Cantina del Vesuvio, il Lacryma di Trecase

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19 giugno 2003

Un Lacryma bianco sui gamberetti di Crapolla è sicuramente meglio di una lacrima sul viso. Già, ma quale? Tra le proposte emergenti parliamo allora di undici ettari di sabbia nera vesuviana sotto il cono silente del vulcano a Trecase, il paese più piccolo del Parco come spiega la parola stessa: purtroppo la speculazione edilizia ha costruito ben più di tre case, e quasi tutte orribili, ma l’ostinata agricoltura che da queste parti deve moltissimo ad Antonio e Walter Mastroberardino ha salvato il salvabile.
Nel 1951, benedetti anni Cinquanta come ricorda il Moio 57, Giovanni Russo fondò la sua azienda a Boscotrecase, da alcune vendemmie il figlio Maurizio cura La Cantina del Vesuvio (via Tirone della Guardia, 12. Telefono 335.7070738). Di fronte ci sono Punta Campanella e Capri, tra i vigneti caprettone e falanghina per il bianco, piedirosso e aglianico per il rosso mentre il rosato tanto apprezzato in Francia dove di vino si capisce sicuramente qualcosa in più che altrove, fatto con piedirosso e con aglianico vinificato in bianco.
Voilà, l’abbinamento per la cucina dei grandi chef della Terra delle Sirene, tutti ad un tiro di schioppo da questa terrazza nera sull’azzurro del cielo e del Golfo, sono praticamente infiniti. Ci è piaciuto anche l’uso consigliato dall’enologo Amodio Pesce delle botti di rovere anziché le solite barrique le quali usate male hanno lo stesso effetto sulle papille gustative della pialla sul legno. Un uso tra l’altro moderato, appena tre mesi dopo la fermentazione in vasca d’acciaio. Naturalmente non va trascurato il prezzo sicuramente accessibile: ogni Lacryma è nella fascia compresa tra i 5 e i 10 euro.
Il bianco lo adoriamo anche sui piatti delle cucina vegeteriana di primavera, il rosato a tutto pasto, il rosso per le zuppe di pesce.
E il 19 settembre l’appuntamento per tutti è a piazza San Gennaro nel cuore del paese per il primo cupiello, il piccolo contenitore di legno ormai in disuso per la prima spremuta beneaugurante dell’ultimo regalo di Dioniso ai figli del vulcano cattivo ma saporito.