Cous Cous festival sagra del precotto? Marilù Terrasi attacca


Cous Cous Festival

Cous Cous Festival

Il mitico Cous Cous Festival di San Vito Lo Capo è diventata la sagra del precotto? Scoppia la polemica!
Pare proprio di si. Ecco cosa scrive Rocco Moliterni sulla Stampa

«Che cosa c’entra un cous cous industriale prodotto a Ferrara, in Emilia Romagna, con San Vito Lo Capo e la tradizione enogastronomica siciliana? È come se a Ferrara il Festival della Salama da sugo venisse sponsorizzato da una Sicilsalumi di Roccapalumba, che vende nei supermercati prodotti industriali e pretende di venderli anche al festival»: a mettere sotto accusa il Cous Cous Fest di San Vito Lo Capo, che aprirà i battenti il prossimo 18 settembre è Marilù Terrasi, ristoratrice del Pocho di San Vito. A questa specialità ha dedicato anni di ricerche ed è fiera di essere «una che “incoccia” il cous cous a mano».

 

Marilù Terrasi del Pocho

Marilù Terrasi del Pocho

Non è certo l’epilogo a cui pensava Giancarlo Lo Sicco, scomparso cinque anni fa, quando ideò questa manifestazione e forse a volte è un bene non esserci più.

Nel 2008 il collega Martino Iannone dell’Ansa andò come un sempli cliente alla manifestazione e se ne tornò talmente preoccupato e insoddisfatto da scrivere una lettera su questo blog sul cous cous Festival
Martino scriveva tra l’altro
Dopo la ressa della coda “all’italiana”, ti attende un piatto di cartone rigido nel quale il cous cous soffre accanto al suo scarno condimento. Nell’altra mano poi ti mollano anche un mezzo bicchiere di vino, bianco o rosso locali (!) spillati da un mega tetrapack. Resti in piedi con la busta di carta delle posate di plastica in bocca e per raggiungere uno spazio vitale invochi il teletrasporto di Star Trek. Quando finalmente raggiungi una parete libera ti appoggi e resti immobile indeciso su quale mano liberare. I piu’ audaci provano a sedere su uno scalino umidiccio di vino o brodaglia colati. Modi berberi da cous cous? No, anomalie barbariche and stop. Non portate i bambini.

Il successo, scriveva Veronella, banalizza i  vini. Vale per tutto, anche le persone escono quasi sempre a prezzi dal successo.

Quel che accade a San Vito è un processo che riguarda quasi tutte le sagre italiane di cui ha scritto Marco Contursi: si pensa al numero e si dimentica non tanto la qualità quanto, piuttosto, la tipicità di un evento.
Tanti paesi inseguono il miraggio di lavorare tre giorni per non fare un cazzo tutto il resto dell’anno. In effetti se devo arrivare sino a lì per mangiare cous cous precotto posso anche restare a Milano almeno non spendo soldi per il viaggio.

Velocità e quantità sono state le molle dello sviluppo industriale dell’Occidente, ma stanno per diventare anche gli assi con cui chiudere la tomba di una civiltà che non riesce ad esprimere altri valori, non più appetibili, comunque. E’ proprio il caso di dirlo.

 

 

2 Commenti

  1. Hai centrato in pieno.Complimenti!Mi farebbe piacere continuare a seguirci.Marilù Terrasi

  2. Purtroppo è un problema di cultura e di business: c’è stata una palese incapacità a gestire l’evento.Trasformazione in kermesse nazional-popolare alla faccia della tradizione. Insomma una barbarie culturale per il quattrino.

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