Francesco Piccolo: Momenti di trascurabile felicità. Message in a bottle, of wine

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di Fabrizio Scarpato

Khaled, ancora Cheb, canta Didi: frenetici ritmi Rai e Nanni Moretti che gira in Vespa per le vie di Roma. «Anche quando vado nelle altre città, l’unica cosa che mi piace fare è guardare le case. Che bello sarebbe un film fatto solo di case,panoramiche su case: Garbatella,1927; Villaggio Olimpico, 1960; Tufello, 1960; Vigne Nuove, 1987…»


“Caro Diario” e le pagine di Francesco Piccolo, Roma inattesa: vie, piazze, quartieri, persino i semafori restituiscono una città fresca e tranquilla, atmosfere di quartiere, passeggiate nelle sere agostane e partenze a razzo, vento in faccia, in motorino. Una Roma quotidiana, fatta di acciottolati e portoni, di concerti e trattorie, di case e finestre; una Roma bagnata, con le luci riflesse sull’asfalto, una commedia cinematografica, dove, in modo sorprendentemente semplice e rilassato, scorre la vita.

«La sera, a Roma, per le strade, si vedono passare molte bottiglie di vino. Basta starci attenti. Sono avvolte nella carta leggera dell’enoteca, sono dentro buste di plastica del supermercato o addirittura dentro sacchetti di negozi di abbigliamento presi al volo prima di uscire. Oppure sono nude e semplici, tenute saldamente in mano da gente che scende dalle auto oppure cammina sul marciapiede tenendo lo sguardo fisso sulla numerazione dei palazzi, in cerca di quello giusto. La sera, a Roma, nelle case, si organizzano delle cene. Quelli che vanno alle cene portano una bottiglia di vino».

Gesti e azioni, scene di massa moviolizzate e viste dall’alto, stormi di commesse variopinte che incontrano uomini, auto e scooter, in attesa agli angoli di un viale della grande città, in un andare e venire danzante di motori, clacson, voci, saluti, baci e abbracci che raccontano storie d’amore o di corteggiamento, storie di tentativi che falliranno o di lunga quotidianità. Lampi, in cui immedesimarsi, interrogativi, con uno sguardo pigro ma partecipato, indulgente eppure appassionato.
Anche gli oggetti partecipano: la bottiglia di vino, la borsa di Angela, un appiccicoso pigiama con inopinato taschino sul petto, un martello frangivetro sigillato in una teca, e ancora libri, motorini, passaggi a livello, persino cuscini che descrivono attimi di intima felicità non ancora metabolizzata, di sospesa e timida contentezza all’accadere di certe piccole cose, trascurabili magari, tuttavia lievi, imprevisti e gioiosi regali in cui tutti, forse, possiamo riconoscerci. Anzi, l’ implicazione è scoperta: chi non ha mai provato sollievo quando si alza la barra del telepass, che si ha paura, stavolta, abbia deciso di non alzarsi proprio?

«Il momento del passaggio della bottiglia di vino dalle proprie mani alle mani della padrona di casa è un momento imbarazzante, appunto perché la consuetudine è tacita; allora bisogna far finta che sia la prima volta che si decide di regalare una bottiglia di vino e bisogna fare finta che sia la prima volta che la si riceve. Quindi bisogna dire: ho pensato di portarti questa; e bisogna rispondere con un grazie sorpreso che significa sia non dovevi, sia non me l’aspettavo. Per dimostrarti che non me l’aspettavo ho già aperto del vino anch’io. Quindi la questione successiva è: beviamo quello nostro o apriamo quello che ci hanno portato? E se apriamo quello che ci hanno portato, quale apriamo? La bottiglia di Giorgio, di Emanuele o di Federica? Quando gli ospiti vanno via rimangono due o tre bottiglie che non sono state stappate. E se pure i padroni di casa sono onesti e semplici o buoni bevitori di vino, nella loro mente non può non comparire un pensiero diabolico che loro scacciano, ma che se anche lo scacciano ormai c’è, che dice: questa la portiamo a qualcuno, quando ci invitano a cena».

Non si pensi che la felicità, seppur trascurabile, coincida con momenti di armonia interiore o celestiale condivisione: sono quadrature del cerchio, cubi di Rubik di eventi insignificanti che finiscono con l’incastrarsi, e quell’incastro ti gonfia il petto. Godere di una rissa tra automobilisti, voltare imperterrito lo sguardo al finestrino stando seduti sull’autobus per evitare qualsiasi possibile sguardo di supplica, salire sul treno all’ultimo momento per cogliere l’espressione del malcapitato che siede al tuo posto e che ormai pensava di avercela fatta: «scusi quel posto sarebbe occupato»: liberazione, dai luoghi comuni. Perfidia, inconfessabili bassezze: testimonianze sincere di quell’arte difficile, in un mondo di vacua apparenza, che è il sentirsi nei propri panni, l’avvolgersi in una morbida coperta perfettamente adattata alle proprie forme. Riconoscersi, nelle proprie debolezze. Senza spiritualità: è peccato gettare via il pane raffermo?
Chissenefrega, io lo butto. Senza pentimenti: rimandare, indugiare, annusando un certo senso di libertà, fino ad avvertire quell’attimo di vuoto inebriante che coincide col perdersi un concerto jazz.

Il fascino discreto della diserzione.

«La mia bottiglia di vino l’ho portata una sera a casa di Alice, e lei ha detto non dovevi e io ho detto ma figurati. Ce l’avevo in casa, sono uscito all’ultimo secondo, ho preso al volo una bottiglia e sono andato. Alice l’ha guardata con curiosità. La mia bottiglia di vino era simile alle altre ma aveva un nome esotico che la differenziava e la rendeva misteriosa. Poi, silenziosa e rispettosa, è andata a mettersi tra altre cinque o sei. E l’ho persa di vista: fino a quando, assolutamente riconoscibile, l’ho vista arrivare a casa di Federica, un po’ disordinata e smagrita, nelle mani di un’amica di Alice. Federica le ha detto sbrigativa: grazie, mettila lì. Io ho esitato ad avvicinarmi, volevo essere sicuro che fosse la mia, volevo capire se mi riconosceva. Era lei, l’ho riconosciuta: sembrava essersi rassegnata al suo destino».

Osservare le abitudini degli altri, per rubare conferme: sottoscrivere la spesa altrui mettendo l’occhio nei carrelli del supermercato; chiudersi nei bagni delle case dove non s’è mai stati e curiosare su tutti i prodotti che usano i padroni di casa; gongolare quando nelle cucine delle case la lavagnetta del “cosa manca” è irrimediabilmente piena di buchi e lettere spaiate. Vuoti nelle vite degli altri, volti scarmigliati e stanchi di giovani donne infilate dentro vestiti eleganti e tacchi alti, incantate a fissare un punto nel vuoto, mentre confuse e felici girano lentamente il cucchiaino nel cappuccino, in un bar, alle prime luci di ogni domenica mattina: storie che riesci ad afferrare quando ti passano vicino, ricavandone linee sghembe, disegni punto a punto tratteggiati a costruire un’immagine della realtà che senti tanto vicina da essere tua, della quale sei necessariamnte partecipe, in una sorta di enigmistica della conoscenza. Anche dando un’anima agli oggetti, come una bottiglia di vino.
«Poi una sera di molti mesi dopo, l’ho vista tornare a casa. La teneva in mano il marito di Rossella, gli ho strappato la bottiglia di mano e me la sono portata al petto, come per dirle che qui può stare al sicuro. L’ho rimessa al posto dove l’avevo presa tanto tempo fa, e mentre lo facevo scuotevo il capo per dire che il mondo è strano. Renzo, che era lì accanto, mi ha chiesto: che c’è?Ho guardato la mia bottiglia per chiederle il permesso, avevo voglia di raccontarla, la nostra storia. La mia bottiglia di vino ha attraversato quartieri, case piccole e grandi, ha vissuto serate estive e visto letti pieni di cappotti quando faceva freddo, ha sentito chiacchiere di politica e sull’ultimo film dei fratelli Cohen, ha sentito dire milioni di volte che non ho più voglia di vivere a Roma e un giorno me ne andrò. La mia bottiglia di vino, ho detto a Renzo, conosce le case di Roma e i nostri amici, meglio di noi. Renzo ha sorriso, ha guardato la bottiglia e le ha fatto una leggera carezza, e prima di andare via ha detto: “Non era la tua, era la mia. L’ho portata a una cena che hai fatto un anno fa” ed è scappato di là, prima che gli chiedessi se l’aveva comprata o ce l’aveva già a casa. Ma è meglio così. Non so se lo voglio sapere».
Tornare a casa. Vivere e tornare a casa. Non andarsene, non cedere al senso di insoddisfazione dilagante, stolidamente vuoto, in cerca di un altrove che è alibi, consolazione nella livella del così fan tutti. Noi restiamo qui, noi resistiamo: nel nostro Paese, nella nostra città, nella nostra casa, affacciati alla finestra sul mondo, che vive e si srotola sotto i nostri occhi, sempre diverso, sempre da interpretare, con partecipe curiosità. Non ce ne vogliamo andare, perchè quel mondo, per quanto parziale, ha bisogno del nostro sguardo.
Koln Concert, Keith Jarrett curvo sul piano, batte il piede e mugola su grappoli di note dolenti: Moretti arriva con la Vespa, a motore spento, sulla spiaggia di Ostia dove fu ucciso Pier Paolo Pasolini. Una rete, una porta sgangherata in un campetto di calcio, un monumento arrugginito: felicità è anche riuscire a non dimenticare.
Francesco Piccolo, con stupita e coinvolgente pacatezza, si lascia guidare dalla bellezza del confronto, fino a dimostrare quanto possa essere liberatorio imparare a cercare un senso nelle persone e nelle cose che ci circondano. Mettere in salvo, nel naufragio dell’omologazione mediatica, l’identità, la diversità, la fantasia e la curiosità, per disegnare attimi di vita non scontata e candidamente imprevedibile: momenti di trascurabile felicità.

Francesco Piccolo – Momenti di trascurabile felicità – Einaudi

5 commenti

  • giancarlo maffi

    (19 novembre 2010 - 15:11)

    qualcuno dice che il post perfetto è quello senza commenti. beh, mi dispiace fabrizio, allora questo non è perfetto perchè ti becchi il mio commento . in ritardo perchè il giorno che è stato pubblicato molta parte di questo blog, fisicamente intendo, se ne stava a bere 17 o 18 bottiglie, titolare compreso.

    ma io l’ho letto ora, unico momento di tranquillità, come quando leggo l’editoriale di scalfari sulla repubblica, la domenica.

    e mi è piaciuto parecchio, ed anche incuriosito . quindi domattina vado a comprarmi il libro, che già è un gesto. poi lo leggero’ ma durante le vacanze di natale.

    non ho i dati di lettura di questo post ma li avro’. non saranno altissimi. leggere la tua roba è dura, qualche volta. meglio cosi’. l’odiens è una tragedia fabrizio.

    ps: io quando porto una bottiglia pretendo che venga aperta, a scanso dei rischi sopra citati. e se faccio un regalo è sempre pensato , non tirato via….

    • roberto

      (19 novembre 2010 - 15:22)

      Ecco!
      Hai rovinato il post perfetto, quello che avevano capito tutti senza fare domande!
      Nessuno aveva dubbi.
      Ho domandato lumi anche ad ANALytics ma si rifiuta di fornire dati, andava bene così anche a lui.
      Vabbè, ne parliamo dopo le prossime 17/18 bottiglie :-)

      • ALBA

        (19 novembre 2010 - 15:36)

        Io ho avuto anche un problema di stitichezza.

        • fabrizio scarpato

          (19 novembre 2010 - 17:06)

          Scatologia escatologica: dura disciplina, non v’è dubbio.

  • claudio nannini

    (19 novembre 2010 - 18:36)

    Per quanto mi riguarda, o per lo meno, dal mio punto di vista, quel vino non doveva essere un granché.
    Quando, raramente, mi regalano una bottiglia,potete starcerti che la stappo e la bevo con grande soddisfazione. A meno che, come dicevo non sia un granché-

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