Ecco il ricorso contro la modifica per il disciplinare del Cirò. Almeno l’annata 2010 è salva

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Valle del Lipuda, Cirò

di Giovanni Gagliardi

Il 13 settembre, giorno della scadenza per la presentazione dei ricorsi alle modifiche del disciplinare del Cirò, è arrivato e alcuni produttori hanno presentato al Ministero per le politiche agricole le motivazioni tanto dibattute in questi ultimi mesi.

Sollevano 3 questioni semplici e condivisibili:

La prima è insita nell’articolo 1 comma 1 della legge che definisce la Denominazione di Origine dei vini come “il nome geografico di una zona viticola […] le cui caratteristiche sono connesse all’ambiente naturale ed ai fattori umani” (leggi terroir) e si differenzia dai vini IGT definiti dal semplice territorio di provenienza (vedi art. 1 comma 2).

Se così è, allora il Cirò deve rimanere com’è: un vino di terroir con una riconoscibilità immediata, con caratteristiche uniche e inimitabili. Per emergere dalla massa e smarcarsi dall’omologazione.

La seconda questione riguarda il colore. Il Consorzio di Tutela ha allegato alla richiesta della modifica una perizia che recita: “La necessità di utilizzare […] uve di vitigni diversi dal Gaglioppo deriva dall’esigenza di migliorare il colore del vino in modo da renderlo più accattivante per l’attuale consumatore”. Questa richiesta, non solo è stata già bocciata dalla Regione Calabria con una nota trasmessa al Ministero (“La proposta di modifica originaria poteva dare atto ad interpretazioni distorsive rispetto alla garanzie del legame con il territorio”), ma non trova corrispondenza nella realtà. I produttori che firmano il ricorso fanno notare che il pinot noir e il nebbiolo con cui si producono i crus della Borgogna e il Barolo e il Barbaresco danno vita a vini con basse intensità di colore e tonalità anche aranciate che sono ugualmente “accattivanti per l’attuale consumatore”, anzi, aggiungiamo noi.

La terza questione riguarda l’acidità. Oltre alla modifica della composizione delle uve del vino, i richiedenti vorrebbero abbassare l’acidità totale minima da 5 g/l a 4,5 g/l. Questo potrebbe compromettere la complessità e la capacità di conservazione del vino. Ma questa richiesta non è suffragata da nessuna indagine oggettiva (valutazione tecnico scientifica e analisi chimico fisiche ed organolettiche).

Per questo chiedono che il Cirò (sia rosso che rosato) debba essere ottenuto esclusivamente da uve gaglioppo o se mai che solo il 5%, che l’attuale disciplinare prevede già per le uve a bacca bianca, debba essere composto da uve storicamente presenti sul territorio come il greco nero e/o il magliocco.

Per un approfondimento scarica il ricorso

La posizione di Slow Food

 

Un commento

  • Diego Giovinazzo

    (15 settembre 2010 - 00:22)

    Non molliamo! La Calabria ha pochi vini che si sono saputi “distinguere” ed affermarsi: MANTENIAMOLI con le loro caratteristiche originali,

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