Fiano di Avellino 2006 docg Picariello

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Non so in verità se possa durare di più un Fiano o un Aglianico, ma certo il grande vino bianco irpino attraversa il tempo in modo spavaldo, soprattutto se trattato con un certo riguardo in vinificazione, sia pure in solo acciaio senza passaggio in legno. Purtroppo la maggioranza dei consumatori e, quel che è più grave, dei ristoratori, non capisce che il Fiano non può essere bevuto subito come la Coda di Volpe o il Biancolella d’Ischia. Alcuni produttori, pochissimi, stanno sfidando con coraggio questo mercato impossibile, sarebbe come far uscire un’auto dalla fabbrica senza carrozzeria, e aspettano almeno un anno prima di presentarsi al giudizio dell’appassionato. Il primo, come è noto, è Marsella, il quale purtroppo ha commesso l’errore di non creare un archivio storico, ma in questo è in buona compagnia con il 90 per cento dei produttori del Sud. Vicino le sue vigne ha iniziato anche Ciro Picariello a fare la stessa cosa anche se quest’anno ha anticipato a prima di Natale, speriamo non sia l’inizio di una brutta abitudine perché in realtà ogni Fiano di Avellino dovrebbe uscire a due anni esatti dalla vendemmia, mese più, mese meno. Il mercato volge al bianco, era ora, e cresce la domanda di emozioni e complessità in questo segmento dopo l’abbuffata di tannini e marmellate degli anni ’90, chi ha il coraggio di capitalizzare adesso potrà vendere a qualsiasi prezzo dopo. Il Fiano di Rita e Ciro Picariello è il risultato di un blend fra due vigneti, quello storico a Summonte e quello sulla collina di Montefredane, non lontano da Vadiaperti e Pietracupa. Visto che parliamo di sette ettari complessivi con un potenziale a breve di almeno 60.000 bottiglie tenendo conto della bassa resa per ettaro, ho consigliato loro di creare subito due cru distinti da proporre dopo due anni in poche bottiglie: sarebbe un avvenimento come la Falanghina 2001 di Libero Rillo. Il loro 2006 conferma la difficoltà della stagione, come del resto anche quello di Marsella, ma al tempo stesso rivela che con alcuni accorgimenti molto semplici, primo fra tutti una serrata politica di potatura in vigna, sia possibile presentarsi in maniera smagliante sul mercato. Rispetto alle precedenti due versioni, infatti, c’è una spinta acida minore e il bicchiere appare già composto, compiuto, con una sostanziale corrispondenza fra naso e palato, in genere molto difficile da ottenere nei vini irpini se non dopo alcuni anni. Prevale la pera, a seguire odori di campo, agrumato, note minerali tipiche di queste due aree. Lo berrei sulla genovese di tonno preparata da Pasquale Torrente del Convento o su quella della tradizione di Enzo Perrota della Trattoria Sessantanove a Napoli: certo, non è sempre facile scegliere nella vita!