Fiera Enologica di Taurasi. Marco Arturi: l’annullamento nasce dalla cultura repressiva che domina l'Italia

Letture: 62

Dopo le interviste ad Antonio Tranfaglia, presidente della Pro Loco, a Franco Ziliani e a Sandro Sangiorgi, Roberto Giuliani, Divino Scrivere pubblica l’opinione di Marco Arturi sulla soppressione della Fiera Enologica di Taurasi. Come d’intesa, rilanciamo l’intervista. Intanto prosegue la raccolta di firme e alla manifestazione delle Piccole Vigne di Castelvenere il 28 agosto è stato invitato anche l’assessore regionale Gianfranco Nappi e in quella sede saranno consegnate le firme raccolte tra cui prestigiose adesioni come Slow Food Campania, la rivista Porthos, l’Ais di Napoli, Modena e Comuni Vesuviani, Slow Food Avellino e numerosi blog e siti specializzati. Marco Arturi è collaboratore di Porthos e di diverse riviste specializzate, promotore e ideatore, insieme a Sandro Sangiorgi, del documento in difesa dell’identità dei vini italiani.

Marco Arturi

di Barbara Brandoli e Luigi Metropoli

Partirei col chiederti se una fiera può rappresentare un’opportunità per la promozione su scala nazionale di un vino di per sé già importante come il Taurasi e se, in caso affermativo, non ci sia bisogno di un organo di sostegno su scala quanto meno regionale.
Taurasi e il Taurasi meritano una manifestazione organizzata con serietà’ e competenza, e al tempo stesso ne hanno bisogno. Mi sembra quindi necessaria un’assunzione di responsabilità da parte della Regione, che oltre ad essere stata il principale finanziatore della Fiera è per sua stessa natura il soggetto istituzionale più indicato per la gestione di un organismo di promozione e sostegno. Certo le incognite sono tante: la Regione è realmente interessata a cogliere le opportunità offerte da una Docg prestigiosa come il Taurasi in termini di sviluppo e promozione del territorio? Ci sarà la capacità di dare vita a qualcosa di differente dal solito carrozzone politico – clientelare? Si vorranno valorizzare professionalità e competenze?

Vinalia nel Sannio e tutte le altre iniziative in Campania e in Italia, si sono svolte regolarmente, nonostante la suddetta legge, mentre la Fiera non ha avuto uguale sorte; il sindaco di Taurasi sostiene però che si tratta di due manifestazioni di natura diversa e che la 88/09 è inaggirabile. Ritieni che faccia più danno il decreto 23 della legge 88 o un certo autolesionismo meridionale?
Non sono in possesso di tutti gli elementi per giudicare la decisione del primo cittadino taurasino, anche se credo che il coraggio delle scelte, quando necessario anche di quelle “disobbedienti”, rappresenti uno dei doveri di qualsiasi sindaco. Mi pare comunque che il titolo “Baruffe irpine” utilizzato da Luciano Pignataro e lo svolgimento della manifestazione di Guardia Sanframondi possano dirci già molto. Quanto all’autolesionismo, credo rappresenti un vizio nazionale: se volete possiamo spostare il discorso in Piemonte e parlare del Premio Grinzane – Cavour o dell’operato di certi consorzi di tutela. Oppure in Toscana, a Montalcino…

Una domanda posta anche ad altri: quanto la politica, nelle espressioni locali, può incidere sul lancio di un settore strategico e profondamente radicato in un territorio come quello del vino, specie se si confronta con una doc o docg? Quale responsabilità hanno gli amministratori e quale i produttori nel successo di una docg?
Le amministrazioni locali potrebbero moltissimo, se solo fossero libere da condizionamenti di vario genere e persuase delle possibilità di sviluppo economico, ecologico, turistico e sociale legate al vino. Ma dovrebbero anche esprimere la capacità di rispettare e diffondere i suoi contenuti culturali. Perchè la trappola, quella di confondere una denominazione con un brand, con un marchio commerciale, è sempre dietro l’angolo. Ad aiutare l’istituzione in questo senso non possono che essere i produttori e i consorzi, che però mancano spesso di coraggio e perseguono strategie miopi. Ancora troppi viticoltori sono convinti che una denominazione si possa difendere e far crescere solo perseguendo la qualità e adottando strategie commerciali efficaci. Bene, non basta: è necessario essere capaci a fare squadra, a rispettare tutto ciò che collega un vino al suo territorio, a parlare del contenuto della bottiglia piuttosto che dell’etichetta, ad andare oltre ciò che e’ puro e semplice mercato. I primi ad avere questa responsabilità sarebbero ovviamente i produttori più in vista, che sono tuttavia spesso coloro che la rifuggono. Il successo di una Docg non può che essere il risultato di un impegno collettivo.

Cosa pensi della legge 88/09? Al di là degli ostacoli che pone a chi volesse organizzare manifestazioni che prevedano la somministrazione di alcolici in piazza, le sue restrizioni non rischiano di apparire come una nuova forma di proibizionismo, diciamo mascherato?
La Legge 88 rappresenta l’ennesimo prodotto della filosofia moralistico – proibizionista che caratterizza l’operato di questo governo. A Eboli è vietato baciarsi in auto, a Positano non si possono indossare gli zoccoli, a Eraclea sono guai per chi costruisce un castello di sabbia in spiaggia: nell’indifferenza generale si sta edificando una “società del divieto” che deresponsabilizza il cittadino trattandolo come fosse un bimbo. Il mondo enologico rischia di venire seriamente danneggiato da provvedimenti come questo o come il progetto di abbassamento della soglia massima consentita di alcool nel sangue per mettersi alla guida, perchè equiparano il vino a un qualsiasi superalcolico industriale e lo spogliano di conseguenza delle proprie caratteristiche di bene culturale, di alimento, di aggregatore sociale. Ma a pensarci bene c’è di più e di peggio. Nelle piazze non si possono somministrare alcolici; in molte piazze, anche se c’è molto silenzio intorno a questo, è già proibito riunirsi e manifestare. Io credo che questo “svuotamento della piazza”, intesa come luogo di aggregazione e confronto, rappresenti un fatto estremamente pericoloso. Questo paese rischia di diventare un luogo poco libero e molto triste. Come una persona costretta a bere un bicchiere di buon vino chiusa in casa da sola, perchè fuori, insieme agli altri, non si può più.