Fiano di Avellino 2004, partita tripla: Clelia Romano, Vadiaperti e Villa Diamante

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di Luigi Metropoli

Antoine Gaita, Villa Diamante (foto Acquabuona)

Caro Luciano,
rispondo con ritardo al tuo invito a dare maggiore respiro a una mia battuta su alcuni fiano d’Avellino 2004, a seguito di un breve scambio di email avvenuto qualche mese fa.
Mancherà a queste note l’immediatezza e la ricchezza di dettagli di cui si può avvalere una scrittura appena successiva all’assaggio, ma in fondo è meglio lasciar sedimentare il ricordo di una bevuta, distillandone poi ciò che ha contribuito a renderla indimenticabile: quale valore può avere un vino di cui non si serba memoria? Un vino, per giunta, che ha sonnecchiato sornione in una bottiglia, affrontando l’ombra del tempo che avanza, beandosene e facendone il suo punto di forza? Un tempo che scorre inesorabile e una bevuta di cui sfugge il ricordo non si accordano.
Del resto, la scrittura è di per sé un azione di riporto, “in assenza”: una dislocazione temporale di un evento, conservandone solo ciò che vale.

Con Clelia Romano al Papavero

Nello scambio di email ci scrivevamo che il 2004 è stato favorevole per i rossi, un po’ meno per i bianchi e tu evidenziavi come questi ultimi avessero talvolta una mancata compiutezza del frutto, mostrandosi più esili, eppure sembrano esser nati per non cedere nulla al tempo che passa. Acidità e mineralità sono l’ossatura di quel millesimo per i bianchi irpini, ma mi è parso di leggervi tanta classe, tanta capacità di sorprendere il fortunato (e saggio) che ha saputo resistere per 4 anni allo stappo.
I vini di cui si parlava sono il fiano di Raffaele Troisi (Vadiaperti), il Vigna della Congregazione di Antoine Gaita (Villa Diamante) e il fiano di Clelia Romano (Colli di Lapio). Fiano che in ogni caso possono essere presi a modello per la tipologia. I primi due di Montefredane, il terzo di Lapio. Non credo che quest’ultima sia una puntualizzazione trascurabile: si tratta forse dei due luoghi più citati per quanto riguarda il nostro vitigno. Forse varrà qualcosa.

Raffaele Troisi (Vadiaperti) con un grappolo di coda di volpe

Inutile dire che gli assaggi – nel corso del 2009 – sono stati per me stupefacenti. Mi ha sorpreso particolarmente il vino di Clelia Romano. L’avevo lasciato più tendente al dolciastro al naso (muschiato, erbe aromatiche e un frutto che marcava) e molto acido al palato e l’ho ritrovato praticamente rovesciato: naso profondo e stratificato, sempre una superba nocciola tostata, ma con maggiore varietà e una mineralità che finiva quasi per lambire il roccioso, partendo da un consueto timbro iodato (cosa che invece mi sarei aspettato senza sorprese da un fiano di Montefredane); bocca armoniosa (oserei dire: quasi ricca), acidità non più così pungente, lunga. Articolazione da manuale. Fuoriclasse vero. Ho bevuto invece il 2008 alla vigilia di Natale e credo sia uno di quei vini da comprare a casse e dimenticare in cantina per un bel po’. Forse ora non così coinvolgente (sfido: trovatemi un grande fiano che al primo anno sia davvero grande), ma ha le carte in regola per esserlo.
Quello di Raffaele Troisi è per me un incanto e quasi mi commuove. Il fiano più ostico nel periodo breve, acidissimo, sottile, acuminato, si trasforma in un campione di razza alla distanza: un diesel. La bellezza del vino è proprio qui, mi dico: l’arte dell’attesa che regala la sorpresa più gradita. Non ha la struttura e la ricchezza del Vigna della Congregazione e nemmeno l’aristocrazia di quello di Clelia Romano, ma ha un estro che lo rende unico: naso minerale (è anche il più animale, ma mi avvince quella buccia di limone che avverto subito), con note di felce, erbe di montagna. Mi ricorda l’odore del sottobosco dei Picentini quando andavo in cerca di porcini con mio padre (ora ci va solo lui, ma almeno io li mangio), ed è molto di più. È ingannatore al palato: sempre con acdità infiltrante, fintamente sottile, sembra spegnersi e poi, zam, riparte come un’onda che si distende ben oltre il punto della battigia dove avevi pensato si fermasse. Ed è la seconda ondata a regalare le emozioni maggiori, con un finale netto di miele di castagno. Dolce-amaro o dolce-amore. La sua dote non è nella spazialità al palato: è coerente nel suo allungo verticale, infinito. Ha un passo così docile che sembra avere le ali. Una giovinezza senza fine.
Il Vigna della Congregazione ha un naso che meraviglia. Eppure, mi dico, non ostenta. Non è affetto da egolatria, non lo fa per sorprendere. Semplicemente, incanta. C’è tutto. Ma soprattutto si avverte sempre questo gioco a rimpiattino (o meglio, è una saldatura) tra il timbro roccioso-pietra focaia (un pizzico di tostato) e un mix aromatico di erbe. C’è perfino un pizzico di oriente. Ha calore, ma non travalica il limite. Pizzica al naso, ma non estenua. Poi ammicca, seduce. Al palato coinvolge: ha materia, che bilancia la sempre presente acidità, sembra velluto, ma non addomestica il palato, piuttosto lo stimola, lo accende, lo induce a reagire. Quintessenza della mineralità e verve acida, ecco perché. Per me da applausi: più passa il tempo più cresce. Se lo si lascia nel bicchiere, poi, sembra abbracciarti alla successiva sniffata.
Sono vini che bisogna assaggiare almeno una volta all’anno per seguirne l’evoluzione e stapparli nelle giornate di festa.
Non ho mai amato troppo le annate calde, con rare eccezioni. Il 2004 è stato equilibrato: né troppo caldo né troppo fresco. Qualche pioggerellina in qualche momento topico? Non importa. La bevibilità vale più degli effetti speciali e alla lunga lascia più spazio alla fantasia.
Direi che è il caso di incitare quanti ne conservano almeno una bottiglia in cantina a stapparla per Capodanno o per l’Epifania, per un giorno di festa appunto. Mi sembra il minimo, no? Inviti anche tu qualcuno allo stappo?
Con i migliori auguri di buone feste

Caro Luigi
credo proprio che questa 2004 ci accompagnerà a lungo nella nostra frequentazione con il vino.
Per i rossi di Aglianico dovrebbe essere l’anno della svolta,nel senso che dopo i superpopputi 2000, 2001 e 2003 finalmente inizia una serie, non dico di fine eleganza come sono stati  quelli degli anni ’90, ma almeno di un bicchiere in cui l’elemento dominante è l’acidità, dunque la bevibilità e l’abbinabilità.
Stesso discorso mi pare incardinato per la 2005 ela 2006 mentre la 2007 registra un passo indietro in campagna ma in cantina ha comunque fatto i conti con un inizio di ripensamento dell’uso del legno.

Quanto ai bianchi il discorso per me è meno decifrabile. La 2004 mi è sembrata essere esile e tormentata, ma quei cavalli di razza capaci di correre di cui hai scritto in maniera così piacevole hanno dimostrato di essere esaltati dalla difficoltà. Proprio un paio di settimane fa ho bevuto il 2004 di Clelia e l’ho trovato così classico, perfetto, da poter essere speso in ogni occasione.
Non so dirti quanto a lungo evolveranno ancora.

Un bacione