Il Fiano del Cilento e la Santa Sofia: primo studio sul campo

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grappoli di Fiano nella tenuta Verrone
grappoli di Fiano nella tenuta Verrone

di Enrico Malgi

La viticoltura nel Cilento affonda le sue radici, come in tutto il Meridione d’Italia, nell’antica tradizione ellenica. Tra il VII e VI secolo a.C. si stanziarono sulle coste cilentane i Focei, che fondarono Hyele-Elea (che poi in seguito divenne Velia con i Romani), ed i Sibariti, discendenti diretti dei famosi Achei, che eressero la città di Poseidonia in onore del dio del mare, che poi sempre con i Romani prese il nome di Paestum. E com’era consuetudine, nelle loro trasmigrazioni questi colonizzatori di origine greca erano muniti di tutto l’approvvigionamento utile alla sussistenza, tra cui anche i semi delle uve da piantare nel luogo di approdo, che trovarono nella natura argillosa-calcarea del terreno e nell’ottimale clima del Cilento condizioni adatte alla crescita delle viti.

I Focei temendo eventuali incursioni nemiche provenienti dal mare, nel IV secolo a.C. decisero di spostare parte della popolazione più all’interno del territorio cilentano verso la collina della Civitella, dove costruirono una solida fortezza. Questo insediamento è poi venuto alla luce nel 1966 a seguito di scavi archeologici, dove tra l’altro furono rinvenuti reperti di un’arcaica viticoltura, attestando così la reale presenza della vite sul territorio cilentano da alcuni millenni.

Nel corso dei secoli la coltivazione della vite nel Cilento si è sviluppata costantemente ed intensamente su tutto il territorio. Nella metà del XIX secolo i vitigni più diffusi erano aglianico, guarnaccia, piedirosso, mangiaguerra, malvasia e santa sofia. La santa sofia, appunto, che è stata sempre considerata come una specie varietale autoctona cilentana e spesso confusa con il fiano. Quest’ultimo vitigno, invece, è stato impiantato per la prima volta nel Cilento all’inizio degli anni ’80, utilizzando barbatelle da marze provenienti dall’Istituto De Sanctis di Avellino, come afferma l’enologo cilentano Alfonso Rotolo. Mentre Vincenzo Polito asserisce che il fiano era già presente sul territorio cilentano a partire dal 1970.

Analoga tesi la sostiene anche l’esperto enologo salernitano Sergio Pappalardo: “Dal 1999 è stato confermato – con la caratterizzazione ampelografica e molecolare del DNA – che i due vitigni fiano e santa sofia hanno diversità morfologiche e genetiche, non lasciando spazio ad alcun fraintendimento”. “Ancora oggi – prosegue Pappalardo – si continua a pensare che la santa sofia sia il fiano del Cilento. Non so perché in passato sia stata fatta questa associazione, le due varietà sono molto diverse. Nello specifico la santa sofia ha le caratteristiche dell’uva da tavola, ovvero buccia spessa, polpa croccante ed acini grandi. Molto più semplice potrebbe essere la confusione con la sanginella, altra uva con queste stesse peculiarità con cui condivide in parte anche l’area di coltivazione. In entrambi i casi, comunque, non esistono impianti specializzati, ma mi riferisco alla loro sporadica presenza in vigneti domestici o al massimo in piccolissime realtà sperimentali”. “Negli anni passati – afferma ancora Pappalardo – ho portato avanti personalmente degli esperimenti sulla santa sofia, sul fiano e sulla sanginella. Sulla santa sofia furono fatti innesti in campo selvatico prelevando le marze da singoli ceppi a piedefranco che sono presenti in tutta l’area del Cilento e che sono riuscito a trovare grazie alla memoria storica di vecchi viticoltori, i quali disponevano della santa sofia sia come uva da tavola e sia da taglio. Successivamente mi sono dedicato alla realizzazione di un piccolo vigneto sperimentale di santa sofia realizzando barbatelle presso vivaisti di fiducia”. “Ora il vero problema – conclude Pappalardo – è che non è consentito realizzare un vigneto di santa sofia, perché questa varietà, anche se presente nel germoplasma viticolo campano e riconosciuta dalla stessa Regione Campania, non è mai stata registrata a catalogo dei vitigni autorizzati alla coltivazione. Non si tratta di un’uva straordinaria, ma poiché non esiste un vitigno a bacca bianca bandiera del Cilento la santa sofia potrebbe ergersi a simbolo”.

Fiano e santa sofia, com’è stato affermato quindi, sono due specie varietali completamente diverse. Le aziende vitivinicole cilentane, infatti, usano impiegare soltanto il fiano per i loro vini bianchi in purezza, oppure in blend con altre uve bianche, così come dispongono i due Disciplinari territoriali: Cilento Doc o Dop e Paestum Igt o Igp. La santa sofia, quindi, non si potrebbe coltivare ufficialmente. Poi ognuno fa come gli pare…

Ed allora vediamo quanti ettari sono destinati alla specifica coltivazione, quali etichette sono messe in commercio e in che misura viene utilizzato il fiano da ogni singola azienda del Cilento:

Società Agricola Albamarina di Castinatelli di Futani

  1. Circa due ettari vitati a fiano, da impinguare a breve con un altro ettaro e mezzo.
  2. Valmezzana Fiano Cilento Dop con 10.000 bottiglie; Primula Fiano Paestum Igt con 3.500 bottiglie.
  3. Mediamente 13.500 bottiglie di fiano prodotte ogni anno.

Azienda Agricola Vitivinicola Barone di Rutino

  1. Quattro ettari vitati a fiano.
  2. Vignolella Fiano Cilento Doc n. 15.000 bottiglie; Una Mattina Fiano Cilento Doc n. 4.500 bottiglie; Vestalis Paestum Igt n. 1.300 bottiglie.
  3. All’incirca 21.000 bottiglie di fiano.

Azienda Botti di Agropoli

  1. Un ettaro e 38 coltivato a fiano.
  2. Enfasi Fiano Cilento Doc n. 7.000 bottiglie.
  3. 7.000 bottiglie prodotte mediamente ogni anno.

Azienda Casebianche di Torchiara

  1. Un ettaro e settecento destinato al fiano.
  2. Cumalè Fiano Cilento Dop n. 6.000 bottiglie; La Matta vino spumante 7.000 bottiglie; Iscadoro Bianco Paestum Igt blend di fiano al 40% e poi trebbiano e malvasia, circa 2,500 bottiglie l’anno.
  3. Complessivamente sono 13.000 bottiglie di fiano in purezza, più 2.500 in blend.

Azienda Agricola Cobellis di Vallo della Lucania

  1. Due ettari e mezzo di fiano.
  2. Crai Fiano Cilento Dop n. 8.000 bottiglie.
  3. Ottomila bottiglie di fiano l’anno.

Casa Vinicola Cuomo I Vini del Cavaliere di Capaccio

  1. Un ettaro vitato a fiano;
  2. Heraion Fiano Cilento Dop n. 7.000 bottiglie; Leukos Fiano Paestum Igt n. 3.500 bottiglie.
  3. Poco più di diecimila bottiglie di fiano prodotte ogni anno.

Tenuta Di Bartolomeo di Castellabate

  1. Cinque ettari di fiano.
  2. Noè Fiano Paestum Igt n. 10.000 bottiglie.
  3. Diecimila bottiglie di fiano prodotte l’anno.

Azienda Agricola Donna Clara di Licusati di Camerota

  1. Un ettaro e mezzo coltivato a fiano.
  2. Pante Fiano Cilento Dop n. 7.000 bottiglie.
  3. Settemila bottiglie prodotte l’anno.

Azienda Agricola Luigi Maffini di Castellabate

  1. Otto ettari vitati di fiano non tutti in produzione.
  2. Kratos Fiano Paestum Igt n. 50.000 bottiglie; Pietraincatenata Fiano Cilento Doc n. 12.000 bottiglie.
  3. Sessantaduemila bottiglie l’anno di fiano.

Azienda Agricola Marino Raffaele di Agropoli

  1. Ettari vitati di fiano 6.
  2. Proclamo Fiano Cilento Dop n. 20.000 bottiglie; Fiano Paestum Vendemmia Tardiva Igt n. 5.000 bottiglie; Cellaia Cilento Bianco Dop blend di fiano, malvasia ed altri vitigni a bacca bianca n. 20.000 bottiglie.
  3. Bottiglie di solo fiano n. 25.000, con Cilento Bianco n. 45.000.

Azienda Vitivinicola Carlo Polito di Agropoli

  1. Circa tre ettari vitati di fiano.
  2. Saracé Fiano Cilento Dop n. 4.000 bottiglie; Roccaventa Cilento Bianco Dop con fiano, trebbiano e malvasia bianca n. 3.000 bottiglie; Paes Fiano Paestum Igp n. 3.000 bottiglie.
  3. 7.000 bottiglie di fiano l’anno, più altre 3.000 bottiglie in blend.

Azienda Vitivinicola Alfonso Rotolo di Rutino

  1. Quattro ettari vitati di fiano.
  2. San Matteo Fiano Paestum Igt n. 25.000 bottiglie; Valentina Fiano Paestum Igt n. 5.000 bottiglie. Spumante Fiano Metodo Classico Vola Lontano n. 1.000 bottiglie.
  3. In complesso n. 31.000 bottiglie di fiano.

Azienda San Giovanni di Castellabate

  1. Due ettari vitati di fiano.
  2. Tresinus Bianco Paestum Igt n. 2.500 bottiglie; Bianco Paestum Igt blend di fiano, trebbiano e greco n. 7.000 bottiglie.
  3. 500 bottiglie di solo fiano e complessivamente circa 10.000 bottiglie col bianco in blend.

Azienda Agricola San Salvatore 1988 di Giungano

  1. Nove e mezzo di ettari vitati di fiano.
  2. Pian di Stio Fiano Paestum Igp n. 10.000 bottiglie; Trentenare Fiano Paestum Igp n. 25.000 bottiglie; Cecerale Fiano Paestum Igp n. 7.000 bottiglie.
  3. 42.000 bottiglie di fiano prodotte ogni anno.

Verrone Viticoltori di Agropoli

  1. Otto ettari vitati di fiano.
  2. Vigna Girapoggio Fiano Cilento Dop n. 5.000 bottiglie; Riserva Vigna Girapoggio Fiano Cilento Doc n. 2.500 bottiglie.
  3. Circa 7.500 bottiglie l’anno.

Viticoltori De Conciliis di Prignano Cilento

  1. Cinque ettari coltivati a fiano.
  2. Donnaluna Fiano Paestum Igt n. 20.000 bottiglie; Perella Fiano Paestum Igt n. 2.000 bottiglie; Antece Fiano Cilento Dop n. 1.000 bottiglie; Bacioilcielo Bianco Paestum Igt blend di fiano e malvasia n. 8.000 bottiglie. Selim Spumante Metodo Charmat blend di fiano in piccola quantità ed aglianico n. 30.000 bottiglie.
  3. In totale n. 23.000 bottiglie di fiano in purezza, più 38.000 con fiano in blend.

In conclusione, è stato acclarato che il fiano coltivato nel Cilento non ha nulla da spartire con la santa sofia. Gli ettari vitati coltivati col fiano sono complessivamente circa 65. Le bottiglie di fiano in purezza prodotte ogni anno sono mediamente circa 300.000, più altre 70.000 bottiglie assemblate in percentuale col fiano insieme con altri vitigni a bacca bianca. Tutta questa produzione di fiano cilentano ha fortunatamente un grosso impatto sui mercati interno ed estero, tanto da sviluppare una forte crescita economica. C’è da aggiungere ancora che questi dati sono molto attendibili e fotografano una reale situazione territoriale, anche se bisogna considerare che esiste un sommerso residuale con la minimalista produzione del fiano, ed eventualmente anche della santa sofia, da parte di piccoli viticoltori per il proprio consumo familiare che non può essere censito ufficialmente.

5 commenti

  • Vincenzo Mercurio

    (9 febbraio 2016 - 19:22)

    Complimenti Enrico per aver aperto una finestra di approfondimento su un tema a me molto caro: i vitigni “storici” campani, volutamente non ho il piacere di usare il termine “minori” perchè non lo trovo appropriato. Sarebbe molto bello poter approfondire, con un dovuto aggiornamento, le reali origini dei nostri più cari vitigni regionali.
    Mi auguro che ci sia soprattutto una svolta dal punto di vista burocratico per poter far rientrare questi vitigni in quelli ammessi in modo da dargli una nuova vita. A mio modesto avviso sono almeno 8 quelli che meriterebbero molta più attenzione.

  • Francesco Sansone

    (9 febbraio 2016 - 20:50)

    Buonasera sig. Malgi, grazie per aver condiviso questo approfondimento sul santa sofia. La prossima volta che farò un salto a Rutino cercherò di procurarmene almeno una bottiglia per assaggiarlo finalmente, sperando che non finisca tutto troppo presto! Molto bella anche la panoramica sulle cantine cilentane, alcune non le conoscevo. Se ne avrà modo, ci faccia sapere di più.

  • Enrico Malgi

    (10 febbraio 2016 - 09:26)

    Hai proprio ragione Vincenzo, come ne abbiamo già parlato, si sente il bisogno di approfondire a tappeto la ricerca sui vitigni storici, come li chiami tu, che insistono sul territorio cilentano, provinciale e regionale. Pensa che qualche anno fa uno studio condotto dalla società Ager di Milano ha scoperto ben sedici nuovi genotipi unici nel solo comune di Moio della Civitella. Figurati quante altre specie varietali aspettano ancora di essere scoperte. D’altra parte, come sai, soltanto in Campania sono stati censiti ufficialmente più di 100 vitigni autarchici, a fronte di meno di 400 varietà nazionali. C’è da aggiungere che Ii nostro Lucianone, sempre sensibile a queste tematiche, si è fatto personalmente promotore nell’indirizzare le mie ricerche ampelografiche e credo che sia disponibilissimo a continuare su questa falsariga, promuovendo anche incontri e convegni, come tu ed il auspichiamo a breve.
    Grazie a lei sig. Sansone che ha pienamente colto lo spirito di queste ricerche.

  • Marco contusi

    (10 febbraio 2016 - 12:45)

    Articolo interessante come sempre caro Enrico….recentemente ho bevuto il Santa Sofia di
    Barone 2009 prima annata ed era eccezionale,necessita di qualche anno in bottiglia per esprimersi al meglio.

  • Enrico Malgi

    (10 febbraio 2016 - 17:42)

    Ciao Marco. Diciamo che è un ottimo e singolare bianco territoriale senza avere ottenuto per adesso l’imprimatur regionale.

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