Chiacchiere distintive. Massimo Di Renzo, l’enologo della Mastroberardino

Letture: 97
Massimo Di Renzo

di Angelo Di Costanzo

Massimo Di Renzo proviene, come molti talentuosi eno-tecnici campani, dalla storica Scuola Enologica di Avellino; all’epoca, non esistendo ancora corsi di laurea in enologia e viticoltura, si è andato a laureare in Scienze e Tecnologie Alimentari presso l’Università degli Studi del Molise a Campobasso. Dalla sua una vendemmia da stagista alla cantina del Taburno di Foglianise mentre subito dopo il diploma, a metà del percorso universitario, aveva già avviato un solido praticantato presso Colli Irpini-Montesolae, diventando praticamente uno studente lavoratore a tempo pieno. Rimasto lì per undici anni, è arrivato da qualche anno in Mastroberardino dove certamente vive una esperienza memorabile.

Allora Massimo, come nasce innanzitutto la tua vocazione per il tuo mestiere?

Direi che é nata con me. Da sempre ho avuto una grande passione per le vigne, la terra, il gusto del vino. Ricordo che mi piaceva tanto assistere alle pigiature dell’uva con i piedi, alle svinature manuali con il torchio e ai travasi artigianali che si facevano in famiglia durante la mia infanzia. Non ho avuto dubbi nello scegliere il mio percorso formativo e nel riconoscere le mie inclinazioni. Mi ritengo un eletto perché ho studiato con passione e faccio un lavoro che mi piace tanto.

Qual è il tuo approccio con l’enologia, il tuo manifesto?

Il mio obiettivo è realizzare un’enologia coerente, cosa difficile e dai risultati non sempre immediati. Nella pianificazione e nella realizzazione di un vino mi prefiggo sempre di essere fedele alle espressioni varietali senza mai tradire la vocazione del territorio. Ritengo che ci sia ancora molto da scoprire sulle potenzialità delle nostre varietà.

Chi sono stati i tuoi riferimenti in materia, chi ti ha ispirato di più?

Ho avuto la fortuna di lavorare fianco a fianco con molti professionisti validi e ognuno a suo modo è stato importante per me. Ho cominciato con Angelo Pizzi che mi ha inserito nel settore seguendo i miei primi passi, poi ho incontrato Carlo Corino, persona rigorosa e molto preparata. Alla Mastroberardino la collaborazione con Dubourdieu mi ha ulteriormente arricchito e il contatto quotidiano con il dott. Antonio mi da la sensazione di attingere ad una fonte inesauribile di esperienza e ad una insostituibile memoria storica.

Sei, già da qualche anno, in Mastroberardino, indubbiamente l’azienda più importante in Campania e certamente tra le più blasonate in Italia; è un punto di arrivo o un punto di partenza?

Un punto di arrivo per l’obiettivo di far parte di una realtà pilota e di riferimento, ma un punto di partenza per la mia crescita professionale. Il vantaggio di far parte di un’azienda così prestigiosa e organizzata è rappresentato soprattutto dal lavorare in team. Si lavora meglio, si approfondiscono diversi aspetti e tanti dettagli, confrontandosi continuamente. Questo confronto porta ad una evoluzione molto più organica e completa, e le continue sfide vengono affrontate con maggiore forza.

L’enologo viene spesso dipinto, dalla critica soprattutto, come un mago di cantina quando non addirittura uno stregone, tanto che pare nascere la moda di produttori fai da te, orgogliosi di fare a meno dei vostri servigi; tu come la pensi?
È necessario fare una distinzione: un vino di qualità va prodotto in maniera professionale, sfruttando al massimo le conoscenze in materia, le migliori tecnologie. Bisogna entrare nella mentalità che questa professione necessita di svariate competenze: l’enologo è sempre più proiettato sulla viticoltura, sulla conoscenza del territorio e delle sue peculiarità, sul concetto di cru. Non bisogna mai improvvisare: solo così si realizzano vini che lasciano un segno!

In giro, in Campania, ci sono tanti bravi giovani enologi; tralasciando di fare nomi, quali sono però le attitudini che più ti convincono del loro operato?

Come sempre la presenza delle nuove leve porta una ventata di freschezza. Gli enologi di oggi sono più sensibili alla ricerca e hanno una preparazione di base superiore al passato. La proiezione verso tecniche alternative e verso la sperimentazione di nuovi prodotti resta un ambito interessante. Bisogna prendere atto che il livello medio della qualità dei vini campani sta crescendo molto negli ultimi anni.

Dove invece bisogna stare più attenti?
Non bisogna deludere il consumatore, e per farlo bisogna essere prima di tutto sensibili e aggiornati, nel senso che non si può lasciare al caso l’igiene della cantina, la formazione del personale, l’approfondimento scientifico dei diversi temi tecnici che caratterizzano il settore.

Qual è il vitigno che ti ispira di più, quello su cui puntare ciecamente?

Ho particolare preferenza per i bianchi. Il Greco è quello che mi intriga di più, che mi sfida più degli altri ad ogni vendemmia.

Dimmi invece quello che secondo te potrebbe rappresentare una sfida interessante, e per contro, quello di cui faresti veramente a meno?
Non esiste un vitigno del quale si possa fare a meno e la sfida sta proprio nel capire anche per le cultivar minori com’è possibile esprimerne le potenzialità qualitative.

Bolle qualcosa di nuovo in pentola da Mastroberardino?

Certo. Come sai Mastroberardino è un’azienda molto dinamica e sempre attenta alla ricerca e allo sviluppo dei vini. Stiamo portando avanti tanti progetti. Con grande soddisfazione ti annuncio l’uscita di 3 diverse tipologie di passito estremamente interessanti: un fiano da uve appassite con muffa nobile, un aglianico da uve appassite con muffa nobile e un aglianico da appassimento classico.

Il Taurasi, indubbiamente un grande vino, ma per molti ancora non del tutto espresso: se un errore c’è stato dove si è sbagliato, e dove invece secondo te bisogna fare assolutamente meglio?

A costo di sembrare retorico: è in vigna che si deve fare il lavoro più grande, più minuzioso, curando ogni particolare. Ci sono diversi biotipi di uva aglianico, e per molti di essi non ci sono ancora adeguate informazioni tecnico-scientifiche. Bisogna sempre più valorizzare i “single vineyard” e i cloni più adeguati, approfondire lo studio delle interazioni vitigno-terreno-microclima.  Probabilmente uno degli errori fatti è stato quello di considerare l’aglianico “il fratello maggiore del Barolo” o “il Barolo del sud” o fare riferimento ad altri vini e vitigni di zone diverse, e non pensare all’aglianico nelle sue unicità.

C’è secondo te, in generale, un vino memorabile?

Ogni volta che assaggio un vino che per me è il top, sono cosciente che ne troverò uno in grado di superarlo e quindi il mio livello di aspettativa sale sempre di più.

Una domanda ancora, l’ultima: se tu fossi un sommelier intento a consigliare un vino campano ad un cliente deciso a bere il più rappresentativo qui prodotto?

Posso sembrare di parte, ma da sempre i Taurasi di Mastroberardino rappresentano per me la più  valida espressione del vitigno e del territorio.

4 commenti

  • […] Questo articolo esce in contemporanea anche su Luciano Pignataro WineBlog. […]

  • Antonio

    (9 marzo 2011 - 15:54)

    Massimo, poche parole per definirlo: umiltà, competenza, trasparenza e passione per il proprio lavoro. Il risultato è garantito. Complimenti !!

  • michele

    (9 marzo 2011 - 19:13)

    Antonio concordo un ottimo amico e una persona molto disponibile che oggi rappresenta un punto di riferimento per la MASTROBERARDINO E L’ENOLOGIA CAMPANA.
    BRAVO CONTINUA COSI’

  • Roberta

    (11 marzo 2011 - 15:21)

    Che dire…La classe n’est pas de l’eau

I commenti sono chiusi.