Garantito IGP. Manaresi di Fabio Bottonelli: Due tipini pignoli. Anzi, pignoletti

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Fabio Bottonelli con Donatella Agostoni

Due tipini pignoli. Azi, pignoletti.

I personaggi. Oggi come oggi a fare il giornalista ci vuole un coraggio da leoni. E anche a fare l’agricoltore. Ma per fare tutte e due le cose insieme occorre una vena di follia, o forse qualcosa di più.
Un qualcosa che però, in tanti anni di frequentazione, non avevo mai notato negli occhi di Fabio Bottonelli, faccia da cadetto di Guascogna (nel senso di D’Artagnan e non del Cyrano gucciniano), esse sibilante da buon bolognese, ottima conoscenza del mondo rurale (è agronomo) e l’ironico disincanto di chi ha alle lustri e lustri di professione.

Poi qualche vago accenno, della serie (almeno io l’avevo interpretato come tale) “mollo tutto e mi ritiro in campagna”, cose dette a mezza bocca e l’anno scorso me lo ritrovo al Vinitaly. Normale, penso lì per lì. Ma noto che ha un pass diverso dal mio. Un’agenda di appuntamenti diversa dalla mia. E soprattutto sta da una parte del bancone diversa dalla mia: insomma, è diventato produttore.
E l’ha fatto, devo riconoscerlo, nel modo più coerente e onesto, senza cercare l’avventura in terre lontane o nei presunti eldorado enoici sparpagliati per la penisola, ma restando attaccato (è o no un uomo di salde radici agricole?) alla terra d’origine: le colline bolognesi, quelle, per capirsi, dove è bello andare in giro con le ali sotto i piedi e la Vespa Special che ti risolve i problemi eccetera eccetera. Nello specifico, il colle “Bella Vista” di Zola Predosa.

Non conosco la percentuale, ma parecchio del suo – non solo in termini materiali – ce l’ha messo messo anche la sua compagna, Donatella Agostoni, architetto e nipote di un grande artista del Novecento come Paolo Manaresi (1908-1991), pittore e incisore (qui), successore di Giorgio Morandi all’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Non a caso, la cantina è dedicata a lui. Ed è la sua firma a fare oggi da logo aziendale.

Donatella Agostoni

Cos’abbia spinto Fabio e Donatella al grande salto – un salto che, nella decisione di mantenere anche le rispettive attività professionali, è ancora più lungo e difficile – è cosa che nemmeno loro sanno forse spiegare bene. Ma che è intuibile: quell’irresistibile miscela di passioni, di sogni, di disillusioni, di rimpianti, di speranze e di pragmatismo indispensabili per resistere ai mille disincentivi che, sparsi sul cammino, sembrano fatti apposta per farti cambiare idea a metà del guado. A leggere la loro storia e quella dell’azienda, nata nel 1986 come classica “casa in campagna” e poi pian piano divenuta “agricola”, sembra di leggere infatti, concentrato nel tempo, il cursus honorum del moderno viticoltore, condito da quel tocco di intuito chi ha dalla sua anche un certo imprinting “creativo”: l’abitazione, gli alberi da frutta, gli olivi, la vigna. Lentamente, a singhiozzo. Fino a quando, vent’anni dopo, la mamma di Donatella, Maria Teresa Manaresi, rileva tutta la proprietà e, sobillata dai figli e dal genero, comincia l’opera vitivinicola vera e propria: nuova cantina, nuovi vigneti, enologo (il toscano Emiliano Falsini), esperimenti, prove, investimenti, patemi.

Fabio Bottonelli con Donatella Agostoni

L’idea dei nostri è originale ma impegnativa: non solo fare un prodotto di qualità, il che è ovvio, ma creare un luogo (ipsi dicunt) di “contaminazione fra arte-cultura-vino-paesaggio”. Oibò.
La prima vendemmia ufficiale è quella del 2009. Il resto è storia recente, ma già con qualche soddisfazione. Come ad esempio la messe di riconoscimenti ottenuti quest’anno al Concorso Internazionale di Packaging del Vinitaly: premio speciale per l’immagine coordinata, primo premio assoluto “Etichetta d’oro” per il Merlot 2009 e menzione speciale per il Duesettanta dello stesso anno. Mica poco per dei quasi esordienti. La filosofia del resto è chiara: il vino è il protagonista, cioè il quadro, mentre l’etichetta è la cornice. Quindi l’etichetta deve “far vedere” il vino, non coprirlo.
Quando gli ho raccontato l’adagio, ricorrente in Toscana, a proposito delle aziende agricole (“…ci sono tre modi per finire i soldi: il più emozionante è al gioco, il più divertente con le donne e il più sicuro con l’agricoltura”) Fabio non si è scomposto. Si è versato un po’ di Pignoletto nel bicchiere e serafico mi ha risposto: allora parto avvantaggiato, come giornalista di soldi ne ho pochi per definizione.
L’azienda e i vini.
Otto ettari in dolce pendenza, di età variabile tra i 20, gli 8 anni e i 2 anni di età. Densità da 3000 a 4000 piante per ettaro, sistema di allevamento GDC, spalliera cordone speronato, spalliera guyot doppio capovolto. Varietà: Pignoletto, Chardonnay, Sauvignon e Merlot.
Pignoletto frizzante Colli Bolognesi doc. Lo ammetto, è il mio preferito. Vispo, beverino, facile, allegro, profumato non annoia mai. Coi suoi 11 gradi e mezzo, non dà alla testa ma nemmeno delude in bocca.
Classico Pignoletto Colli Bolognesi doc. Un vino importante, quasi impegnativo. I produttori lo definiscono un “cru nel cru”. Grande struttura, note balsamiche, molto intenso sia al naso che in bocca, abbina le caratteristiche varietali con una grande lunghezza.
Duesettanta Emilia IGT Bianco. Frutto di un taglio tra il tradizionale Pignoletto delle colline bolognesi e due grandi vitigni internazionali, è un vino molto tecnico e di forte personalità, intenso al naso e potente al palato.
Merlot Colli Bolognesi doc. Fatto solo in acciaio, con uve lasciate maturare appena oltre la norma, esce dai canoni consueti della varietà e rimane nevrile, inquieto. Ottimo con sughi e ragu.

Manaresi
loc. Podere Bella Vista, via Bertoloni 14-16, Zola Predosa (BO)
tel. 335/7442080, 335/8032189, 051/751491
www.manaresi.net, info@manaresi.net

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