Garantito IGP: Elatis Rosato 2009 Comm. G.B. Burlotto

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Elatis

“Il cibo ed il vino secondo Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani.
Ogni lunedì, i tre blog di Vino Igp (I Giovani Promettenti) offrono ai loro lettori un post scritto a turno dai giornalisti Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani”.

Ci sono produttori che sembrano facciano apposta per mettere in difficoltà noi cronisti del vino. Come lo fanno? In una maniera molto semplice (che ricorda un po’ quella di certi grandi ristoratori che quando siedi ai loro tavoli non sapresti mai cosa non scegliere dai loro menu e potendo ordineresti tutto), mettendoti di fronte, mentre fai loro visita in cantina, ad una gamma di vini uno più buono dell’altro. Senza un solo punto debole, con il puro imbarazzo della scelta.


Lo stesso imbarazzo, l’incertezza (e ora di quale vino scrivo?) che provo ora dovendo scegliere un solo vino (o due…) da proporre per questa rubrica, l’imbarazzo che ho provato, a metà maggio, in occasione del mio ultimo passaggio, nella bellissima e ben conservata Verduno, in una delle cantine più tradizionali e tradizionaliste delle Langhe, quella della famiglia Burlotto-Alessandria, alias Comm. G.B. Burlotto (visita qui il sito Internet) 14 ettari vitati dislocati tra Verduno, Barolo e Roddi, una produzione di 80 mila bottiglie.

Passato per degustare le nuove annate mi sono trovato di fronte ad una parata di vini, a cominciare dallo strepitoso Barolo Monvigliero 2006 (un capolavoro, forse il migliore 2006 sinora provato, un capolavoro di classicità frutto di 60 giorni di macerazione alla maniera antica), per continuare con gli altri Barolo 2006, con la consueta eleganza e una struttura più carnosa del solito per l’Acclivi e la tannicità pronunciata, unita a ricchezza, grande nerbo e freschezza per il Cannubi, che mi ha costretto a chiedere, semiserio, all’amico Fabio Alessandria, laurea in viticoltura ed enologia, che si occupa della cantina con la madre Marina, mentre il padre, Giuseppe, “vigila” silenzioso sui vigneti, “ma di fare vini cattivi o così così, non siete proprio capaci?”. Gratificato, eccome, dai Barolo, ho provato a cercare qualche “pecca” tra i vini considerati “minori”, ma niente affatto, la stessa testarda, inappuntabile, facilmente comprensibile talmente è evidente, qualità senza un difetto, senza una zona d’ombra, un solo se o un solo ma. E sono giudizi che sottoscrivo, di cui sono pronto a rispondere, e per esprimere i quali non mi condiziona, in alcun modo, l’amicizia, sincera e antica, che provo per questa famiglia. Proprietaria, non va dimenticato, e sempre in Verduno, anche di un bellissimo agriturismo, la Locanda dell’Orso Bevitore. Cosa scegliere dunque di proporvi?

A dare ascolto all’istinto avrei scelto (come si fa a non volere bene a questo vino, con una simile etichetta old style e ancien régime, con ori, medaglie, fregi e la rivendicazione dello status di fornitori della Real Casa e della spedizione del Duca degli Abruzzi al Polo Nord?) il Langhe Freisa (non cercatene notizie sul sito Internet, che attende da tempo aggiornamento ed è anche lui un po’ old style…), la cui edizione 2008 dalla consistenza terrosa, dal tannino importante e nervoso, larga, piena di sapore, vibrante, profumata di liquirizia e di viola è forse la migliore mai prodotta. Oppure l’altrettanto piacevolissimo, profumato di rose e lamponi, nervoso e pieno di sale, Langhe Nebbiolo 2008. Alla fine, pensando che questo articolo sarebbe uscito ad estate piena, il 5 luglio, mi sono risolto a proporvi altri due vini.

In primis, perché con ventimila bottiglie è uno dei vini più importanti dell’azienda, in secondo luogo perché di questa piccolissima denominazione il Verduno Pelaverga o Verduno tout court (150 mila bottiglie complessive prodotte da una dozzina di aziende) è da anni il punto di riferimento, l’esempio costantemente più significativo, come qualità e tipicità, il Verduno Pelaverga 2009. Su questo vino, il Pelaverga prodotto a Verduno, circola una leggenda che lo vuole “vino afrodisiaco”, una sorta di eno-viagra che scatena la componente dionisiaca (segnatevelo Carlo e Luciano, che magari ne avete bisogno…) in che lo beve, e “corrobora”. Non avendo verificato (un gentiluomo glissa elegantemente su questi aspetti terreni, anche se nella mia cantina una bottiglia di Pelaverga chissà perché non manca mai…) la veridicità di questi presunti effetti, io mi limito a dire che a me il Pelaverga di Comm. G.B. Burlotto (molto buoni anche quelli del Castello di Verduno e dei Fratelli Alessandria) piace e di molto e che anche questa versione figlia dell’ultima vendemmia, con il suo splendente colore corallo, il naso dalla fragranza assoluta, profumato di fragoline, pepe nero e con la consueta nota minerale tipica di molti vini di Verduno, con il suo tannino ben sottolineato e presente ma non aggressivo, la sua salinità e la coda lunga, la grandissima beva (che si apprezza anche servendolo ad una temperatura più fresca, nella stagione estiva, e proponendolo in abbinamento ai salumi), mi procura, enoicamente parlando, grande piacere.

Come non congedarmi però, visto che siamo in luglio ed i rosati impazzano sulle nostre tavole (e si spera anche su quelli dei ristoranti, dove molti patron, zucconi, sono ancora scioccamente restii a proporli) con l’ultimo nato in casa Burlotto, con un vino da tavola rosato, che nelle prime edizioni era stato proposto come Teres e oggi è stato ribattezzato Elatis, che vede addirittura un’uva che non si penserebbe da rosati come il Nebbiolo protagonista? Nebbiolo che secondo la formula aziendale è prevalente, con una percentuale di uve mai inferiore al 60% che serve a dare struttura, seguito dal Pelaverga, intorno al 30%, per la speziatura e dal Barbera, intorno al 10%, per l’acidità. Un rosato che personalmente considero in assoluto tra i migliori rosati italiani e che recentemente ho proposto in una degustazione di dieci rosati di tutta Italia condotta per l’Onav a Milano. Un vino particolare l’Elatis, che in quella occasione ebbi a definire così, ovvero dotato di una “una splendida nota rosata, luminosa e intensa, differente da quella dei chiaretti. Un rosato ambizioso. Al naso frutta fiori e mineralità con note agrumate che a volte si trovano nei Barolo. Elegante e bella struttura, tannino moderato, ampio succoso”, e che riassaggiato a metà maggio, quando una maggiore percentuale del solito di Pelaverga appariva ancora più evidente, mi ha convinto ancor più con il suo naso vivo e fragrante, la grande freschezza, la sapidità, con quel nerbo calibrato, nonostante l’ampiezza e larghezza, l’innegabile corposità, che ne facilita, contagiosamente vorrei dire, la beva. Voglio vedere, di fronte ad un rosato del genere, perfetto per carne cruda, vitello tonnato, tonno di coniglio e vari antipasti freschi e stuzzicanti di Langa, ma anche sulle melanzane alla parmigiana, se qualcuno avrà ancora l’impudenza (e la dabbenaggine) di liquidare i rosati come vinelli da donne? Come se loro, le donne, non preferissero essere conquistate, semmai, a suon di Barolo. Oppure, chissà mai che la leggenda sia vera, con una bottiglia di Pelaverga proposta distrattamente, intrecciando le dita…

Franco Ziliani


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