di Michela Guadagno

Pierpaolo Sirch, amministratore delegato dei Feudi di San Gregorio e Tommaso Luongo, delegato Ais Napoli
Seminario Ais Napoli a Malazé
Una cornice incantata, quella di Villa di Livia a Pozzuoli, con i resti di un’antica villa patrizia romana intorno ai quali, incorporandoli, è stata costruita l’elegante struttura dove si è svolto il seminario «La gestione della vite tra tradizione e innovazione», presentato nel programma degli eventi di Malazè 2009 insieme alla delegazione Ais di Napoli.
Come introduce Rosario Mattera, presidente di Malazè, «c’è da portare il bello fuori dalle brutture», prima di lasciare la parola al delegato Ais Napoli Tommaso Luongo che presenta Pierpaolo Sirch, agronomo friulano e preparatore d’uva, come ama definirsi. Sirch ha fondato con Marco Simonit la prima Scuola di potatura in Italia, e sostiene le tecniche di potatura per forme di allevamento antiche a salvaguardia della conservazione dei terreni e delle biodiversità.
In una panoramica di slide dal titolo «riflessioni di vigna e non solo», mostra danni alla viticultura notevoli, confrontandole con la realtà dei Campi Flegrei che ha saputo viceversa tutelare un patrimonio storico di viti a piede franco. «Le accelerazioni e le razionalizzazioni di tecniche di produzione tolgono qualità e caratteristiche ai vini – spiega – in zone in cui l’uomo snatura il terreno; togliendo le vecchie vigne che non rispondono più alle esigenze di mercato e poi piantato il nuovo, si perde il terreno originario. Livellare con ruspe intere colline distruggendo la natura provoca danni e i terreni non hanno più struttura: i risultati danno smottamenti, instabilità, vigneti che se ne vanno, un quadro della viticultura italiana con errori da rimediare».
Vigna vecchia vuol dire che il prodotto produce quantità e qualità; quello che manca sono gli uomini, l’esperienza e la competenza professionale non si inventano, in vigna si mette l’uomo della strada e si dice «taglia» senza approfondire gli argomenti è il suo sfogo e l’invito a conservare sistemi di impianto di antica memoria vitivinicola.
Prosegue l’intervento Franco De Luca, Ais Napoli, che parla di vini a piede franco, e illustrando una lezione sulla fillossera, spiega come una delle più importanti battaglie della viticultura europea sia stata vinta dopo una serie di rimedi e tentativi prima della soluzione deflinitiva. I primi acari arrivano in Europa con l’introduzione delle viti americane, resistenti all’oidio che all’epoca imperversava tra le malattie che colpivano le viti europee franche di piede, siamo nel 1825.
Presto il rimedio si rivelò peggiore del male, nel 1859 la prima apparizione di epidemia e dal 1863 la devastazione che colpì il sud della Francia per prima, poi la zona di Bordeaux e infine l’Italia. La comunità scientifica era ferma, i primi metodi rudimentali non producevano i risultati sperati: iniezioni di solfuro di carbonio, sommersione dei vigneti con allagamenti, insabbiamenti delle vigne, fino alla scoperta dell’innesto su piede di vite americana, che in più raddoppiava la produzione oltre a combattere la pandemia. I nemici della fillossera – continua De Luca – sono la granulometria del terreno, le condizioni climatiche poco adeguate, le barriere biologiche; le zone vitate a piede franco nel mondo, oltre ai Campi Flegrei, Sant’Antioco in Sardegna, per la sabbiosità dei terreni, Valdadige, Valtellina, Valdigne, per l’umidità del clima, e Cina, Cile, Nuova Zelanda, per difese biologiche che non permettono la propagazione.
C’è un ritorno dei produttori a coltivare a piede franco, come Cappellano che ha creato un vigneto con una zona a piede franco circondato interamente da viti su portainnesto.
E dà inizio alla degustazione con il primo dei cinque vini con il Prié blanc Metodo Classico Brut Golf Club Courmayer et Grandes Jorasses 2006, da Pré blanc della Cave du Vin Blanc de Morgex et de La Salle, coltivato su terrazzamenti a pergola bassa, naso di frutti bianchi e floreale sottile, leggero agrumato, sentore delicatissimo; bocca rotonda, poca l’acidità, morbido, equilibrato.
Tommaso Luongo conduce la degustazione di Falanghina dei Campi Flegrei 2007 di Contrada Salandra, dal colore carico dell’annata calda, vira verso il dorato, densità e compattezza denotano buono spessore alcolico e glicerico; esuberanza fruttata al naso, approccio mielato, gelatina di mela cotogna, perde l’aspettativa in bocca, dove la spinta dell’acidità risente nella frutta matura, netta la grande sapidità.
Massimo Florio, Ais Napoli, passa al Piedirosso dei Campi Flegrei 2008 La Sibilla, in un vino considerato di beva giornaliera, luminoso per vivacità del colore rubino giovane, delicata e presente la nota dolce di frutta, è un tipico piedirosso equilibrato tra la morbidezza e la mineralità, con il tannino leggero in linea con la tipologia.
In un ping pong, ritorna Tommaso Luongo con il Carignano del Sulcis Kanai Riserva 2005 Sardus Pater. Sant’Antioco è l’estremo lembo sud-ovest della penisola del Sulcis, con vigneti ad alberello di 70 anni su sabbie finissime, luogo storicamente noto per le guerre puniche, pare che Annibale sia morto qui; regno del Carignano costiero, si dice di origine fenicia.
Il vino si presenta con una veste cromatica carica di un rubino fitto, naso erbaceo di macchia mediterranea, di legni eleganti non invadenti, buona mineralità, frutta polposa, tannino soffice.
Infine l’Etna, con Massimo Florio che prende in esame il blend di Nerello Mascalese e Nerello Mantellato 1999 di Calabretta, è l’annata in commercio attualmente, veste granato-aranciato, intensità di colore accesa, naso liquoroso marsalato, note dolci di speziatura, smalto, idrocarburo, ampio al palato e di piacevole freschezza.
La serata si conclude con i piatti a buffet preparati dai ristoranti flegrei La Fattoria del Campiglione con ‘o Tatiello, Il Rudere di Gennaro di Razza con le crocchette di patate e melenzane con panatura di mandorle, e da Bobò di Gennaro Bruno con Elicoidali al riccio di mare e Calamaro ripieno di salame e provola.












