Garantito IGP. L’enigma dei Roagna: tanto grandi eppure…e il Langhe Solea 2001

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Luca Roagna

di Roberto Giuliani
Stavo tentando disperatamente di fare un po’ d’ordine fra i vini che non trovano più spazio nella mia casa, operazione che tendo sempre a rimandare ben sapendo quanto sia improbabile riuscire nella titanica impresa. Ma certo che ho una cantina! Anzi un frigo-cantina, ma in quel mobile ci entrano 270 vini da 75 cl, bottiglia più bottiglia meno. E persino i ripiani in argilla che ho sistemato sia al piano terra che nello studio al primo piano, sono totalmente pieni. Avanzano ancora almeno una dozzina di casse, che poco alla volta cerco di sistemare. In questo trambusto di bottiglie, sempre meno ordinate, mi è caduto l’occhio su un bianco che era quasi sepolto: Langhe Solea 2001, azienda Roagna – I Paglieri.
Ricordo bene che mi è stato donato – insieme ad una serie di capolavori fra Barbaresco e Barolo – dal giovane Luca Roagna nel 2006, in occasione di una visita in azienda effettuata in compagnia di Pierluigi Gorgoni (Spirito di Vino e non solo). Non ho potuto resistere, dovevo aprirla, soprattutto perché cinque anni fuori dal frigo, anche se al buio, possono comportare qualche rischio. Ma del vino ne parliamo dopo.

Foglie rosse

Vorrei soffermarmi invece su quello che io continuo a ritenere un fatto inspiegabile e ingiustificato: i Roagna fanno vino da cinque generazioni in località Paglieri nel comune di Barbaresco. E’, quindi, un’azienda storica, che ha sempre fatto vini strepitosi, ma certamente lontani da mode e concessioni (ricordo di aver degustato un Barbaresco ’78 semplicemente straordinario). Tanto per capirci, il nebbiolo destinato al Barolo La Rocca e La Pira Riserva effettua macerazioni di 80-100 giorni, il che può farvi intuire il livello estrattivo di un vino del genere e quanto sia necessario un lungo affinamento in bottiglia prima di aprirlo e rimanere travolti dal suo fascino che ha pochi confronti con i più grandi rossi italiani. Ma quella delle lunghe macerazioni (a cappello sommerso) è una filosofia applicata in tutti i vini, così come l’utilizzo di lieviti selezionati fra quelli indigeni per effettuare la fermentazione (ottenuti da una ricerca approfondita in collaborazione con alcuni docenti ed esperti in microbiologia).

Il vigneto

La biodiversità è un altro aspetto fondamentale a cui i Roagna tengono assolutamente: la terra è perennemente inerbita, questo ha favorito una popolazione vegetale mista, a seconda della vigna si possono trovare cespugli di menta selvatica, piuttosto che favino, leguminose spontanee ed un’infinità di erbe dai fiori profumatissimi. Il diradamento viene praticato solo sulle viti sotto i vent’anni, in modo che queste trovino il loro equilibrio naturale man mano che invecchiano. Ci sono piante vecchissime tra le vigne (gli impianti sono stati effettuati tra il 1937 e il 1955), alcune a piede franco, con radici che possono superare anche i 10 metri, potete immaginare la quantità di microelementi a cui possono attingere e quale capacità di resistenza possono avere alle annate siccitose! E quando una vite muore viene sostituita con una nata da selezione massale della stessa vigna, quindi niente cloni, parola che i Roagna hanno eliminato dal proprio vocabolario viticolo.

La biodiversità

Tutto questo per farvi capire che abbiamo a che fare con un’azienda estremamente rigorosa, che ha davvero saputo fondere la tradizione contadina alla moderna tecnologia, anzi, sarebbe più corretto dire alla moderna “conoscenza”.
I Roagna non amano le guide, il che non giustifica la loro assenza in molte di esse, visto che altre aziende di pregio si comportano allo stesso modo eppure vengono ugualmente recensite. Paradossalmente sono più conosciuti (e amati) all’estero. Divertente l’incontro fra Luca e Sigurd Wongraven, fondatore del gruppo black metal norvegese Satyricon, da cui è scaturito grazie ad una reciroca passione enomusicale (Sigurd sta anche scrivendo un libro sui vini e vignaioli del Piemonte), un progetto che ha portato alla realizzazione di due vini, ottenuti da una selezione effettuata da Sigurd stesso di Barolo Pira e di alcune botti di amici di famiglia Roagna, che si chiamano Unione Wongraven Barolo e Alleanza Wongraven Langhe Rosso.

Una zolla

Ma a parte le guide, sebbene ci siano sicuramente molti appassionati che conoscono questa azienda, almeno sul web se ne parla di rado, basta farsi un giro sui motori per rendersi conto che sono davvero pochi i vini recensiti.
Fino ad ora mi ero limitato, se così si può dire, a raccontare su Lavinium, tra il 2010 e il 2011, dei Barbaresco Crichët Pajé 1998, Pajé Riserva 1997 e Barolo La Rocca e la Pira Riserva 1993.

I filari

Questa volta invece parliamo del Langhe Solea 2001, da uve chardonnay e nebbiolo vinificate in bianco, nato dalla convinzione profonda che la Langa non sia solo terra di grandi vini rossi, ma possa esprimere anche bianchi importanti e capaci di notevole longevità.

L’etichetta del Solea

Non ricordo onestamente quanto nebbiolo ci fosse in questa annata, mediamente la sua presenza si aggira attorno al 25%. Resa per ettaro? 35-40 ettolitri! Macerazione delle bucce per 10-15 giorni con il nebbiolo aggiunto in pressatura.
Il vino matura dai 3 ai 5 anni in tini di rovere francese di medie dimensioni e affina a lungo in bottiglia.
Ed eccolo qui, il “poveretto”, certamente non conservato come avrei dovuto ma proprio per questo ancora più meritevole se ha sopportato 5 anni in casa mia.

Lo scarto

Il colore è quello che ci si aspetta da un bianco che ha subìto una lunga macerazione, oro intenso, davvero suggestivo e dai toni caldi, al naso cancella subito le mie preoccupazioni, mi trovo di fronte ad un bouquet perfettamente integro ed equilibrato, toni di frutta esotica appena matura si alternano a note floreali e rintocchi minerali, pesca, mango, noce, ananas candito, muschio, miele di agrumi e acacia, sfumature calcaree e chiusura di erbe aromatiche.
In bocca è pura seta, al di sopra di quanto potessi immaginare, e che freschezza! Vivissimo in ogni suo aspetto, sapido e profondo, lunghissimo nella persistenza, elegante, direi raffinato, perfettamente in sintonia con quanto premesso all’olfatto. Lo confesso, sono stupito perché questo vino lo avevo degustato proprio in cantina 5 anni e mezzo fa e ne avevo percepito solo in parte la grandezza.
Ed è impressionante come questi dieci anni abbondanti dalla vendemmia non gli pesino minimamente, ha ancora davanti a sé un lungo cammino, al pari di un grande rosso di Langa. Questi sono i Roagna! Segnate in agenda una visita a questa azienda perché dal giorno dopo non la dimenticherete più.

Roagna – Azienda Agricola I Paglieri

Loc. Paglieri 9, 12050 Barbaresco (Cn)
Tel/fax +39 0173/635109
Sito: www.roagna.com
E-mail: info@roagna.com

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4 commenti

  • Lello Tornatore

    (12 gennaio 2012 - 09:19)

    ” la terra è perennemente inerbita”, scusa Roberto, questo significa che dall’ epoca d’impianto delle barbatelle il terreno non è mai stato oggetto di diserbi meccanici o chimici?

    • Roberto Giuliani

      (12 gennaio 2012 - 10:14)

      credo proprio di sì, ma questo andrebbe chiesto a Luca.

  • Fabrizio Scarpato

    (12 gennaio 2012 - 10:12)

    La corrispondenza metallara col rocker norvegese andrebbe sviscerata perché molto interessante: di solito non si accosta facilmente l’heavy metal al vino e tantomeno alle immagini bucoliche di foto belle come queste del post. In effetti il signore sul trattore ha una faccia simpatica che è tutto un programma ;-) Vorrei però sottolineare che il Barbaresco Asili 2006 I Paglieri di Roagna è forse l’unico 20/20 nella Guida Vini Espresso 2012: l’ho cercato e assaggiato a Firenze e ora che ci penso ci poteva stare l’attacco di Whole lotta love dei Led Zeppelin.

    • Roberto Giuliani

      (12 gennaio 2012 - 10:16)

      Vero Fabrizio,
      ma infatti la Guida de L’Espresso ha fatto entrare i Roagna da quando Piero Gorgoni ha coinvolto con insistenza Gentili e Rizzari. Prima erano ignorati, pur essendo un’azienda che produce vino da 5 generazioni.

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