Enotecari o tabaccai?

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Caro Luciano Pignataro,
seguo con costanza il suo wine-blog e ne apprezzo lo stile e l’impostazione volta a valorizzare il vino della Campania e del Meridione. Mi sembra che spesso si lamenti da parte di produttori, enologi, sommelier e altri addetti ai lavori una scarsa cultura del vino nel nostro Sud, sovente ancora legata al consumo dello sfuso e del «vino del contadino». Credo che però poca attenzione si ponga agli ultimi protagonisti della filiera del vino: le enoteche. Secondo il mio modo di vedere sono appunto i venditori che dovrebbero far conoscere il vino ai consumatori, ma purtroppo mi sembra che la realtà sia un’altra. A Salerno, la città in cui vivo, che certo non è una metropoli ma neppure un villaggio, ho serie difficoltà a trovare un enotecario competente che abbia voglia di consigliarmi, di discutere di questo o quel vino col cliente disposto a spendere non pochi euro per un genere essenzialmente voluttuario. Immancabilmente poi, si trova sempre lo stesso assortimento con i soliti noti e in angolo a mò di edicola votiva una bella bottiglia di Sassicaia impolverata nel caso entri il cafone arricchito di turno. Non dico che un enotecario deve aver assaggiato tutti i vini che vende ma almeno dovrebbe limitare la scelta secondo il territorio o le sue inclinazioni e non semplicemente vendere.
Ho vissuto in Germania alcuni anni e lì gli enotecari sono persone gentili e appassionate pronte a spiegarmi con competenza la differenza tra uno spätlese ed un auslese e che venendo a conoscenza della mia provenienza dimostravano di essere preparati anche su Falanghina e Aglianico pur essendo i nostri vini quasi completamente assenti su quel mercato. Invece qui sabato scorso l’enotecario a cui chiedevo se la dicitura «vivace»? di una catalanesca indicasse un vino frizzante mi ha risposto di no, che quello era un vino autoctono.
Oltre ai piccoli enotecari appassionati, in Germania, ho potuto anche conoscere una catena di enoteche in franchaising: «Jacques wein depot». Qui era possibile assaggiare tutti i vini in vendita prima di acquistare e si veniva sempre assistiti nella scelta,venivano regalate guide alla scelta del vino e si poteva ricevere a casa un opuscolo pubblicitario con le ultime novità. Certo la filosofia era molto commerciale e non teneva in nessun conto gli ottimi vini tedeschi, ma credo che questo modo di vendere il vino possa far avvicinare molti giovani che poi una volta diventati bevitori più maturi possano orientare le loro scelte in maniera più consapevole.
Fin quando chi vende vino lo farà senza competenza e passione ma come un tabaccaio che ti rilascia un biglietto dell’autobus difficilmente la cultura del buon bere farà passi in avanti e coinvolgerà un numero crescente di persone.

Saluti
Carmine Capacchione
Dipartimento di Chimica
Università degli Studi di Salerno