in inganno, dovendo essere valutato “in affiancamento” alla parte olfattiva e per ultima alla parte gusto-olfattiva. Nel caso specifico però l’occhio non tradisce, fornendo il testimone perfetto alla parte olfattiva dove il “tema giallo” continua nella versione pompelmo e scorsa di limone, con intermezzo di fiori di campo e finale “lievitante” tanto da far sospirare anche il  “fornaio Banderas” di una nota pubblicità. Ultima frazionista non può che essere la parte gustativa, dominata da una bella manciata di sale, iodio, e via con la proverbiale acidità dello chenin ed una “bolla cicciottella”, non elegantissima ma piacevole, sempre viva e guizzante sino al termine del bicchiere (o meglio della bottiglia).

In conclusione un vino da tenere sempre in cantina, pronto all’uso, che mi fai venire alla mente le parole pronunciate nell’ormai lontano 2010, durante il mio viaggio di nozze, dall’amico sudafricano Adrian il quale davanti ad un fuoco nel corso di una splendida cena organizzata sotto le stelle del parco Kruger mi disse: “ lo Chenin è un vino unico, raffinato, signorile, se cominci a berlo non riuscirai più a farne a meno”.

*Giornalista-Pubblicista
Sommelier Ais