De Conciliis, dieci anni di vendemmie

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Dieci anni, appena un battito di ciglia nella millenaria storia dell’agricoltura cilentana iniziata con i lucani. Ma quanta strada in appena dieci vendemmie: improvvisamente il vino di un territorio estraneo ad ogni interesse delle guide specializzate ha iniziato ad essere usato come simbolo della rinascita campana nel bicchiere, l’irruenza figurativa delle etichette ha stravolto una iconografia stanca e ripetitiva, quella del vecchietto sul ciucciarello, la voglia di sperimentare ha costruito bottiglie esplosive. Bruno, Luigi, Paola, Giovanni festeggiano domani e domenica il decennale di questa avventura che ha trasformato l’azienda agricola di famiglia, prima impegnata nella produzione di uova, in una delle realtà leader del Mezzogiorno. Sembra davvero ieri, la prima visita alle vigne nel giugno 1998, poi un pranzo sul mare di Santa Maria di Castellabate a cui partecipò anche Luigi Maffini, il cibo condito da tanti sogni annunciati e realizzati puntualmente oltre ogni ottimistica previsione, a prezzo di sforzi indicibili. Allora il Cilento era completamente sconosciuto, prevaleva il senso di abbandono, i centri storici cadevano a pezzi, il Parco Nazionale aveva mosso i suoi primi timidi passi tra la diffidenza degli amministratori incapaci di guardare lungo. Dieci anni fa, cento anni fa. Dalla collaborazione con Winny D’Orta sono nati Zero e Merlanico, con Saverio Petrilli la linea Donnaluna decisa su Fiano e Aglianico, e poi il Vigna Perella e, più recentemente, l’Antece, il Ka e il Ra. E infine il Selim, le bollicine campane per la prima volta di moda e competitive nell’alta ristorazione al posto degli inutili e banali Prosecco. Ogni anno, insomma, una novità, un percorso di tornanti a gomito verso l’alto, sempre più in alto. Ma forse il vino simbolo di questa famiglia così radicata nel territorio, appollaiata sulle colline attorno Agropoli e a ridosso di Paestum è il Naima, citiamo il millesimo 2004 a nostro modesto avviso il migliore di tutti: facile d’impatto ma lungo da apprendere, risultato di un equilibrio tra frutta e legno, freschezza e struttura, alcol e tannini, un rosso con la stoffa del grande vino da bere nelle occasioni davvero importanti. Cosa chiedere ancora a questa azienda? Semplice, insistere sull’Antece e farne un grande bianco da invecchiamento di cui tanto c’è bisogno in Campania dove tutto si beve subito, troppo presto e troppo in fretta. Ma, pegno di questa prece, ora festeggiamo il risultato, la nuova cantina. Lo facciamo insieme ad Alessandro, il papà di Bruno, Paola e Luigi: ci ha lasciato a giugno ma domani e domenica, come sempre è accaduto, ci sarà anche lui insieme a noi.