Gaja, Barbaresco 2004

Letture: 158

Gaja vuol dire Barbaresco, e Babaresco vuol dire Gaja, sin dal 1859 quando Giovanni, il fondatore dell’azienda, mise la sua prima etichetta a un bottiglia per venderla. A contraltare la chiacchierata della settimana scorsa sul Dolcetto, ecco a voi l’annata 2004 capace davvero di regalare grandissime soddisfazioni a chi ama il bicchiere elegante ed equilibrato. Certo, ci sono i nostalgici dei vini popputi e muscolosi da bere usando coltello e forchetta, ma la finezza di questa vendemmia e della espressione raggiunta dall’uva nebbiolo certamente rimandano la loro rivincita sulle tendenze del momento. Il nebbiolo, ossia l’aglianico del Nord, da cui si fanno, oltre al Barbaresco, il Barolo, il Ghemme e lo Sfursat nella Valtellina, sempre grandi vini da elevamento in cantina. Angelo Gaja ha definito la 2004 «annata come una volta», neve in inverno, piogge distribuite, caldo contenuto in estate e vendemmia lunga, cioé dai primi di ottobre al dieci di novembre quando l’ultimo grappolo è entrato in cantina. Pensate alla differenza con quest’anno, la vendemmia in Piemonte termina la settimana prossima! Qual è il segreto del Barbaresco di questa maison? Sicuramente il taglio ottenuto dall’uva di quattordici vigneti diversi, tutti su marne argilloso-calcaree tipiche delle Langhe dalle caratteristiche diverse trasmesse all’uva, un vitigno sensibile alle differenze perché altero e delicato. Una delle sensazioni fastidiose di certe uve è proprio l’essere monocorde cosa impossibile qui: dopo la fermentazione in acciaio per tre mesi, la maturazione è andata avanti il primo anno in barrique, il secondo in botte grande, il terzo in bottiglia e, voilà, ecco il Barbaresco 2004, vino quotidiano delle grandi occasioni, da conservare dieci, venti, anche trent’anni se ben tenuto. L’equilibrio è annunciato dal naso, ancora fresco in verità di frutta mollemente adagiata su un letto speziato a cui seguono la liquirizia e la sensazione di caffé appena tostato, il portale al viaggio nel tempo. In bocca l’ingresso è abbastanza morbido con tannini felicemente risolti, poi la freschezza prende per mano il vino e lo porta attraverso il palato assolutamente conquistato verso un finale lungo, pulito, gratificante, promessa di un nuovo sorso. Sono questi i vini capaci di fare la differenza con altre scuole enologiche mondiali perché l’esperienza, i francesi lo insegnano, non è facile da aggirare con i trucchi, ogni stagione ha il suo problema particolare e solo dopo tante stagioni affrontate da più di una generazione si riesce a raggiungere la perfezione. Si dice del vino come importante è la sua abbinabilità, e questo lo è alle solite cose che si dicono, ma io lo berrei assoluto, con molta calma, appena spiluccando una robiolina stagionata e ascoltando «Us and Them» dei Pink Floyd.