Daniele Cernilli, Memorie di un assaggiatore di vino, Einaudi (pp.200, euro 12)

Letture: 87

La straordinaria stagione vissuta dal mondo del vino italiano risorto dopo lo scandalo del metanolo comincia riempire le librerie: critici e giornalisti che hanno avuto la fortuna di accompagnare la rivoluzione della campagna sentono il bisogno di fermarsi, riflettere, fare bilanci, trasferire al lettore qualcosa che vada oltre la scheda di una degustazione. Daniele Cernilli (nella foto), fondatore con Stefano Bonilli del Gambero Rosso, è sicuramente, dopo Luigi Veronelli, la personalità più forte grazie anche alla vivactà culturale arricchita dagli studi filosofici portati a termine seguendo le lezioni di Guido Calogero e dalla passione politica tipica delle generazioni degli anni ’70 e che sono, siamo, abituate sempre a considerare il contesto in cui si sviluppa una professione o anche la semplice passione. Immaginate allora di poter trascorrere con lui un paio d’ore, magari davanti ad bicchiere di Aglianico o di Biancolella d’Ischia, ascoltarlo mentre vi parla dei suoi esordi esprimendo le sue sensazioni e valutazioni sulle più importanti regione vitivinicole della Francia e dell’Italia. Questo è l’ultima sua fatica letteraria pubblicata da Einaudi, che si inserisce, sin dal titolo, nella tradizione settecentesca dei libri di conversazione. Non è un manuale, né un manifesto ideologico o politico, non troverete relazioni dettagliate ed esaustive ma, semplicemente, tante riflessioni sistemate secondo un filo logico che dalle origini passa per Bordeaux, lo Champagne e la Borgogna per arrivare poi nelle Langhe, in Toscana, sino al Mezzogiorno: «Ricordo – scrive Cernilli – che solo una ventina di anni or sono, quando si parlava dei nostri vini del Sud si assisteva da parte degli addetti ai lavori quasi ad atteggiaenti di sufficienza». Per questo oggi tra i cinquanta vini mondiali ”da sballo” (termine ludico degli anni ’70) inserisce tre campani (Montevetrano, Cinque Querce di Molettieri e Serpico dei Feudi), tre siciliani (Falo Palari di Salvatore Geraci, Passito di Pantelleria di Salvatore Murana, Cerasuolo di Vittoria di Planeta) e due abruzzesi (Cerasuolo di Valentini e Montepulciano di Masciarelli). Non pochi, vero? Un libro scritto in modo semplice e completato dalla appendice scientifica sulla tecnica di degustazione con una osservazione che resta sopra ogni cosa: per amare e conoscere il vino bisogna essere un grande appassionato di geografia e di viaggi. I critici che girano con le attrezzature del piccolo chimico ed emettono sentenze davanti a tavoli che sembrano laboratori ospedalieri fanno solo onanismo mentale. Non piacciono all’autore che ironizza sugli atteggiamenti estremi e comici di degustazione. Come vedete, gli anni ’70 tornano sempre. Anche in un bicchiere di vino.
Il Mattino, 7 agosto 2006