Donna Madda 1993 e il Cirò che non c’è più

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Donna Madda

I sogni muoiono all’alba, il Cirò non muore mai e sopravvive anche alle cantine che lo hanno pensato. Donna Madda mi ricorda gli splendidi olivi giganti che da Cirò degradano verso la sabbia jonica e i primi giri sulla Jonica che, in Calabria, in questi vent’anni, è rimasta uguale in questo tratto.

Donna Madda è stato il sogno di una grande bella cantina, gestita da Francesco Siciliani, persona splendida e gioviale, che è uscito di scena proprio di recente definitivamente da quella struttura. Troppe battaglie, tutto molto più difficile del previsto, di quanto si poteva prevedere quando fu inaugurata la nuova struttura nella seconda metà degli anni ’90.

Ma Donna Madda è anche la conferma della forza del Gaglioppo, qui in assoluta purezza perché era l’interpretazione tradizionale della cantina rispetto a quella modernista del Ronco dei Quattro Venti, altro vino di straordinaria fattura e di tembile tenuta.

Esce dalla cantina di Don Alfonso sorvegliata da Maurizio Cerio: chi, oltre a me e a Peppe Di Martino potrebbe mai chiedere un vechcio galioppo degli anni ’90? Il bicchiere è gentile al naso, discreto come sempre lo è il Cirò dall’aria un po’ stanca, sempre un filo vicino all”inizio di ossidazione sin da quando nasce. Ma in bocca ha tanto carattere, è forte, di stupenda freschezza, un vino da ammirare a bocca aperta per il carattere e la sua capacità di abbinarsi al cibo con quei tannini risolti, i sentori di ciliegia sotto spirito, l’ambizione di immortalità.

Bevi un classico del periodo dentro un classico della ristorazione e pensi a cosa avrebbe potuto essere la Calabria. Sì, ma anche a cosa potrà essere.

 

Un commento

  • Salvatore Madda

    (7 agosto 2014 - 21:22)

    Da dove arriva il nome del vostro vino

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