Degustazione di birre vintage all’Ottavonano di Atripalda

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di Francesco Immediata

Una delle regole del bravo cronista, sia esso professionista, free lance o semplice appassionato, è quella di riportare subito a caldo la narrazione di un evento. Ciononostante ho ritenuto opportuno far sedimentare le sensazioni personali, per cercare parole più obiettive e ragionate per descrivere un evento che per il settore brassicolo nazionale non ha precedenti.
Il 30 giugno, infatti, in quell’ambiente effervescente di conoscenza birraria che si sta imponendo come punto sempre più fermo non solo per il Sud ma per l’intero territorio italiano e a noi noto come l’Ottavonano di Atripalda (AV), si è svolta la prima serata di degustazione birre Vintage in Italia.
Se parlare di annate e di verticali per i cultori e gli appassionati enologici è comune, le birre “invecchiate” sono tutt’altro che facili da trovare. Non sono molte le tipologie che si prestano a tale processo, e ancor meno facile risulta reperire birre d’annata molto spesso millesimate e farle infine proprie. Eppure Yuri e Gianluca, estimatori della birra prima ancora di essere ottimi publicans, sono riusciti non solo a recuperare e proporre questi prodotti particolarissimi, ma addirittura ad organizzare una serata celebrativa ad hoc.

Solo venticinque invitati tra appassionati, gestori e ristoratori, homebrewers e un Mastro Birraio (il caro amico Simone della Porta del Chiostro di Nocera Inferiore) hanno avuto la possibilità di partecipare all’evento.
Sebbene le birre parlassero da sole e gli abbinamenti fossero stati affidati alle mani esperte degli chef Giuseppe Stanzione , Fabio Imparato e Alfonso Petti, all’Ottavonano hanno voluto eccellere chiamando a condurre la degustazione Lorenzo Dabove (in arte Kuaska), il più importante esponente e conoscitore del mondo brassicolo a livello nazionale e molto probabilmente tra i primi dieci a livello internazionale.

La serata è risultata piacevole e molto conviviale, ma al tempo stesso impegnativa, perché agli ignari, ma fortunati avventori, sono state fatte queste sette spettacolari proposte:
–    Rodenbach Vin de Cerèal 2004 accompagnata da un’ostrica alla Vin de Cerèal, lastra di pane, mille punti di cetrioli con roselline di burro salato aromatizzate al luppolo inglese e vaniglia;

–    St. Feullien Brune 2001 servita con ricottina di pecora su carpaccio di zucchine con gelatina della stessa birra composta di arance e aria di malto;

–    Chimay Blu reserva 2004 abbinata a riso venere con cozze e finocchi profumate al limone su crema di fagioli e Chimay Blu reserva 2004;

–    Harvey’s Imperial Russian Stout 2003 proposta con un filetto di tonno rosso scottato su fondo di Harvey’s Imperial Russian Stout con crosta di zucchero bruno candito e arachidi, patate, barbabietole e ciliegie scottate con finocchietto fresco e cristalli di fiore di cappero;

–    George Gale’s Prize Old Ale Vintage 2005 presentata con un bicchierino di cioccolato fondente con zabaione di Prize Old Ale prugne e mandorle pralinate;

–    Oerbier oaked aged, Reserve De Dolle 2006 accostata ad un cheesecake alla crema  di Oerbier Reserve De Dolle, insalatina di banana e polvere di liquirizia e cacao;

–    Eldrige & Pope’s Thomas Hardy’s Ale Vintage 1986  esaltata con Caviale di Thomas Hardy’s Ale Vintage 1986 

Ma come si fa a descrivere il piacere di degustare per la prima volta la Vin de Cerèal della Rodenbach,  la pienezza palatale che si sente nell’assaporare l’Imperial Russian Stout della Harvey’s, la commozione che si prova del rivedere una Prize Old Ale Vintage 2005 con il suo tappo in ceralacca di una George Gale’s che ormai non esiste più o ancora  il timore e il rispetto reverenziale che dimostra un appassionato di birra di fronte ad una Thomas Hardy’s Ale Vintage 1986.?
Come si può commentare senza immagini il caviale fatto solo e soltanto con la stessa birra (che si dice essere impossibile da abbinare) attraverso la tecnica dell’alginato usato nella cucina molecolare o rappresentare solo con lo scritto i cristalli di fiore di cappero che tanto somigliavano a scheggie di ambra o descrive l’aria di birra se non almeno paragonandola ad una sottile e densa schiuma di un piacevolissimo bagno caldo.

Forse le parole obiettive che ho cercato in questa settimana sono quelle che non scriverò, non mi permetterò assolutamente di illustrare tutte le birre sopraindicate perché ci vorrebbe un articolo (e in alcuni casi come per la Thomas Hardy’s Ale più d’uno) per presentarle e descriverle, ma certamente vi consiglierò vivamente di andare, lì ad Atripalda, appena la calura estiva si sarà placata, e chiedere espressamente di essere accompagnati nel mondo del Vintage Birrario, di provare quei prodotti che lentamente ma inesorabilmente si allontanano dai canoni brassicoli noti, per seguire processi di cherrizzazione, di maderizzazione o di altra evoluzione, che vi permetteranno di ampliare la vostra visione sulla bevanda di Gambrinus.
Il tutto senza mai dimenticare che fuori da quel bicchiere e dietro quell’etichetta opaca ormai consunta, come gli stessi Yuri e Gianluca hanno detto «c’è un lavoro di 3 anni fatto di ricerche di chicche birrarie», e aggiungo io, di notti insonni alla ricerca di fornitori e di viaggi in giro per l’Europa per verificare la qualità dei prodotti nonché per ampliare il proprio sapere in questo territorio tutt’altro che noto.

Non nascondo che nelle mie parole c’è un pizzico di campanilismo, non solo verso queste persone che infondono tutta la loro passione nel lavoro, quanto nel sentire professionisti come Kuaska considerare l’Ottavonano come il Kulminator italiano (il Kulminator di Anversa è considerati nel settore il più famoso e importante pub del mondo), parole di peso e valore verso un territorio come quello campano che spesso è ricordato per altre ben più tristi vicende.
Ma se questa volta siamo stati i primi, grazie all’Ottavonano, lo siamo stati in qualcosa di positivo.

A prosit