Cantine Viola, il Moscato di Saracena

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Il moscato è davvero il vitigno nazionale italiano perché, più di ogni altro, ovunque regala risultati straordinari rivelando le pieghe più intime di ciascun terroir regionale. In Campania purtroppo sono pochissimi (Masseria Parisi, Santiquaranta, Valcalore) coloro i quali ci credono, ma alcuni hanno il dovere di iniziare a farlo come ho chiesto insistentemente a Bruno De Conciliis durante una cenetta improvvisata a casa con Silvia Imparato davanti allo splendido Moscato di Saracena, uno dei tre presidi Slow Food dedicati al vino, con cui si è presentato Vito Puglia. Ha fatto il paio con un Sauternes S.Helene del 1992, puro tartufo bianco, ma talmente tipico e profumato il naso di entrambi, così esercitati i palati, che a nessuno è venuto in mente di fare altro confronto se non nel comune denominatore di chi sa bene interpretare la terra dove lavora. Luigi Viola, maestro elementare in pensione, da sempre appassionato di natura e agricoltura, dopo aver insegnato per 35 anni, ha deciso di dedicare le sue energie al recupero di questo passito coinvolgendo l’intera famiglia: la moglie Margherita e i figli Roberto, Alessandro e Claudio. Lo fa in maniera eccezionale: il naso aromatico del 2003 parla di bergamotto, albicocca matura, ancora agrumato e un po’ di pepe bianco, bella struttura, finale elegante, pulito, molto lungo, ottima anche la freschezza nonostante l’annata siccitosa che in Calabria ha bloccato a volte la maturazione dell’uva perché le piante non hanno sopportato lo stress idrico. Saracena è un comune nel Parco nazionale del Pollino dove la tradizione del Moscato è sicuramente documentata sin dal ‘500. Il vino è in realtà un blend di moscato, guarnaccia, malvasia, odoacra e vede il mixage di due mosti diversi. Dopo la raccolta le pigne sono appese a graticci ombreggiati dove si cura l’appassimento per almeno 20 giorni, poi gli acini sono scelti manualmente uno per uno eliminando quelli con muffe indesiderate e altri difetti. Segue la pigiatura estremamente soffice, a mano, da cui si ottiene il secondo mosto. I due mosti, quello «passito» e quello «cotto», vengono poi uniti in percentuali sempre diverse per ciascuna stagione, in modo da provocare la fermentazione assolutamente naturale sui propri lieviti per almeno due settimane.
Dopo due o tre travasi e circa sei, sette mesi di attesa si procede all’imbottigliamento: va consumato in genere nell’arco dei due anni dalla vendemmia. Lo trovate nei posti giusti, come Don Alfonso, il Poeta Contadino ad Alberobello, Dattilo a Marina di Strongoli, da Peppe a Rotonda.