Gestione delle vigne: meno moda e maggiore studio del territorio

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Durante Malazé l’Ais Napoli ha organizzato a Bacoli un interessante convegno sulla gestione del vigneto con Pierpaolo Sirch, amministratore dei Feudi di San Gregorio. Sull’argomento da Antonella Monaco riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera che intende aprire, anche con una certa vis polemica, e approfondire il dibattito scientifico.

Il vigneto di Le Vigne di Raito alle spalle di Villa Guariglia, nel comune di Vietri sul Mare (FotoPigna)

Ma noi meridionali siamo davvero così furbi?

Caro Luciano,
è la prima volta che sento la necessità di scriverti per aprire una discussione su un argomento spinoso: l’approccio meridionale alla ricerca scientifica nazionale. Lo spunto mi è dato dall’aver letto sul tuo sito dell’intervento, non ultimo in Campania, fatto dai “Preparatori d’uva” a Bacoli, organizzato dalla delegazione AIS della Campania. Non conosco personalmente i due agronomi ma sono abbastanza documentata sulla loro ricerca che tende in sostanza alla buona salute delle piante riducendo al massimo gli interventi cesori ed il reimpianto troppo rapido dei vigneti.
E’ necessario, prima di affrontare il cuore della questione, una breve premessa storico-cronologica della viticoltura campana (stai tranquillo, sono solo poche righe!).
In Campania sono sempre esistite due forme di vigneto: l’arbustato e la vigna bassa. Il primo, su tutore vivo o secco, si sviluppava in altezza o seguiva il perimetro di grandi quadrati per permettere la coltivazione sotto chioma. Ne sono esempi ancora presenti le alberate aversane, le forme flegree su pali di castagno alto, le forme vesuviane a tendone, le vecchie starsete avellinesi e le raggiere beneventane. La vigna bassa era invece il vigneto specializzato, a tutore morto, in genere basso. La scelta tra l’una e l’altra forma è dipesa, storicamente, da vari fattori i più importanti dei quali sono l’evoluzione demografica e le richieste del mercato e quindi dall’uso intensivo o estensivo del suolo in rapporto alla pressione demografica e quindi di disponibilità di manodopera: se molto disponibile la vite era allevata a vigna bassa, al contrario se si verificavano cali demografici o mercantili importanti per eventi straordinari.
Questa condizione è rimasta pressochè immutata ancora oggi in diverse zone della Campania, perlomeno in quelle meno interessate da fenomeni di industrializzazione della viticoltura, come le periferie territoriali delle province di Avellino, Benevento e Salerno, alcuni nuclei della provincia di Napoli e Caserta.
Negli anni 70 del 1900 molti vecchi vigneti furono spiantati per fare posto a vigneti specializzati con varietà extraregionali, ai “super cloni” selezionati in centri di ricerca del Nord ed ampiamente diffusi da vivaisti settentrionali. E noi campani, “furbi e sempre pronti al buon affare”, siamo stati invasi da sangiovese, merlot, trebbiano, malvasia, etc, con produzioni per ettaro gigantesche, che andavano ad alimentare molte cantine del nord. Agli inizi degli anni 90, sempre dal nord, veniva un dietrofront con indicazioni sul miglioramento della qualità dell’uva ottenuta 1) con l’abbassamento delle rese unitarie che si potevano raggiungere infittendo i vigneti, anche 6-7 mila piante ad ettaro; 2) sfruttando la cosiddetta “pressione selettiva debole”, cioè coltivare più cloni diversi della stessa varietà e non il “super clone”. Molte aziende quindi hanno spiantato e ripiantato seguendo queste direttive, con la disgraziata conseguenza di aver visto sparire vigne centenarie ed un numero indefinibile di vitigni diversi, sempre presenti in tutti i vigneti.

Un grappolo di Coda di Volpe sul Vesuvio

(foto Miriam Siglioccolo)

Oggi arrivano i “preparatori d’uva” a consigliare, secondo me molto opportunamente, di potare in maniera dolce. Ma è quello che i vignaioli campani hanno fatto da secoli prima che “qualcuno” gli dicesse che erano arretrati, non al passo dei tempi, rozzi ed ignoranti!! Basti pensare alla potatura invernale dell’Asprinio sulle alberate aversane: ogni tre-cinque anni tutte le viti venivano sciolte dalle impalcature, poggiate a terra, “scamazzate”, torte e ripulite e poi venivano di nuovo rialzate e riattaccate. O alla potatura cortissima della starsete di Aglianico con metri e metri di legno vecchissimo e pochissimi speroncini di 2-3 gemme. Oggi nessuno fa più quest’intervento per motivi facilmente comprensibili.
In ogni caso, penso che bisogna conoscere meglio la viticoltura di un territorio prima di dare indicazioni tecniche: i ceppi centenari che ancora ci sono in Campania sono quasi sempre a piede franco e la vita di una vigna dipende non solo dagli inteventi che si fanno ma dalla profonda ed antica interazione tra questa ed il suo ambiente. Tutti i disciplinari a DOC prevedono l’uso del portinnesto anche dove la fillossera non c’è mai stata e, per mia esperienza diretta, la presenza di un apparato radicale di provenienza diversa è esso stesso un elemento critico di diffusione di malattie (alla faccia delle certificazioni del materiale di propagazione), di scarso adattamento ad ambienti meridionali, di scorretto assorbimento di elementi nutritivi dal suolo. Potare a cordone speronato come suggeriscono i “preparatori d’uva” è giusto ma vorrei tanto vederli all’opera sul Piedirosso, varietà indomabile su tutti i suoli vulcanici!
La mia considerazione finale è questa: ma noi meridionali siamo veramente furbi come credono tutti? Abbiamo sempre bisogno che qualcuno ci dica come fare? (So già la risposta a questa seconda domanda: ma se le istituzioni di ricerca latitano, è ovvio che qualcuno intervenga al posto loro!).
E’ però vero che quel poco o tanto che viene fatto, non viene comunque apprezzato o sufficientemente pubblicizzato.
Grazie in anticipo se vorrai pubblicare questo mio intervento.

Antonella Monaco