Polemiche e punti di vista
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Gaia e Bacco, il terroir come risorsa contro l’omologazione

18 febbraio 2008

Resoconto sul convegno scientifico organizzato a Napoli dall’Ordine dei Geologi

di Monica Piscitelli

E’ stata una lunga giornata di studi dedicata all’approfondimento della relazione esistente tra terroir e vino, quella che si è svolta venerdì scorso all’Orto Botanico di Napoli su iniziativa dell’Ordine dei Geologi della Campania.
Un incontro, moderato da Luciano Pignataro de Il Mattino e Giovanni Capozzi de Il Denaro,  all’insegna della interdisciplinarietà, che ha visto confrontarsi studiosi nazionali e internazionali di primo piano, espressione di branche di ricerca e di lavoro affini, contigue, la cui complementarietà sembra, al momento, non aver ancora del tutto espresso il proprio potenziale nella pratica.
Un tema, quello di come il terroir imprima al vino connotati ben precisi, complesso quanto dibattuto, che mostra da subito le sue asperità, a partire dalla enunciazione di una definizione che sia generalmente condivisa.
Da un lato il terroir dettato dal solo gusto del pubblico, secondo Denis Dubourdieu della Facoltà di Enologia dell’Università Victor Segalen di Bordeaux 2, che porta il discorso alle estreme conseguenze, postulando la possibilità di costruirlo; dall’altro il terroir come espressione di un insieme di fattori litomorfologici, climatici e podologici mescolati, in maniera unica, ad aspetti di carattere antropico, sia colturale che culturale.
Il primo scontro tra mondi si consuma pacificamente: la visione francese più protesa verso il mercato e quella italiana, e campana innanzitutto, più misticizzante.
Questo è un po’ il sapore dell’appuntamento che in sé, se non fosse per una sessione dedicata dei lavori del 32° Congresso Internazionale di Geologia del 2004, rappresenta quasi un unicum, una prova generale di quella che può essere una stabile e più ampia collaborazione professionale che veda geologi, agronomi, enologi, pedologi e  climatologi lavorare insieme.
In quest’ottica, era assolutamente originale e ambizioso l’obiettivo, raggiunto solo in parte per le difficoltà oggettive, in questa fase, di porsi su un piano comune di comunicazione; ma che è certamente alla portata, grazie all’entusiasmo esistente e all’avvio di un lavoro congiunto e permanente di studio interdisciplinare sancito dalla nascita di una Commissione composta dai relatori presenti in aula, annunciata nel corso dei lavori.
Partendo da un preliminare compromesso tra definizioni, visioni, del terroir, si sono succeduti gli interventi delle varie parti in gioco.
L’appello generale è quello ad affrontare la questione con criteri analitici e su basi scientifiche. E’ di questo genere, il contributo che questi studiosi possono dare al mondo del vino. Gaia, la razionale, si propone a Bacco, il dionisiaco scanzonato.
Un approccio scientifico, sostenuto, più o meno esplicitamente, da tutti i relatori che si sono avvicendati. A chiare lettere, in tal senso, si è espresso Adriano Mazzarella dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, che ha concluso il suo intervento, dedicato al servizio che al mondo del vino può venire dal ricorso sistematico all’interpretazione delle serie storiche di dati raccolti, dal 1860 in poi, dalla rete meteorologica diffusa sul territorio, con una frase di Alexandre Koyrè “Translate nature in data to translate data into choices”.
Fra i risultati che si possono conseguire: la messa a punto di una zonazione scientificamente provata del territorio campano, ad esempio, che sia utile a rintracciare sul territorio quell’unicum di situazioni che  univocamente imprimano un marchio di origine e qualità dei vini.
Sull’argomento, Edoardo Costantini del Consiglio per la Ricerca e Sperimentazione in Agricoltura-Centro per l’Agrobiologia e la Pedologia di Firenze, che ha ricordato come la zonazione è un processo complesso che mira a suddividere un territorio in funzione della vocazionalità colturale che esprime, sia attualmente che potenzialmente, estendendola anche ai terreni non vitati. Un’attività che si avvale dell’indagine pedologica.
Visto sotto una prospettiva inversa, poi, l’approccio proposto, anche attraverso l’utilizzo di avanzate tecniche di analisi dei rapporti isotopici di vino e rocce, descritte da Sandro Conticelli dell’Università degli Studi di Firenze, offre anche la possibilità di rintracciare la provenienza geografica di un vino, leggendo la sua impronta digitale.
Impronta che possiede in quanto espressione della, o delle, cultivar utilizzate per la sua produzione, ma anche, per la parte inorganica, della sua vigna, ossia di una ben individuabile geologia e geochimica delle rocce del substrato che la hanno alimentata. Ad approfondire l’argomento Massimo Mattei dell’Università degli studi Roma Tre, che ha aperto il convegno. E’ ricorsa spesso una parola chiave: tracciabilità.
In tal senso, anche l’intervento di Domenico Guida dell’Università degli Studi di Salerno, che a valle di uno studio condotto con metodologie Gis-based, ha proposto per i vini un’etichettatura  lito- morfo-chimica che pone l’accento sul legame del vino col paesaggio.
Al bando, seguendo il ragionamento di Andrea Buondonno della Seconda Università di Napoli, andrebbe messa quella classificazione che vede distinguere tra vini “di mare”, di “terra” e “di fuoco”, come pure la generica etichettatura di molti terroir come “vulcanici”.
Sotto la lente di ingrandimento del geologo, un solo areale produttivo, quello dell’Asprinio, sul quale si sono appuntati i suoi studi, ad esempio andrebbe più correttamente riclassificato come ben quattro “unicum eno-pedo-geologici”. E’ un po’ quello che, empiricamente, si riscontra, in termini di sensazioni gusto olfattive, in un vino prodotto da uno stesso produttore, quando si degustano campioni provenienti da vigne anche contigue.
Su questa falsa riga, l’intervento di Vincenzo Mercurio che ha presentato le prime evidenze di uno studio che vuole mettere a fuoco l’impatto dei markers varietali, sulle differenze organolettiche di vini prodotti, a parità di tecniche colturali, da una stessa cultivar autoctona. Nello specifico, del Fiano proveniente da due su areali differenti: il Cilento rappresentato dall’azienda Barone, e la provincia di Avellino rappresentata da I Favati. Per i risultati definitivi si dovrà attendere che i due vini, vendemmia 2007, siano a punto.
Originale lo spunto di Eric Le Bon dell’INRA SupAgro di Montpellier che ha posto l’accento sull’influenza, sulla qualità del vino, della combinazione tra tipi di terreno vitato e condizioni, più o meno accentuate, di stress idrico in seguito all’adattamento che la pianta di vite attua, nel breve e nel lungo termine: la regolazione della traspirazione, e, quindi, dell’attività fotosintetica e, progressivamente, l’inibizione della crescita della superficie foliare secondaria.
Porta la propria esperienza di studio dei fenomeni franosi, Claudio Margottino, dell’Apat, che evidenzia come, complice la pendenza dei versanti, i terreni vitati mostrino una marcata suscettibilità a produrre di questi fenomeni. Un rischio che si potrebbe limitare con un più accorto intervento in sede di impianto della vigna, specie nella fase di scasso.
Queste, ed altre, le opportunità di un lavoro concertato e progettato a più voci, insomma. Nel mondo del vino, e non solo.
Come nel caso degli interventi di sistemazione idrogeologica e di recupero agrario, o quelli  a basso impatto realizzati nel Parco Nazionale del Vesuvio descritti da Giuseppe Doronzo, segretario dell’Ordine dei Geologi della Campania.
Sostenibili sono anche le pratiche che mirano alla valorizzazione di georisorse diffuse ed abbondanti sul territorio campano per la soluzione di problemi annosi per ogni azienda vitivinicola, come la stabilizzazione e chiarificazione dei vini bianchi. Questa l’impostazione della sperimentazione su vini autoctoni che il geologo Mariano Mercurio ha presentato. Incoraggianti, tanto da auspicare una loro estensione ad altri campioni, i risultati ottenuti con il trattamento con Tufo giallo napoletano e con Igninbrite campana (facies gialla), zeolitizzanti naturali, di una Falanghina di Lettere e di un Fiano di Avellino.
A fine convengo la parola torna ai geologi che con Pietro De Paola, presidente del Consiglio nazionale dei Geologi, riflettono su presente e futuro della professione. Sono ad un passaggio di boa importante, che li vede intraprendere il cammino della formazione continua e obbligatoria per i propri iscritti. Come già hanno fatto altre categorie.
Un passaggio che, auspicano, possa affrancarli da una sorta di sudditanza nell’ambito dei team di progetto che li vedono coinvolti, un modo per ritagliarsi un nuovo ruolo da protagonisti. Il vino, in questo senso, è letto come campo da seminare, un ulteriore sbocco occupazionale che offre prospettive di crescita interessanti.
E’, dunque, Gaia, a chiudere il sipario sul convegno di Napoli. E Bacco?
L’altro termine del confronto, annegato nel mare di dati e negli appelli alla responsabilità, è sopraffatto dalla razionalità della sua metà. Vorrebbe, forse, rifugiarsi nel suo mondo giovanile, dove la passione governa e, a volte, lo spinge a indugiare spensierato nell’ozio e nei piaceri che la sua ispirazione gli suggeriscono. Non che non apprezzi il valore di Gaia, verso la quale manifesta un amore distratto e discontinuo, tuttavia. I due, in fondo, sono fatti l’una per l’altro, da sempre. Il loro, è un amore quasi vecchio come il mondo. Ma non sono ancora una coppia istituzionalizzata. Sanno però, intuitivamente, e per esperienza, di non poter fare a meno l’uno dell’altra ed è chiara la volontà di stare insieme, la consapevolezza del valore aggiunto che la confluenza delle loro esperienze e sensibilità, il loro scambio, l’intensificarsi di una comunicazione paritaria e lo sviluppo di sinergie, possono apportare.

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