Cecubo 1990 vino da tavola

Letture: 40
Cecubo 1990

Proviamo questo Cecubo 1997? «Per la verità ho il 1990, vediamo com’è». Così Paolo Gramaglia, patròn del ristorante Il President di Pompei tira fuori una vecchia bottiglia comprata dal padre mentre in cucina organizza un filetto al sangue con lenticchie e friarielli. Non dovete sforzarvi a trovare il lieto fine visto che state leggendo la rubrica. Ancora una volta insistiamo sul tempo, sul valore aggiunto della capacità dei vini vulcanici di invecchiare, come unica possibilità per fare la differenza e specializzare il territorio. 1990, quasi vent’anni fa: piuttosto che fare il solito giochino su cosa succedeva allora, osserviamo che il Cecubo era un vino da tavola, come il Vigna Camarato del resto, mentre la doc Falerno era stata riconosciuta da appena un anno. Villa Matilde presentò subito il trittico da cui fondamentalmente non si è mai mossa, ossia il Vigna come fascia alta, un cru aziendale di Aglianico, il Cecubo come bottiglia media (all’epoca oscillava intorno alle 8.000 lire) e infine il Falerno base. A quell’epoca si dichiara il Piedirosso e altre uve, identificate successivamente come primitivo e abbuoto, blend ancora in uso per il Cecubo, oggi Roccamonfina igt e non più vino da tavola. La prima annata di produzione fu il 1985, ma non esiste praticamente archivio aziendale, iniziato solo nella seconda metà degli anni 90. Grazie allo scorrere del tempo da bottiglia di medio calibro si è trasformato in vino evento, capace di riempire una serata. Impressionante la forza espressiva, la freschezza, la mineralità, il corpo e la struttura, la possibilità dichiarata di invecchiare ancora, il colore tonico e vivo, granato con unghia appena aranciata. Devo dire che è stata una beva molto appagante, ennesima prova di superiorità del terreno vulcanico di Roccamonfina su molti altri terroir italiani. Non ci stancheremo mai di invitare le aziende, piccole e grandi, a crearsi l’archivio, a non trasformare i vini in buatte di pummarole che devono uscire dai capannoni di stoccaggio, bensì entrare nell’ottica che quel che non si vende adesso varrà il doppio l’anno prossimo. Le continue, ma ancora rare prove, vanno sicuramente in questa direzione. E quel che più colpisce è la naturalità priva di progetto con cui tutto questo avviene: il Cecubo 1990 non era mai stato pensato per durare vent’anni ed è una fortuna che sia finito in un ristorante di tradizione dove è avvenuto il passaggio di padre in figlio. Proprio come a Villa Matilde dove Tani e Maria Ida hanno preso saldamente le redini dell’azienda fondata dal papà Francesco. Due certezze che si sono incrociate per caso. Ci auguriamo che in futuro avvenga per un progetto.