Carlo Cambi non può passare

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Critica della critica acritica

Sabato 15 settembre, quattro giorni dopo l’anniversario dell’attacco fondamentalista a New York che tante pesanti conseguenze ha avuto sull’export agroalimentare italiano, Carletto Cambi, dopo un lungo allenamento, si è scagliato contro le sue Torri Gemelle, Slow Food e il Gambero Rosso anche se il vero obiettivo resta il Pentagono, quell’Espresso dentro il cui gruppo ha lavorato a lungo, a Repubblica Napoli, poi nell’Economico e infine come fondatore dei Viaggi di Repubblica. Lo ha fatto con un articolo pubblicato sul Giornale (www.ilgiornale.it) nel quale, attraverso un pestaggio mediatico violentissimo, mancava solo la richiesta finale di arresto, ha elevato una barriera etico-morale tra lui e il resto della critica enogastronomica italiana. Lui è il Bene, gli altri il Male.
L’operazione, sul piano della comunicazione, gli è riuscita in pieno: dopo qualche anno di oscuramento seguito alle sue dimissioni da Repubblica, ha rimesso i piedi nel piatto in maniera eclatante, costringendo tutti, noi compresi, ad occuparci di quel che ha scritto, nel web è l’argomento. Del resto nel nostro paese rende molto strillare in maniera poco documentata e lui, persona arguta e preparata, ha colto questa opportunità sfondando sull’unico vero punto debole del suo oggetto di attacco, una ingenua mancanza di comunicazione ufficiale. Auguri.
I lettori di questo sito mi perdoneranno se mi occupo, per la prima volta in quasi quattro anni, di una polemica lanciata altrove, ma ritengo importante respingere alcuni concetti contenuti in quell’articolo che non possono assolutamente passare se non vogliamo distruggere la critica enogastronomica italiana sostituendola con il dilettantismo individuale e la comunicazione che solo, davvero, le grandi aziende e multinazionali potranno permettersi ove mai saltasse la mediazione giornalista e specialistica. Il nodo della questione è questo. Non come si fa la critica, ma se sia necessaria. Non il racconto, ma il narratore.
Cambi non è il Peppe Grillo dei maccheroni, ha invece sviluppato la sua carriera nello stesso circuito mediatico, conosce personalmente i protagonisti della vicenda con cui si è attaccato spesso, sia quelli che colpisce a testa bassa, sia gli attori economici, compreso Cazzola con il quale ha avuto rapporti sin dal primo Salone del Vino a Torino. Dico questo per sgombrare il campo da ogni prurito movimentista: non è il nuovo che avanza ma il vecchio che polemizza, anzitutto con se stesso devo ritenere, una catarsi necessaria per tutti quelli che hanno cambiato campo ideale.
Quello che mi spinge a scrivere queste considerazioni non è il merito delle questioni un po’ fumose sollevate su presunti conflitti d’interesse, tutti i protagonisti insultati sono personalità fortissime e in grado di replicare nel modo e nelle forme che riterranno opportune, bensì il substrato ideologico dell’operazione che è ben più pericoloso e insopportabile delle accuse specifiche.
L’incipit è infatti incredibile: <Mentre gli italiani, alle prese con la spesa sempre più cara, fanno lo sciopero della pastasciutta la sinistra di caciotta e di governo, quella che magnifica i vini e i ristoranti da trecento euro, è squassata da un affaire economico politico>. Come tutti gli apostati, nella vita difatti si può cambiare religione e credo politico (non la squadra di calcio, a parte Emilio Fede), Cambi nell’attaccare rivela però il substrato ideologico su cui è maturato, in questo caso una corrente pauperistica ben presente nella sinistra sin dai tempi di Ned Lud secondo la quale il male è grande, ricco, opulento, commerciale, redditizio mentre il bene è piccolo, povero, brutto, introvabile. Secondo la quale il riscatto passa attraverso la distruzione dell’esistente tout court e non governando i processi. Credo che fra tutte le accuse, frullare questo luogo comune che fa da sponda al nulla è la peggiore e la più ingiusta, la più insopportabile. Sappiamo tutti infatti che i top wine italiani sono tra i più convenienti al mondo ed è questo uno dei segreti del loro successo, tanto da costringere i francesi ad abbassare i prezzi del 30% sin dal 2003 per cercare di restare, invano, competitivi sul mercato nordamericano, sappiamo che ad eccezione della Pergola dell’Hilton e di qualche altro, tutta l’alta ristorazione italiana si regge sulla gestione familiare a prezzo di vite molto sacrificate e ricche solo di durissimo lavoro. Ma sappiamo soprattutto che senza le guide di Gambero Rosso e Slow Food, opinabili quanto si vuole, mai e poi mai centinaia di piccoli produttori, di ristoranti e di trattorie avrebbero potuto crescere, fare reddito, migliorare e creare appeal verso le nuove generazioni. Soprattutto mai avrebbero potuto avere un metro di giudizio comune. Loro hanno fatto per la gastronomia quello che la tv per la lingua: hanno unificato il paese. In Italia, oltre la moda, l’unica cosa nuova inventata negli ultimi venti anni è proprio il Food, per il resto è uno stare fermi o rincorrere altri paesi, persino nel turismo. Sappiamo del resto che entrambi gli editori citati pubblicano anche belle e complete guide sul vino quotidiano e a basso prezzo e sulle osterie. Come ben sa Cambi, lo star system fa notizia, ma la ciccia è costituita dal resto della piramide produttiva, proprio come nella moda: è il successo delle grandi firme che crea il marchio Italia.
Questo è avvenuto anche perché nonostante il disastro del metanolo alcune persone, Veronelli, Petrini, Bonilli, Cernilli, Barendson,Vizzari, Cremona, Ricci, Raspelli, hanno letteralmente COSTRUITO la critica enogastronomica in Italia prima inesistente se non nella figura di qualche giornalista che si andava abboffando in giro o nella maniacale pignoleria di qualche gourmet appassionato. Simpatici, antipatici, condivisibili o meno, in competizione fra loro, questo è però il dato storico che non bisogna mai dimenticare quando si scrive e quando si critica. Niente sarebbe stato, compreso questo sito, se alcune persone (mentre, mo’ ci vuole, la sinistra ufficiale politica era impegnata nella difesa pauperistica del lavoro salariato davanti ai cancelli della Fiat opponendosi ad ogni innovazione), non avessero intuito con anticipo geniale la grande miniera costituita dall’agroalimentare italiano e dalle possibilità di sviluppo, come poi è stato. Naturalmente, tutto evolve, saranno anche trasformate la missione e la struttura, ogni cosa umana ha un ciclo, cambia mano, ma non bisogna mai dimenticare il punto basilare di partenza: se oggi esiste una possibilità per il settore primario in Italia è perché ci sono stati questi movimenti e queste persone.
Ammettiamo che Carlo Cambi abbatta le sue torri: cosa resterebbe? Ripeto, qualche appassionato in giro per il suo piacere e la comunicazione degli uffici stampa di chi se li può permettere, in realtà le due facce di una stessa medaglia.
Un altro punto che non può passare è la polemica sui soldi pubblici: francamente non vedo niente di male e non capisco quale sia il problema. Meglio spenderli per le missioni militari in Iraq? O per sostenere i costi della politica? Magari lo Stato coordinasse e investisse con decisione in questo settore, ce n’è davvero molto bisogno visto che il sistema non riesce a costruire una immagine forte e unitaria: se il vino e il cibo italiano sono migliorati nella percezione del mercato anglosassone e si sono affacciati su quello asiatico ciò è dovuto proprio all’esistenza di queste associazioni e alla capacità di imprenditori che in queste cose hanno creduto sino a investire se stessi e i propri beni.
Fatte queste premesse, si può discutere se i riconoscimenti siano diventati obsoleti, se ci siano modifiche da fare nel rapporto tra critici e produttori, se ci siano conflitti di interesse, se ci sono stati premi dati a vini e ristoranti cattivi. Chi fa, sbaglia: ma su questo, sul rapporto tra critica, giornalismo e produzione, ho già scritto due anni fa nel Wineport diretto da Franco Ziliani, quello sì un esempio delizioso di come si usa l’arma della polemica senza mai scadere e usando rigore professionale, e tanto basta.
Ho inoltre trovato nauseante e ripugnante il riferimento a Napoli, come se la Regione e gli enti pubblici prima di fare qualcosa debbano sempre chiedere scusa per una emergenza irrisolta, come se la Sicilia prima di presentare i vini dovesse vincere la mafia o la Lombardia l’inquinamento ambientale peggiore in Europa. Scrive Erri De Luca: nessuno, tranne il Vesuvio, ha il diritto di guardare questa città dall’alto in basso, peggio quando non si ha idea dello scontro sociale durissimo in corso nelle strade ogni giorno, dove ci sono decine di morti che le mammolette fingono di ignorare. Quando lo fanno persone che ci hanno lavorato e guadagnato diventa disgustoso, scusate anche questa mia caduta di stile, ma sono davvero arrabbiato. Certo, governare Camerino crea qualche problema in meno, ma forse non è la stessa cosa.
Infine c’è la questione del <sistema> da cui Cambi evidentemente prova a tirarsi fuori. Non so cosa indichi oggi questo termine, ricordo il significato che gli attribuivano gli stragisti fascisti negli anni ’70: vedo persone che lavorano, studiano, girano con passione e con cultura. Vedo persone che costruiscono lavorando e lottando per superare pregiudizi e difficoltà in campagna, vedo per la prima volta da quando sono nato una speranza, una possibilità per l’agricoltura del Mezzogiorno. Vedo giovani parlare e impegnarsi su queste cose. Se questo è il sistema, allora va consolidato, difeso con i denti, presidiato, sviluppato.
Certo, ciascuno ha le sue ambizioni, le sue convinzioni e i suoi obiettivi, ma il lavoro assegnato a coloro i quali per costruirsi un ruolo cercano solo la distruzione è noto: fare il gallo sulla munnezza.
Anche perché, a differenza dei kamikaze fanatici, badano bene a far indossare agli altri le cinture esplosive.