Dal folklore a regione leader del Sud: per una storia dei vini della Campania

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Corrado D’Ambra, primo presidente del Movimento Turismo del Vino. Scomparso nel 2005 (FotoPigna-2001)

In origine erano Mastroberardino in Irpinia, Moio a Mondragone e D’Ambra a Ischia. Circondati da vinificatori che compravano uve in tutto il Sud per dissetare Napoli e da migliaia di produttori che si bevevano beato il loro vinaccio autoprodotto vantandone la genuinità.

Antonio Mastroberardino

Sembra incredibile, ma appena vent’anni fa i vini campani erano totalmente inesistenti nell’immaginario collettivo italiano, addirittura si pensava che al Sud non potesse essere possibile fare vini di qualità mentre i bianchi erano relegati nel folklore delle brocche delle trattorie di mare consumati nel giro di pochi mesi.
Oggi la regione è immediatamente alle spalle di Piemonte, Veneto e Toscana per il peso specifico nella critica enologica nazionale e internazionale, le aziende sono passate da una trentina a oltre 400, il paesaggio rurale è completamente cambiato e la vite resta la migliore sentinella contro l’aggressione del cemento non solo in Cilento, in Irpinia e nel Sannio, ma anche nella stessa città di Napoli.
Questa rivoluzione è stata fatta dai privati, dalle aziende e dagli uomini che hanno creduto nella viticoltura e che, a differenza dell’industria che ha lasciato cattedrali inquinanti sparse nelle aree un tempo incontaminate, non ha avuto finanziamenti statali. Anzi, spesso la burocrazia è ben più dannosa di una grandinata per chi si impegna a lavorare la terra. Ogni cantina è sottoposta ad oltre 30 controlli.

La vigna Frassitelli a Ischia

È dunque un settore che cammina con le proprie gambe, respira aria positiva e ottimismo, si è svecchiato con l’ingresso di giovani e si è ingentilito grazie al peso crescente delle donne. È finito il tempo in cui la Campania era rappresentata a Verona in un padiglione di 400 metri quadri occupato dalle aziende del limoncello.

Bruno De Conciliis con Silvia Imparato

Il primo passo viene fatto da Silvia Imparato a Montevetrano, nella sua tenuta di campagna a ridosso di Salerno, dove con l’aiuto di un gruppo di amici, tra cui l’enologo Riccardo Cotarella, riesce a creare un vino leggendario, ancora oggi ricercato in tutto il mondo, a base di cabernet sauvignon, merlot e una punta di aglianico. Era il 1992. Il Montevetrano ha dimostrato una cosa oggi lapalissiana: in Campania e al Sud è possibile fare grandi vini rossi.

Riccardo Cotarella

Ma la fortuna della regione è stato l’impulso bianchista dovuto a due filoni. Il primo vede protagonisti Leonardo Mustilli, Angelo Pizzi, Francesco Martusciello e altri esperti appassionati che ripescarono la Falanghina e la iniziarono a vinificare. Nell’arco di due o tre stagioni questo bianco, venduto a buon prezzo, cacciò dagli scaffali di trattorie, pizzerie e ristoranti i bianchi veneti che all’epoca dominavano il mercato imponendosi al consumo.

Elena Martusciello

Un grande contributo venne anche dalla Cantina del Taburno e dalla nascita dell’azienda Grotta del Sole della famiglia Martusciello che salvarono, rispettivamente, l’Aglianico del Taburno e la Coda di Volpe la prima, la Falanghina, il Piedirosso, il Gragnano e l’Asprinio la seconda. Ancora oggi possiamo affermare che se la viticoltura ha preso la giusta direzione nelle province di Benevento e Napoli è stato grazie a questo impulso iniziale molto forte e poi all’esempio di viticoltori come Venditti, Ciabrelli e Ocone nel Beneventano.

Il professore Antonio Troisi nel 1994 fotografato da Lino Sorrentino durante la mia prima visita alla sua azienda per un articolo sul Mattino.

Il secondo grande filone bianchista è l’Irpinia dove la produzione di Fiano e Greco registra un numero sempre crescente di protagonisti: oltre la Mastroberardino, Terredora nata dalla separazione tra Walter e Antonio, la Feudi di San Gregorio, Clelia Romano, Benito Ferrara, Vadiaperti. Basti pensare che in questo arco di tempo siamo passati dalle 12 aziende presenti nel 1990 alle attuali 160 solo in Irpinia.

 

Enzo Ercolino

L’Irpinia ha in questa fase tolto la leadership a Benevento anche grazie a personaggi che hanno portato la Campania in tutto il mondo.

Il professore Luigi Moio sul casavecchia

Nel 1994 Luigi Moio torna da Bordeaux e inserisce per primo l’uso della barrique da Caggiano e poi dai Feudi, contemporaneamente Enzo Ercolino si afferma come grande comunicatore del vino campano facendo conoscere ovunque Fiano, Greco, Falanghina e imponendoli sui mercati di Roma, Milano e negli Stati Uniti. Su questa spinta emergono Salvatore Molettieri e Antonio Caggiano, capaci di esprimere non solo il vino, ma anche il territorio di Taurasi. Caggiano in particolare costruisce una cantina per l’accoglienza.

Salvatore Molettieri con Antonio Caggiano

Questa frettolosa panoramica non sarebbe completa se non raccontassimo ancora del ruolo svolto dalla famiglia de Conciliis e da Luigi Maffini nel Cilento, dove un intero territorio è stato recuperato all’attenzione mediatica grazie al ruolo svolto da Bruno e da Luigi. E, ancora, dal peso giocato da Francesco Paolo Avallone e poi dai figli Tani e Ida con Villa Matilde nel Casertano nella tutela del Falerno.

Manuela Piancastelli e Peppe Mancini

Proprio il Casertano ha riservato dolori e nuove gioie. Da un lato l’Asprinio come unico caso, sinora di insuccesso in un panorama così ricco di biodiversità. Dall’altro l’affermazione del Terra di Lavoro di Fontana Galardi che ha fatto quasi da contraltare al Montevetrano nell’area Nord sempre con Cotarella protagonista. E, infine, la riscoperta dei vitigni Pallagrello Nero, Pallagrello Bianco e Casavecchia a opera di Peppe Mancini e Manuela Piancastelli.
Ma qui, ormai, siamo passati dalla storia alla cronaca, perché parliamo della fine dei fantastici anni ’90 e l’arrivo nel decennio difficile del vino italiano di una Campania ricca di protagonisti, biodiversità, tipicità (la igt è l’unica in Italia non prevedere vitigni internazionali in etichetta), varietà di offerta e buon rapporto tra qualità e prezzo.
E il sogno continua grazie ai giovani enologi, imprenditori e comunicatori che si stanno affacciando sulla scena.

Articolo pubblicato sul Mattino del 7 aprile 2011 nelle pagine dedicate al Vinitaly

11 commenti

  • Lello Tornatore

    (13 aprile 2011 - 09:21)

    Sarebbe interessante anche postare le foto di tutti quelli che hanno remato, e continuano a remare, contro la riscossa della vitivinicoltura campana sia producendo atti contro, che col semplice immobilismo della propria posizione istituzionale…

    • luciano pignataro

      (13 aprile 2011 - 11:54)

      Uno che ha avuto un ruolo negativo è sicuramente l’ex assessore Nappi con faraoniche e dispendiose presentazioni di progetto dell’Enoteca Regionale, spese di stampo elettoralistico, finte inaugurazioni dell’enoteca di Taurasi e molto, molto altro ancora, tipo niente sostegno alla ricerca. E prima di lui Cozzolino che riassumeva gli assessorati all’Industria e all’agricoltura in una concentrazione di ruolo in cui la civiltà rurale campana che occupa il 60% del territorio è stata mortificata e trascurata.
      Un periodo buio dal quale sarà difficile risollevarsi nei prossimi anni a livello istituzionale

      • Lello Tornatore

        (13 aprile 2011 - 13:03)

        Mi hai tolto…le lettere dalla tastiera!!! Aggiungerei solo i loro… referenti locali ;-))

        • arturo manfredi

          (13 aprile 2011 - 14:24)

          mi sembra di capire che i livelli istituzionali regionali siano molto lontani dalle realtà produttive, nel senso che le politiche fin qui espresse tengono conto solo di premialità elettoralistiche, il processo iniziato ormai da + di 10 anni tende allo svuotamento delle funzioni degli apparati tecnici dei serivizi di sviluppo a favore di “politici” amici e di strutture da questi governati. fare i nomi diventa complicato, il radicamento capillare sul territorio è molto ampio e si intreccia a diversi livelli.
          Il filo conduttore è: utilizzare i fondi europei per costruire consenso e clientele, realizzando infrastrutture di servizi che si collocano all’esterno della Pubblica Amministrazione e sono in grado di canalizzare le risorse pubbliche. Vanno quindi elencati i nomi non dei singoli personaggi (che sono troppi) ma delle strutture, x es. CRAA, Città della Scienza, i vari GAL ovvero quei centri di potere dislocato che in nome di una rinascita territoriale e/o di “competenze” in realtà servono a drenare soldi. Domanda: qualcuno ha mai chiesto la rendicontazione QUALITATIVA del Feasr? a cosa sono serviti gli enormi flussi di danaro fin qui spesi?

  • Marina

    (13 aprile 2011 - 09:37)

    Mi inquieta notare che la viticoltura dell’area vesuviana in qualche misura rimane indietro, non ha il coraggio di fare quello scatto in avanti necessario per poi decollare. Forse i produttori vesuviani nemmeno sognano di poter emergere al di fuori dei confini regionali, basta piazzare un minimo di bottiglie per andare avanti, poi chi se ne frega. Eppure proprio questo territorio vanta una storia legata alla viticoltura antichissima ed importante, è stato il vigneto che ha fornito Napoli quando questa era una importante capitale europea. C’è grande impegno da parte di pochi produttori a migliorare la qualità dei vini ed a comunicare il proprio territorio con passione e impegno, ma questi sono sempre incostanti e spesso improvvissati. L’impegno di quei pochi, non sto a fare nomi, per me sono giusto 3, ha comunque un grande valore dovendo lavorare su un territorio molto difficile, dove le istituzioni locali sono state per lungo tempo fortemente colluse con la criminalità organizzata e quindi non si sono minimamente preoccupate di valorizzare il territorio, tantomeno hanno mai pensato che la viticoltura costitutuisse un valore notevole per l’ambiente o che potesse essere un motore di siluppo. Prorpio nelle zone più vocate, quali Boscotrecase, Trecase e Terzigno, da sempre le strade sono disseminate di spazzatura e nessuna giunta comunale si è mai impegnata a risolvere i’increscioso problema che ci inonda di vergogna ogni volta che portiamo qualcuno a visitare i bellissimi vigneti di queste aree. Eppure il paesaggio viticolo del Vesuvio è unico e spettacolare, sulla terra nera fatta di lapilli, cenere e lava la vite si arrampica lungo la schiena fortemente scoscesa del vulcano, incrociando la vegetazione del parco Nazionale del Vesuvio, fatta di pini ad ombrello, lecci e profumatissime ginestre, di fronte c’è il panorama mozzafiato del golfo di Napoli ed alle spalle l’imponennte ed inquitante cono del vulcano. Voglio esprimere la mia totale solidarietà a quei tre produttori che continuano ad andare avanti con dedizione ed in totale solitudine.

    • Lello Tornatore

      (13 aprile 2011 - 10:08)

      Mi piace…

    • luciano pignataro

      (13 aprile 2011 - 11:55)

      Hai ragione Marina, somno eroi. Basta pensare quello che è successo all’ultima edizione di Vesuvinum dove nel corso della premiazione non c’è stato neanche rispetto per la memoria di Amodio Pesce.

  • rosario mattera

    (13 aprile 2011 - 11:37)

    Bello,bello e ababstanza esauriente la breve cronistoria, di luciano, sono completamente d’accordo con lui quando dice che era impensabile, fino ad una decina di anni fa parlare di vino di qualità in campania e che grazie all’impulso di alcuni “visionari” produtori si è riusciti a sfondare una montagna che sembrava insormontabile.
    Nei miei Campi Flegrei il processo è stato ed è ncora più complesso e lento, per svariati motivi: la parcellizzazione degli ettari vitati , la vendita dello sfuso di questi “vinelli” chiamati falanghina e per e’ palumm, il poco associazionismo che si fa indiviualismo nelle nostre zone,mentre in un territorio fatto per lo più di piccoli produttori dovrebbe esssere la regola ecc.
    Oggi mi sembra di poter affermare, soprattutto per merito di alcuni piccoli produttori, che si stia percorrendo la strada giusta per fare apprezzare al meglio questi vini, che è fatta si di vini di qualità, e su questo si sono fatti passi da gigante, ma soprattutto il valore aggiunto dei nostri vini è dato dalle bellezze e dei beni immateriali di questo territorio (il terroir), che rende per certi aspetti unici questi vini.
    Ritengo che su una produzione limitata, parliamo di circa tre milioni di bottiglie, il problema non dovrebbe essere quante di queste raggiungono New York o Oslo ma fare in modo che almeno i tre quarti di queste vengano consumate nei nostri territori e che il restante venga ben pagato da chi ha provato i nostri vini ed una volta tornati a casa li paghi per le emozioni che ha vissuto nei nostri territori.

  • giulia

    (13 aprile 2011 - 20:35)

    concordo in pieno, il problema è allargare il campo della programmazione pubblica NON POSSONO ESSERE SEMPRE LE STESSE AZIENDE A FARSI PORTAVOCE DEI BISOGNI DELLA VITICOLTURA CAMPANA. SI DEVE ALLARGARE LA BASE DELLA DISCUSSIONE E PROCEDERE A UN DECENTRAMENTO CHE DIA VOCE ALLE PICCOLE AZIENDE QUELLE CHE IN QUESTO MOMENTO SONO IL NUOVO VOLTO DELLA VITICOLTURA CAMPANA, BUONO , PULITO E SOSTENIBILE

  • Arcangelo Dandini

    (14 aprile 2011 - 10:02)

    Vedere questa foto di Corrado D’Ambra mi commuove e mi riporta indietro di almeno ventanni, quando lui nella sua azienda di Panza d’ischia era immerso nelle sue “visioni” poi divenuti progetti di vino di qualita’ al sud e non solo sulla sua amata isola.
    Quanto impegno , quanto positivismo e anche quanta amarezza a volte nel vedere che il comparto vino del sud non decollava come lui avrebbe voluto. Ora sarebbe qui ad applaudire se non altro ,un po’ piu’ di sistema vino del sud ,di aggregazione rispetto a progetti ed intenti piu’ di gruppii di produttori piu’ coesi.

  • acone teobaldo ambasciatore città del vino e socio promotore club go wine avellino

    (7 dicembre 2012 - 14:18)

    Guardando questi personaggi mi sono ricordato di quello che fo fatto in questi anni nella promozione del terrirtorio cercando di far capire l’importanza della cultura del vino e del territorio.Con l’amico Corrado D’Ambra siamo riusciti a creare in Campania il movimento del turismo del vino con incontri con le altre aziende vitivinicole campane attraverso cantine aperte.Con il dott. Antonio Mastroberardino ho individuato dei vigneti storici di sciascinoso piedirosso e coda di volpe per una sperimentazione con l’Università di Milano e il Prof. Scienza.Con Tonino Troisi mi legava una amicizia molto particolare legata alla coda di volpe che è stata il suo campo di battaglia per la viticultura campana.Con Antonio Caggiano e Salvatore Mollettieri ho scoperto la grandezza del Taurasi e nello stesso tempo la cultura del territorio.Con la Piancastelli mi lega i vari incontri con il movimento del turismo del vino in Campania insieme alla Martusciello.Il Professore Moio mi ha colpito la sua semplicità quando spiega concetti tecnici su gli aromi e sulla attività vitivinicola nazionale e internazionale.
    Enzo Ercolino con la sua personalità di manager ha dato una svolta forte alla vendita dei nostri vini in campo nazionale e internazionale.Bruno De Conciliis e Silvia Imparato ho scoperto quanto fosse importante la viticultura campana in territori non conosciuti prima ma con la loro passione sono riusciti a farsi conoscere a livello nazionale e internazionale.Da ambasciatore delle città del vino ringrazio tutti questi personaggi che mi hanno aiutato nel mio lavoro di promozione del territorio ma nello stesso tempo hanno creato economia in una regione piena di problrmi

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