Fiano di Avellino 1994 doc

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MASTROBERARDINO
Uva: fiano
Fascia di prezzo: fuori commercio
Fermentazione e maturazione: acciaio

Davvero non so se sia peggio mettere alluminio anodizzato in un palazzo storico o bere bianchi irpini dopo qualche mese. La molla è comunque la stessa, quella dell’incoltura incapace di rispettare le cose, l’ambiente, e dunque se stessi. Ormai le esperienze in questo senso si stanno moltiplicando e mi rendo conto che ci vorrebbe proprio una normativa precisa nella docg ad impedire la commercializzazione di queste bottiglie almeno prima di un anno, proprio come si fa con i rossi. Ma vedo che la stragrande maggioranza degli enotecari, dei ristoratori e dei produttori sono troppo ottusi per poter guardare bene ai loro stessi interessi, vista l’abominevole pratica diffusa che continua. Eppure che direste se un Brunello o un Taurasi venissero bevuti la primavera dopo la vendemmia? Le cose stanno più o meno in questi termini, ma mi rendo conto che non si può impedire, sarebbe come dire alla gente di non guardare il Grande Fratello. Non restano che nicchie monacali impegnate nel culto di cosa potrebbero essere questi bianchi se i loro tempi venissero rispettati come si deve fare con ogni cosa. Come è capitato all’Antica Osteria Marconi di Potenza dove ci hanno dato, per introdurre un paio di Don Anselmo di annata, un Fiano di Mastroberardino 1994, data della nascita del locale. Già, le mitiche bottiglie renane si trovavano all’epoca sulle 6-8mila lire in enoteca e che erano le uniche testimoni dell’esistenza del vino campano nei ristoranti: quindici anni fa, non quindici secoli fa. Splendide nella loro semplicità di esecuzione, fermentazione, acciaio e vetro. Punto. Francesco Rizzuti mi ha raccontato che era un partita acquistata qualche anno fa nella stessa azienda che le aveva conservate e riproposte ad alcuni ristoratori più sensibili. Dunque che volete che vi dica? Il bianco era un colore paglierino carico come sempre succede dopo quattro, cinque anni, la freschezza era assolutamente intonsa, come ha notato la sommelier Michela Guadagno, poteva anche essere bevuto da due o tre anni senza problemi. E forse la riflessione più importante riguarda quei magnifici tappi lunghi a cui la Mastroberardino non ha mai rinunciato anche nei base. Sì, perché mi ero dimenticato di dirvi che questa era proprio la linea base, tra l’altro di un’annata non particolarmente fortunata né per l’azienda, era appena avvenuta la separazione familiare, e neanche per l’andamento vendemmiale. Vedete dunque, cari lettori, come sia possibile raggiungere l’eccelso anche in condizioni negative quando si tratta di bianchi dell’Irpinia. Il vino aveva un naso intenso e persistente, frutta bianca sciroppata e la nota di nocciola tostata che il Fiano quasi sempre fa emergere con chiarezza dopo un po’, in bocca è fresco, lungo, bevibile e dissetante, in perfetta condizione fisica come gli arzilli vecchietti che vanno a correre la maratona. Chi ha voglia di provarne ancora, vada a Potenza, troverà piatti degni della sua apertura. E, mi raccomando gente, conservate questi bianchi, conservateli: sotto i letti, negli armadi, nelle case di un amico o di parenti, magari anche in una cantina se potete. Li aprite dopo quattro, cinque anni e non ci sarà tipologia capace di darvi le stesse emozioni di un Fiano di Avellino. Le mode passano, il Fiano è per sempre.

Sede ad Atripalda, Via Manfredi, 75-81
Tel. 0825.614111, fax 0825.611431
Sito: http://www.mastroberardino.com
Bottiglie prodotte: 2.500.000
Ettari: 140 di proprietà e 60 in conduzione
Vitigni: aglianico, piedirosso, fiano di Avellino, coda di volpe, greco di Tufo, falanghina