Garantito IGP. La baracca dello zuccheraggio

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sugar house

di Kyle Phillips

La primavera è arrivata presto quest’anno e in Chianti gli alberi da frutto sono fioriti, aggiungendo schizzi di rosa e bianco alle colline. Bellissime da vedere e una prova tangibile dell’arrivo della buona stagione.

Chi mi segue da tempo sa che mio padre era un archeologo e per questo sono cresciuto passando le estati in Toscana, trasferendomi poi stabilmente in Italia al termine degli studi.

Mio padre ovviamente non era toscano; era cresciuto in una fattoria del Vermont e sebbene avesse abbandonato la vita contadina non se ne dimenticò mai. Una volta, avrò avuto otto anni, verso marzo andammo a visitare i miei nonni materni che abitavano in un paese del Vermont. Lui guardò i terreni innevati, poi controllò il termometro, disse qualcosa della linfa che scorreva e telefonò ad un amico che era invece rimasto lì a lavorare la terra.

Ci mettemmo giacche e stivali, e in men che non si dica stavamo percorrendo una strada fangosa e innevata, mentre mi spiegava che il sugaring, lo zuccheraggio, era una attività stagionale limitata agli inizi della primavera, quando le temperature superavano lo zero di giorno per poi scendere durante la notte, con la linfa che scorreva abbondante negli aceri da zucchero.

la bollitura

Lo ascoltai senza capire veramente. Ragazzino cittadino come ero nella mia esperienza lo sciroppo d’acero si trovava in bottiglie di vetro e non avevo mai pensato a quale fosse la fonte, ma il quadro si mise a fuoco quando arrivammo a destinazione e trovammo l’amico del babbo nell’aia, intento a legare ad un cavallo una slitta con sopra un grosso bidone di latta. Loro si salutarono mentre mi chiedevo cosa stesse per succedere e poi entrammo nel bosco, dove tutti gli aceri avevano secchi appesi a cannelle inseriti a forza nei loro tronchi.

E cosi mi trovai a camminare nella neve alta fino alle prime foglie degli alberi, prendere i secchi, scoprirli e levare il ghiaccio (se c’era) e versare la linfa nel bidone. La assaggiai ed era dolce. Era un lavoro silenzioso, anche perchè la neve attutiva i rumori e mentre attraversavamo l’acereto il cavallo cominciò a sforzarsi di più per tirare la slitta man mano che il livello della linfa nel bidone saliva.

la bollitura

L’aria aveva quella tinta bluastra che assume al crepuscolo quando è nuvoloso ed il terreno era completamente bianco anche quando arrivammo al sugaring shed, la baracca dello zuccheraggio: una capanna di legno con un rialzo sul tetto dotato di fessure da cui uscivano nuvole di vapore. Mi ricordo vagamente del bagliore del fuoco sotto l’evaporatore e della linfa bollente.

L’amico del babbo mi disse che servivano 10 litri di linfa per farne uno di sciroppo (secondo Wikipedia ne servono di più, 20-50 a secondo del grado zuccherino della linfa, dato che lo sciroppo d’acero ha un contenuto zuccherino del 66%). Rimuginai su questo fatto mentre tornavamo dai nonni con una boccettina di sciroppo. Quella sera mangiammo sugar on snow, zucchero sulla neve, una leccornia della giovinezza del babbo.

il punto di scolo

 

gli alberi da cui viene raccolto lo sciroppo

Mise lo sciroppo in un pentolino a bollire, e mentre si concentrava ulteriormente riempì un tegame da forno di neve pulita. Quando lo sciroppo si fu ridotto del 50%, lo versò in strisce sulla neve, dove s’indurì all’istante. Caramelle all’acero casalinghe!

Lo sciroppo del Vermont

Memorie di un passato più semplice.

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Un commento

  • Francesco Mondelli

    (29 marzo 2012 - 19:45)

    Grazie. Adoro il Vermont con i suoi laghi,le foreste dai mille colori autunnali,i grandi spazi e naturalmente lo sciroppo di acero che per tradizione ogni sabato mattina usiamo per condire le frittelle americane magistralmente preparate da mia moglie.

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