Il Cancelliere e la verità contadina dell’Aglianico a Montemarano

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Nadia Romano

di Alessandro Marra

Non posso certo dire di aver scelto il giorno migliore per far visita a “Il Cancelliere”: un po’ il tempo, capriccioso e insolitamente fresco per essere maggio inoltrato; un po’ l’esiguo preavviso (mea culpa!), un po’ gli impegni tra vigna e cantina per i Romano, alla vigilia -per di più- di un giorno importante per l’intera famiglia.

Eppure, c’erano tutti o quasi ad accogliermi: Soccorso, o’ Cancelliere; la moglie Pasqualina e la nuora Rita (moglie del figlio Enrico, che è l’agronomo dell’azienda), le due figlie Tiziana e Nadia, quest’ultima insieme con il marito Claudio e il primogenito Leonardo.

 

Il Cancelliere, la vigna

Mi hanno messo subito a mio agio, ecco. Sarà che s’è parlato anche di “vita vera”. Di “zepponte” o “sepponte”, ovvero della tradizione di dare al primogenito maschio il nome del nonno paterno (com’è stato per me con mio figlio Antonio, per Rita ed Enrico con il figlio Soccorso). O sarà che la storia del vecchio trattore -quello col pilota automatico, dico io- bisogna proprio che ve la facciate raccontare da Soccorso.

Son rimasto appena un paio d’ore ma quando ho imboccato in retromarcia il vialetto che porta dritto alla cantina di contrada Iampenne, con Soccorso che mi faceva manovra, ho pensato a quanto ero stato bene, al calore delle strette di mano e di un’ospitalità vera.

Nonostante il freddo e la pioggia caduta nei giorni precedenti siamo pure riusciti a far due passi in vigna, buste ai piedi per evitare di rimanere impantanati, fino alla particella più alta. Che bella! Il bosco è dietro, alle sue spalle, e poi sul lato più distante rispetto alla cantina; tira anche un bel venticello, eh. A vederla dal basso già s’intuisce che i filari, più o meno a metà della vigna, disegnano una curva; la pendenza è impegnativa ma lo si capisce bene soltanto all’arrivo su in alto.

Il Cancelliere, le botti

S’è anche fatto qualche assaggio in bottaia: i vini che saranno, pane e prosciutto crudo, tutto rigorosamente di produzione familiare. A parte gli ottimi Gioviano e Nero Né del millesimo 2008, scelgo il Taurasi Nero Né 2007, non ancora in commercio e fermo lì in bottiglia ad aspettare, paziente, di essere finalmente pronto. Ché il tempo, si sa, è fondamentale; a maggior ragione per l’aglianico. Più astringente, più duro (anche nelle spezie). Più austero, ecco. Ma che ho apprezzato ancor più qualche ora dopo l’apertura, ormai a casa, e poi ancora il giorno dopo.

Se capitate a Montemarano una capatina tocca farla. Quella dei Romano è famiglia e azienda che vale la pena conoscere.