E’ scomparso Mimì Manzon

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Domenico Manzon, decano dei giornalisti enogastronomici campani, si è spento serenamente stamane a 84 anni. Vitale ed entusiasta della vita, sino all’ultimo ha partecipato alle iniziative dell’Enohobby presieduta da Lia Ferretti. Mimì ha scritto un’epoca, quella in cui il vino campano non esisteva, della ricerca pionieristica della prima Falanghina, quando ancora non era iniziata la rivoluzione vitivinicola italiana. Sul Mattino ha avuto una seguita rubrica settimanale sino al 1994. Un giornalista galantuomo, pieno di verve, eccezionale compagno di bevute e di racconti, sempre lontano dai soldi. Ha scritto, tra l’altro, per la Newton Compton un volume di grande successo, divenuto un classico, La cucina campana. Ha collaborato con le riviste specializzate di settore facendosi apprezzare per la sua semplicità e competenza. Lo ricordiamo con affetto profondo. I funerali si svolgeranno domani alle 10,30 alla Chiesa del Redentore, vicino l’Hotel Parker’s in Corso Vittorio Emanuele.
A Manuela il compito di ricordarlo ai lettori campani e italiani di questo sito.

Domenico Manzon

di Manuela Piancastelli

Conoscevo Domenico Manzon da venticinque anni, da quando collaborava al Mattino scrivendo di enogastronomia con una rubrichetta che in pochi leggevano perché all’epoca questi argomenti non erano alla moda. In quegli anni si mangiava e si beveva, ancora non si degustava. Non dilagavano le rubriche del Gusto e le brevi note di Mimì sui vini erano considerate quasi uno spazio sprecato per le notizie vere. Tanto che a un certo punto Manzon, dispiaciuto per essere trattato come un giornalista di serie b, si scocciò e passò al Roma. Lo raccontava spesso e in questa sua vicenda c’era tutta la parabola del mondo del vino, dei vignaioli che si vergognavano delle mani tinte di uva, degli enotecnici che non erano ancora winemakers e dei produttori di vino che erano solo vinattieri. La rivoluzione dei costumi degli anni successivi avrebbe rapidamente trasformati tutti in dive ma per lui, per la sua discrezione, la sua signorilità, il suo equilibrio, sarebbe rimasto solo un posto marginale. Negli anni a venire era stato poi sopravanzato da tanti altri colleghi che avevano di certo minore esperienza di lui ma una capacità più moderna di racconto. Lui, che era il decano della “scuola napoletana” era così rimasto un po’ in ombra rispetto a giornalisti più giovani di lui che però Mimì, nonostante un po’ la ferita gli bruciasse, continuava a stimare e a volere bene, come fa un padre nei confronti dei figli che hanno successo. Non che Manzon non abbia avuto successo, anzi: ha scritto tanti libri e aveva avuto a che fare con grandi scrittori di enogastronomia, da Luigi Veronelli a Mario Stefanile, da Paolo Monelli a Mario Soldati. E aveva conosciuto grandissimi vignaioli. Tuttavia, era rimasto legato a un mondo antico. Aveva, tra gli altri, conosciuto Mario d’Ambra. Così, quando stavo scrivendo la biografia di d’Ambra per i Semi di Veronelli, lo chiamai per avere un suo ricordo. Mimì fu gentilissimo come al solito, mi dette appuntamento nella sua bella casa ma prima di incontrarmi telefonò a Corrado d’Ambra, uno dei nipoti, chiedendogli se fosse davvero il caso di consegnarmi una sua memoria di don Mario, giacché non lo ricordava come una persona troppo simpatica…Corrado si mise a ridere: “Non ti preoccupare, Mimì, dì pure quello che ti pare, la verità è verità!” Così mi dette questa breve testimonianza: “Conobbi d’Ambra dopo aver scritto un articolo su di lui, chiamò per ringraziarmi. Poi mi chiese di fargli da tramite con alcuni ristoratori napoletani, cosa che feci. Era gentile, ma solo perché facevo il giornalista. Era un uomo che parlava molto ma non sempre alle parole seguivano i fatti, in ogni caso non so se avesse amici veri, con me c’era di sicuro un rapporto di “utilizzo” delle mie conoscenze. L’unica persona di cui aveva davvero una venerazione e una stima infinita, di questo sono certo, era Veronelli. Personalmente non lo collocherei né all’inferno, né in purgatorio né in paradiso, ma se fosse possibile in una dimensione a parte”. Alla presentazione del libro su d’Ambra, al Parker’s, era raggiante accanto a Luigi Veronelli. La sua voce roca (aveva avuto molti anni fa un intervento alla gola) sembrava squillante e il suo sorriso era contagioso. Sorrideva sempre, Mimì, ed è incredibile come in pochi anni tutti e tre questi uomini, grandi personaggi del mondo del vino e persone di enorme spessore umano, ci abbiano lasciato: prima Gino Veronelli, poi Corrado d’Ambra, oggi Mimì Manzon. Ma forse quello che ricordo con maggior commozione di Mimì era il suo immenso attaccamento, la sua devozione d’altri tempi per la moglie: ne era stato innamorato fino alla fine come un ragazzo, la vedeva bellissima nonostante gli anni e al solo nominarla gli occhi gli si riempivano d’amore e di commozione. Anche in questo era meravigliosamente antico.