Centomoggia Casavecchia 2005 Terre del Volturno igt

Letture: 40

TERRE DEL PRINCIPE

Uva: casavecchia
Fascia di prezzo: da 10 a 15 euro
Fermentazione  e maturazione: legno

Immaginate un piatto di pasta semplice ma perfetto, diciamo uno spaghettone di Faella condito con un ricciolo di burro di Naclerio. E poi, a fianco, una carbonara, anche questa preparata con tutti i crismi, magari usando il guanciale allardato di Tommaso Salumi e le uova delle galline de La Campestre. In una tavola di dieci persone sarà difficile trovare una che pur apprezzando la prima ricetta, la sceglierà: si tratta in realtà di pasta in entrambi i casi, però, al tempo stesso di due cose diverse, ma, soprattutto, è impossibile tornare allo spaghetto con il burro dopo la bella carbonara. Credo che fra lo stile rigorosamente tradizionale e quello moderno, cioé con concentrazione in vigna ed elevamento in barrique, la differenza sia tutta qui, nell’offrire la possibilità all’uva di regalare percezioni completamente diverse ma amplificate. Pensavo a questo, qualche giorno fa, quando nel corso di un pranzetto abbiamo alternato due vini, un potente Taurasi di uno dei miei produttori preferiti rigorosamente tradizionale a cominciare dal colore, e lo spettacolare Centomoggia 2005 di Manuela e Peppe. Quando il Casavecchia è entrato in scena non c’è stata più partita, tutti lo hanno preferito, comprese le persone poche abituate a bere e io stesso, tornando al Taurasi, mi è apparso amaro e spigoloso, acido più che fresco. Ed è stato questo cambio di passo ad aver consentito al vino italiano di diventare competitivo e capace di razionalizzare uno stile comprensibile anche ai mercati stranieri oltre che a quelli locali. Sia Luigi che Manuela e Peppe hanno ormai dieci anni di esperienza con questo vitigno e si vede tutta: il naso è terribilmente avvolgente perché ci parla tanto di frutta, prugna matura appena spaccata, liquirizia, spezie dolci come la cannella, note balsamiche, in un valzer continuo e infinito, capace di continuare anche dopo due giorni dall’apertura della bottiglia. In bocca, qui c’è Moio, la piena e totale corrispondenza fra le attese olfattive e l’impressione del palato, con una iniziale sensazione dolce che segna sempre la presenza del vino lungo tutta la durata della beva, una occupazione totale, circolare ma di carattere, morbida ma non piallata, fortissimo anche qui il richiamo alla frutta e alle note balsamiche e alla liquirizia, un po’ di caffé fresco tostato e cioccolata in più, prima della chiusura infinita lunga e soprattutto molto pulita. Ti accorgi allora che la freschezza sostiene la sensazione dolce senza consentirle mai di diventare zuccherina, una acidità ben presente nell’uva come si può verificare provando campioni di altre aziende dove non c’è questo uso consapevole del legno: in poche parole, è un vino capace di esprimere un progetto, una idea che inizia sin dalla campagna con rese per ettaro che viaggiano su circa 60 quintali ad ettaro e proseguono in cantina con tecniche ormai sperimentate. Alla fine esce fuori questo campione opulento, di gran classe, capace di imporsi proprio per la sua spiccata poliedricità, dalla sicura evoluzione nel corso degli anni perché aprire la 2005, che si conferma grande annata per i rossi campani, è stato un aborto per cui chi vuole può segnalare questo reato a Giuliano Ferrara. Lo abbinerei, per la sua forza, al conciato romano della famiglia Lombardo de Le Campestre: un pizzico e un bicchiere, una chiacchiera e un bicchiere e vai così.

Sede a Castel Campagnano, Contrada Mascioni. Tel.335.5878791. www.terredelprincipe.com Enologo: Luigi Moio. Ettari: 3 di proprietàe 7 in affitto. Bottiglie prodotte: 16.000. Vitigni: pallagrello bianco, pallegrello nero e casavecchia.