Farmer marlet e vini veri nel cuore dei Campi Flegrei

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di Angelo Di Costanzo
Sabato 4 Ottobre si è aperta a Pozzuoli la festa della comunità di Cigliano, collina prospiciente il Vulcano Solfatara, da sempre area vocatissima alla viticoltura incappata negli anni 80 e 90 in un ventennio circa di cruda speculazione edilizia che ha rischiato di ridurla ad un colabrodo.
Da alcuni anni è in corso una forte sensibilizzazione su questa area mirata al recupero del valore rurale di questa comunità e a dire il vero molti sono i segnali di ripresa che tendono a ripensare la Collina di Cigliano come luogo di grande interesse agricolo e viticolo ed in prospettiva non è solo un sogno auspicare, vista la forte motivazione ma anche la enorme frammentazione dei terreni vitati ad una Cantina Cooperativa della Comunità Ciglianese.
Il terreno qui è essenzialmente vulcanico costituito da diversi strati di roccia eruttiva costituitisi sin da 39000 anni fa con un marcato substrato di ignimbrite Campana e ricoperto da diversi altri strati di rocce delle varie epoche eruttive succedutesi tra le quali quella del Tufo giallo Napoletano, la seconda per importanza nell’area campana nel corso della quale furono emesse, da un epicentro ubicato proprio nei Campi Flegrei, alcune decine di km3 di magma che ricoprirono un’area di circa 1.000 km2. I depositi di questa eruzione si rinvengono tradizionalmente in tutto l’areale napoletano-flegreo e nella Piana Campana fino ai rilievi dell’Appennino.
Cigliano per queste sue caratteristiche morfologiche è luogo d’elezione per le verdure e gli ortaggi flegrei, spesso fuori mercato per le esigue quantità prodotte, si possono altresì ammirare interi frutteti di arance, pesche e mele annurche, tutti prodotti con i quali si sta cercando di creare un mercato dalla filiera breve sposando appieno l’idea del “Community Farmer Market” ed in questo paniere non poteva mancare il vino. Qui come in tutto l’areale flegreo si coltiva principalmente il Piedirosso e la Falanghina, viti centenarie sono splendidamente abbarbicate sui pendii più ripidi a testimonianza di una storicità tangibile alla luce del sole, che qui grazie alla sua esposizione a sud, sud-est non fa mancare il suo calore per gran parte del giorno; Non è difficile però cogliere qua e là filari di viti misconosciute, esempio questo della gran confusione che per anni ha imperversato su questo lembo di territorio, dallo Sciascinoso all’Aglianichella, dal Moscato all’uva Soricella, dalla Barbera alla Marsigliese, uva quest’ultima di chiara origine francese (avvicinabile al Tannat, Petit Verdot) che si è già avuto modo di constatare come se lavorata bene (un esempio lampante il Marsiliano 2006 di La Sibilla, Bacoli) esprima un rosso davvero interessante e fuori dai luoghi comuni sui rossi “semplici” dell’areale flegreo.
Il banco di degustazione preparato per l’occasione dai circa 20 vignaioli “Ciglianesi” invitava all’assaggio di circa una trentina di vini tra bianchi a base Falanghina e rossi principalmente a Piedirosso (che qui amano chiamare Per e’Palummo, nda) ma non era difficile intuire come alcuni bianchi avessero ricevuto un “rigoverno” con del Moscato (labile effervescenza e note molto dolci, di moscato, appunto) ed alcuni rossi “addolciti” alla stessa maniera o assemblati in uvaggio a varietà bianche per stemperare quel tannino che con macerazioni poco attente più che dalle bucce del Piedirosso sembra provenire dai suoi graspi e dai suoi vinaccioli: “Dottò, qua non ci mettiamo niente dentro, ci tengo a precisarlo” ci sentiamo dire da dietro da qualcuno, mentre interloquisco con il buon Nicola Muccillo intento ad estasiarmi con tutta la sua conoscenza ed esperienza sulla autenticità delle produzioni campane, dall’olio extravergine d’oliva ai vino frutto del Sannio e del Vesuvio, ai formaggi del Cilento e del Vallo di Diano allo straordinario “cognac” dell’Istituto Agrario di Avellino che mi invita a non perdere.
Il panel non ha certo espresso esempi di enologia applicata, la mia valutazione finale servirà infatti più che altro per premiare il più volenteroso, ma il risultato più utile da cogliere in questi vini è certamente quello di carpire tutte le loro sfumature autentiche, la loro originalità e la loro sincerità: il colore, espressione di “chiarifiche quasi zero” nell’intento di non perdere “frutto”, il naso con sovrapposizioni di sensazioni floreali e fruttate fragranti a note minerali ed eteree in maniera sistematica, sintesi di forte espressione territoriale. Il gusto con decise variabilità di equilibrio ed armonia fortemente legate all’età delle vigne, alla loro esposizione, all’epoca vendemmiale e non di meno dall’amore, dalla bravura e l’esperienza del vignaiolo: “ Quando finisco la vendemmia, prendo una sedia e mi siedo davanti alle mie botti, rimango lì per intere giornate, intere settimane fino a quando non vedo comparire una donna, la più bella delle donne. Allora è quando il vino è pronto, ed io ci faccio all’ammore!”