Fabrizio Scarpato e Francesco Guccini, dialoghi tra la via Emilia e il Far West

Letture: 79

il grande Francesco Guccini

di Fabrizio Scarpato

Recensione sotto forma di intervista al libro ove si parla di sogni, ricordi, osterie

Il mulino
La casa sul confine dei ricordi,
la stessa sempre, come tu la sai
e tu ricerchi là le tue radici
se vuoi capire l’anima che hai …

Tornare alle radici, alla casa della tua infanzia, elencando buonissime cose da mangiare non è un esercizio sterile: affonda nella tenerezza della nostalgia e nell’enfasi del mito del mulino di Pàvana.

Coniglio arrosto, funghi fritti, prosciutto affettato di coltello, salsiccia sott’olio, il formaggio sardo, il pane cotto nel forno a legna, i tortellini di Natale; insalata e pomodori dell’orto, cipolle, piselli, prezzemolo, basilico, patate, fagioli; nei campi ciliegie, per le marmellate, mele, che d’inverno profumavano le camere da letto, pere, noci, susine, fichi e uva americana. Nel poderetto il grano, il granoturco, il latte, le panne maestose, il burro in bottiglia; nel fiume pesci e gamberi, e origano sugli argini; nel bosco le castagne, i porcini, gli ovoli, i galletti, le fragole e i mirtilli. Nella casa c’era pasta secca e pasta fresca, olio e vino toscano, del trebbiano frizzante per le ciambelle delle feste, la farina nostrana; ogni sabato qualche chilometro per comprar carne, per il brodo e per il lesso della domenica, sarde sotto sale, un po’ di cioccolata (per cal ragazzo). Per Natale appariva qualche rarissima arancia e un paio di mandarini. Alla Befana ammazzavano il maiale: il primo pasto erano i fegatelli con la polenta dolce di farina di castagne, poi si facevano salsicce , prosciutti, spalla, lardo e strutto. Il pane si faceva al giovedì e quando finiva al mulino facevano le “fogacine”, a Modena cotte nelle tigelle, nel pavanese, invece, fra i “testi” , forme tonde di terra refrattaria scaldate fino a diventare roventi al fuoco del camino. Un mondo a parte, autosufficiente.” Profumi antichi. Irripetibili, ma irrinunciabili.

Bambino, ricordo l’osteria in cima al paese: tavoli di legno sotto il pergolato, l’uva, i conigli e le galline. L’odore vinoso della cantina tra damigiane, botti e stoppe. Laggiù in fondo le macchie rosse dei papaveri e il campo da bocce: mi piace ancora sentire il frullìo della boccia che gira, la bocciata cristallina di quelli bravi. Noi giocavamo con bocce di pietra. Sui tavolacci, fave e formaggio, fichi e salame, la mesciùa dell’Emmetta; da bere, vino torbido e gazzosa.

Chitarre

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età, dopo l’estate porti il dono usato della perplessità

Di chitarre tra le mani me ne sono passate tante: le amo tutte, alcune per la verità le ho tradite. Son convinto che anche loro amano me, anche se non le suono con grandissima maestria. Ma mi sopportano, con affetto. Di alcune, perdute, ho nostalgia, come dell’età nel correre degli anni.”

Da ragazzo suonavo la chitarra: molto male, solo accordi in maggiore o in minore, mai diesis e bemolle. A casa ne avevo una un po’ dura: fuori suonavo quelle degli altri, almeno di quelli che tolleravano. Facilmente le dita erano sul Re minore dell’attacco de Il Vecchio e il Bambino, mi
piaceva l’arpeggio de La Canzone della Bambina Portoghese. Esasperati, alla laurea gli amici mi regalarono una vera chitarra classica: è qui in casa. Non ho mai più rivisto gli amici, non ho quasi mai più suonato.

Un giovane Fabrizio Scarpato

Osterie

Sono ancora aperte come un tempo le Osterie di fuori porta…

A dire il vero l’osteria era in città, ci si andava soprattutto per mangiare e di giorno: operai, facchini, ambulanti si sedevano col loro cartoccetto e ordinavano il mezzo litro. Era un luogo povero, di diseredati. Non ci si divertiva all’osteria: i bar forse avevano più vitalità, brulicavano di personaggi. Ma a noi studentelli intellettuali non bastava, il bar: troppo rozzo, troppo quotidiano, e la voglia di giocare a Francesco Villon, appena scoperto a scuola, era come una sinfonia. Ci cantavamo nelle osterie, per lunghi pomeriggi, e i vecchi che giocavano a carte, nonostante evidenti differenze sul gusto del sound, si divertivano. A volte ci si andava a leggere, altre addirittura a studiare. L’osteria è luogo mitico, bistrattato e ora di gran moda: i tempi son tempi, e va bene così. Ne trovi tantissime, caratterizzate da improbabili oggetti in stile rustico contadino, rame antico e bottiglie polverose: spesso aggiungono una “acca” sull’insegna. E l’immancabile amico: ho scoperto un’osteriola! “

Da giovane frequentavo osterie di città, luoghi a metà tra la trattoria e il circolo culturale. Posti un po’ bohemien di provincia: ci portavano i jazzisti dopo i concerti. Ricordo Elvin Jones, stravolto, che si ferma lungo la strada accostato a un muro per fare pipì; e uno che gli fa : But Elvin, cos’ te fè? Te pissi ‘n ta strada? Fulminante esempio di internazionalizzazione dello spezzino. But Elvin.

Mi piacerebbe ritrovare osterie vere, con osti sinceri: né vecchio, né nuovo. Attenzione e passione.

E basta.

L'indimenticabile Augusto Daolio, una delle voci masschili più straordinarie di tutti i tempi

Radici

Ed io, l’ultimo, ti chiedo se conosci in me
qualche segno, qualche traccia di ogni vita
o se solamente io ricerco in te
risposta ad ogni cosa non capita…

C’è stato un tempo di rivolta generazionale, dei figli contro i padri, del nuovo contro il vecchio, che intendeva riconsiderare tutto il sapere precedente. In questo contesto rivendicare esplicitamente una tradizione popolare e montanara, collocarsi in continuità rispetto ai propri avi, fu una scelta coraggiosa. Anni di bombe e strategie della tensione, gli anni di piombo incombenti: era conseguente scegliere la strada dell’ antropologia, intima e interiore, tra istinto regressivo, tutt’altro che reazionario, e utopia, una “splendida utopia” , interrogando “ il solito silenzio senza fine” che abita ognuno di noi “. Come dire: io sono qui.

Mi chiedo come sia stato possibile: credo che i ragazzi di allora conservassero il senso della storia e credessero nel tempo, nella conquista di un tempo tutto loro per riflettere, amare e costruire: cercavano il futuro. Erano essi stessi nella storia.

Oggi il tempo è un vuoto insopportabile da riempire subito di stimoli artificiali e impulsi impazienti. Godimenti e scorciatoie conformiste, forse pavide, attimi isolati che non riescono nemmeno a diventare tempo. Chiamate senza risposta affollano le memorie dei telefonini.

La casa è come un punto di memoria,
le tue radici danno la saggezza
e proprio questa è forse la risposta
e provi un grande senso di dolcezza,

Casa, memoria, saggezza, dolcezza. Sembra il possibile percorso del menu di un’ osteria contemporanea: un posto dove stare bene, “a parlare di niente, sdraiati al sole inseguendo la vita”.  Che poi, se l’abbiamo capita o meno, beh, è un altro discorso.

Francesco Guccini – Non so che viso avesse – Mondadori

15 commenti

  • Il Guardiano del Faro

    (3 agosto 2010 - 11:58)

    Caspita!
    Che botta socio-culturale anticonformista oggi sul PignaClub !

  • giulia

    (3 agosto 2010 - 12:54)

    “Casa, memoria, saggezza, dolcezza.” , bellissima Fabrizio, un pensiero da portare sempre con sè, magari cercando di comunicare il più possibile queste grandi intramontabili sensazioni. Guccini … quanti ricordi, speranze e quanta delusione…:) grazie per avermelo riocrdato
    giulia

  • Daniela

    (3 agosto 2010 - 14:26)

    Grazie Fabrizio! Riprendere e ricordare le parole di Guccini ci permette di sognare e di allontanarci da questo momento di ignoranza “globale” che stiamo vivendo! Ancora grazie.

  • giancarlo maffi

    (3 agosto 2010 - 15:39)

    colpo basso, fabrizio, molto basso. rimpianti fulminanti, ricordi struggenti.

    il libro di guccini sta li’ sulla scrivania ,da due mesi piu’ o meno. non l’ho preso ancora fra le mani. mi urta la scritta : mondadori. si lo so e mi rendo conto : e’ un mondo difficile e forse sbaglio io. ma vedere guccini pubblicato da mondadori mi urta.

    i miei anni, quelli che tu citi , “cercavamo il futuro ” , si ribellano . abbiamo dato , abbiamo creduto, in quegli anni e non importa nemmeno piu’ su quale sponda. un retrogusto amaragnolo è rimasto a tutti noi e non credo che sia un problema di colore politico. stiamo qui , cinquant ‘anni e rotti, vorticosati da chi ci ha riempito la testa di mille stupide stronzate.

    erano meglio le nostre ,di stronzate.

    quel libro, come gli altri di guccini, lo riprendero’ in mano ,forse anche grazie a questa tua ” terza pagina “.

    PROBABILMENTE USCI’ CHIUDENDO DIETRO A SE LA PORTA VERDE…. NON SO SE SI GIRO’ NON ERA IL TIPO D’UOMO CHE SI PERDE IN NOSTALGIE DA RICCHI. — AMERIGO .

    un’epopea delle migrazioni dei poveri italiani in america. struggente ed amarissima . e attualissima: dovrebbe diventare l’inno dei poveri migranti del terzo mondo e oltre . dovremmo insegnargliela e fargliela cantare in faccia ai merdosissimi leghisti di testa e di passaporto .

    da LE CINQUE ANATRE:

    CINQUE ANATRE ANDAVANO A SUD …. FORSE UNA SOLTANTO VEDREMO ARRIVARE.

    una struggente ed amara fiaba, ma anche tanto vera ed ancora migrazione. anatre come poveri essere umani sepolti nel mare di sicilia.

    da IL VECCHIO E IL BAMBINO :

    UN VECCHIO E IL BAMBINO SI PRESE PER MANO E ANDARONO INSIEME INCONTRO ALLA SERA .
    la vita nasce e la vita muore , un pezzo di una tristezza vera , pungente con un finale di piccola ma inutile speranza.

    tralascio LA LOCOMOTIVA …. perche’ non voglio essere arrestato.

    un colpo basso, scarpato un colpo basso, anche feroce.

    forse l’unico modo che hai per riparare è prendere una bottiglia di vino ,passare da qui , recuperarmi ed andare a pavana. mi dicono che si puo’ fare , se si ha un po’ di culo. ci mettiamo del salame e andiamo da lui, da guccini. e ci facciamo raccontare qualcosa di quei tempi .. di cui pare che ormai freghi a pochissimi.

    un colpo basso ,scarpato, un colpo basso

    • tumbiolo

      (3 agosto 2010 - 17:01)

      Giancarlo, guarda che il palcoscenico era del grande Scarpato, mica gli puoi rubare così impunemente il palcoscenico!
      Se vuoi fare un pezzo su Guccini, fallo pure così almeno ci date un attimo di respiro e dimezziamo i rim-pianti.

      • tumbiolo

        (3 agosto 2010 - 17:08)

        Nella concitazione la parola palcoscenico è stata ripetuta.
        Mi scuso e ripeto:
        Giancarlo, guarda che il palcoscenico era del grande Scarpato, mica puoi rubarglielo così impunemente !
        Se vuoi fare un pezzo su Guccini, fallo pure così almeno ci date un attimo di respiro e dimezziamo i rim-pianti.

      • giancarlo maffi

        (3 agosto 2010 - 17:10)

        caro tumbiolo, il palcoscenico lo lascio a quelli bravi.

        io semmai porto il microfono e spengo le luci :-)

  • giulia

    (3 agosto 2010 - 16:21)

    grande Maffi:)))

  • Daniela

    (3 agosto 2010 - 17:18)

    E… grazie anche a Giancarlo, che ci ha permesso di ricordare ancora qualche parola del grande Guccini! Si potrebbero leggere all’infinito quelle che sono parole di poesia più che parole di “canzoni”.

  • fabrizio scarpato

    (3 agosto 2010 - 18:56)

    Andare indietro coi ricordi sui versi e sulle musiche di Guccini è esercizio alquanto pericoloso, un triplo carpiato con avvitamento. Sarebbe bene evitare, a una certa età.
    Ma qui parliamo di cibo e mi interessa il filo rosso (ebbene sì) che lega una scelta politica ed esistenziale di un autore, il richiamo regressivo, per nulla reazionario, per nulla restauratorio, alle radici, il vedere le proprie radici con rispetto ( vedi i versi di Amerigo), riassumerle attraverso il cibo, e farne punto di partenza, necessario bagaglio di affermazione, di innovazione e utopia.
    Siamo sempre lì: conoscere, rispettare, studiare per rinnovarsi. Fuori dalle formule, dai chilometri zero, dalle Giulia da Pisa, dalle lasagne della nonna e dai prodotti genuini di strisciante memoria: tutto utile, non fine, ma mezzo. Per crescere. I sogni non hanno bisogno di formule.
    Un altro filo, invero ardito, ma affascinante, non fosse altro dal punto di vista della coincidenza, è quello che lega Guccini, Modena, la piccola città, il mulino, i nonni di Pàvana, le osterie di Bologna, lo stare insieme, la ricerca della tradizione, della sua forza, alla filosofia che finisce nei piatti senza tempo di Massimo Bottura, anch’egli a Modena, che lavora con sfogline del luogo, che va dal casaro di Zocca sempre Appennino modenese e così via.
    Francesco e Massimo: non venite a dirmi che è un caso che proprio a Modena apre le porte l’Osteria Francescana ;-)

  • tommaso esposito

    (3 agosto 2010 - 21:58)

    L’osteria della Pergola è in faccende:
    piena è di grida, di brusio, di sordi
    tonfi; il camin fumante a tratti splende.
    Sulla soglia, tra il nembo degli odori
    pingui, un mendico brontola: Altri tordi
    c’era una volta, e altri cacciatori.
    Dice, e il cor s’è beato. Mezzogiorno
    dal villaggio a rintocchi lenti squilla;
    e dai remoti campanili intorno
    un’ondata di riso empie la villa.

    Giovanni Pascoli, Myricae
    8. L’ULTIMA PASSEGGIATA, IX. Mezzogiorno.

  • Vignadelmar

    (4 agosto 2010 - 11:23)

    Arrivo con “colpevole” ritardo a commentare questo bellissimo post.

    Guccini, assieme a De Andrè ed a pochissimi altri, è stato la colonna sonora della mia vita, anche politica.
    Poi è sopraggiunto il Guccini scrittore che con il vecchio ormai “Croniche epafaniche” mi riempì di nostalgia per ricordi infantili non miei. Poi i gialli, scritti a quattro mani, sempre apparentemente leggeri, in realtà mai banali e scontati, anzi.

    La già citata “Il vecchio e il bambino” è forse una delle prime, sicuramente una delle più importanti, canzoni ambientaliste della musica cantautorale italiana:

    “Un vecchio e un bambino si preser per mano
    E andarono insieme incontro alla sera.
    La polvere rossa si alzava lontano
    E tutto brillava di luce non vera.
    L’immensa pianura sembrava arrivare
    Fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare,
    E tutto d’intorno non c’era nessuno
    Solo il tetro contorno di torri di fumo.
    I due camminavano, il giorno cadeva
    Il vecchio parlava e piano piangeva.
    Con l’anima assente, con gli occhi bagnati
    Seguiva il ricordo di miti passati.
    I vecchi subiscon le ingiurie degli anni
    Non sanno distinguere il vero dai sogni,
    I vecchi non sanno, nel loro pensiero
    Distinguer nei sogni il falso dal vero.
    E il vecchio diceva, guardando lontano,
    “Immagina questo coperto di grano,
    Immagina i frutti, immagina i fiori
    E pensa alle voci e pensa ai colori.
    E in questa pianura fin dove si perde
    Crescevano gli alberi e tutto era verde,
    Cadeva la pioggia, segnavano i soli
    Il ritmo dell’uomo e delle stagioni.”
    Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
    E gli occhi guardavano cose mai viste,
    E poi disse al vecchio con voce sognante
    “Mi piaccion le fiabe, raccontane altre.”

    Mi piace citare questa perchè proprio ieri sono stato a Manduria, dal mio amico Gianfranco Fino a girar per vigne, le sue vigne. Alberelli pluridecennali, curati uno ad uno, come tanti piccoli bonsai. Terra rossa, ricca, fertile, dura, faticosa.
    Non era la prima volta che facevo questo giro con lui, non sarà l’ultima. Perchè sentirlo parlare, narrare il suo lavoro è affascinante e commovente.
    Ieri pomeriggio io ero “il bambino” e lui “il vecchio”.
    .
    A dimostrazione che Guccini è sempre attuale.
    .
    Ciao

    • giancarlo maffi

      (4 agosto 2010 - 11:55)

      I bambini non si strafogano di vino:-)))

      • Vignadelmar

        (4 agosto 2010 - 11:57)

        Delatore !!! :-(((

        Ciao

        .

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