E’ una sagoma curva, gracile e grigia quella che risponde, nella fantasia comune, al nome di Giacomo Leopardi. Si fa avanti a passo lento, con qualche incertezza, rasentando il muro che separa passato e presente. E’ cosi’: il poeta de “L’Infinito”, de “Il sabato del villaggio”, di “A Silvia”, per molti, non è che un ricordo di scuola pesante, da chiudere in un cassetto insieme ad altri, mentre riecheggiano nell’aria le parole “pessimismo”, “affanno”, “pena”, “dolore” e “infelicità”. All’adolescente alle prese con la poetica di una delle maggiori figure della letteratura di tutti i tempi, la Natura appare ancora una volta di più matrigna. L’empatia su questo aspetto è massima, come la percezione del sabato come un giorno di letizia che anticipa il dramma della domenica, con il rientro a scuola del lunedi’. Ma a parte ciò, passati i dubbi e i foruncoli dell’età, pochi ritornano a scorrere i versi e le pagine del poeta di Recanati, senza alcun ritegno definito (per usare una parola cara ai più giovani), uno “sfigato”. A loro, come a chi di Leopardi si ciba quotidianamente animato da una dedizione e da un amore sempre nuovo, è dedicato “Leopardi a tavola” presentato a Napoli nei giorni scorsi. Il testo scritto a quattro mani dall’artista gastronomo Domenico Pasquariello (Dègo) e dal Maestro-cuoco Antonio Tubelli traccia qualche pennellata di colore su quella sagoma e ci consegna l’immagine di una Napoli che conquista con la sua tumultuosa vitalità anche un “pessimista cosmico”.
Con lo scrupolo dell’allievo diligente, Giacomo appunta le pietanze di una lista riscoperta alla Biblioteca Nazionale di Napoli dagli autori. 49 in tutto, i piatti. Un numero ed un punto. Il nome della preparazione, a volte accompagnata da un “eccetera”, come a far riferimento a qualcosa di irripetibile, che supera i confini della parola scritta. Che semplicemente si vuol lasciare al ricordo. O all’immaginazione dei posteri. Una lista verosimilmente molto personale, che custodisce il segreto di un Leopardi diverso, che supera per alcuni anni, tra la Via Pero, nel capoluogo, e la Villa Ferrigni, a Torre del Greco, le fatiche di un corpo funestato dalle malattie croniche di sempre e dalla deformità, per riscoprire un rapporto nuovo e intenso con il cibo. Da 1. Tortellini di magro a 49. Farinata di riso, passando per 22. Sellerie ec, la lista indica le stazioni di un pellegrinaggio che il poeta compie in compagnia del fedele amico Antonio Ranieri e dell’ “arcifinissimo” chef Pasquale Ignarra. Il racconto di come quest’ultimo allestisca la “vasta” cucina, esposta a Nord, nella residenza alle falde del Vesuvio, e di come la rifornisca passando alla “bottega dei generi diversi”, a quella dei “coloniali”, del “beccaio” e del “salumiere”, ben danno il senso dell’accoglienza calorosa e attenta che scalda gli anni di Leopardi in Campania. I giorni di Giacomo, alla ricerca di un sollievo ai suoi mali, trascorrono tra la lettura, le riunioni lente con la sorella Paolina e l’amico Antonio, le cene con i piatti preparati da Ignarra e le incursioni in strada per mescolarsi alla folla di napoletani e visitare le botteghe dei dolciumi di cui andava pazzo: sfogliatelle e gelati.
Le riflessioni e la scrittura sorgono dalle due nuove postazioni della sua poetica: a Napoli, tra Capodimonte e via Toledo, e nel giardino naturale, profumato di finocchio selvatico, camomilla, pini e ginestra del Vesuvio. Ai quadretti dedicati alla descrizione di un Golfo che si trasforma con le stagioni, delle botteghe e dei mestieri del passato, si alternano le riflessioni degli autori: da quelle alate di Dègo a quelle gustose di Tubelli. Una serie di suggestioni che culminano nella proposta di ricette per la preparazione di una selezione dei quarantanove piatti della lista autografa. Ed è cosi’ che dalle righe di un testo privo di pretese di interpretazione, Leopardi torna a tavola a godere della compagnia dei suoi lettori di oggi.
149 pagine, euro 18
Fausto Lupetti Editore















