Gragnano, il vino della pizza

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Il novello della Campania? È il Gragnano.

Il vero bicchiere da spendere su una pizza margherita o su una marinara? Di nuovo, è il Gragnano. Basta questo per spiegare a chi non è napoletano l’enorme successo che, da secoli, ha avuto questo vino nella più grande e antica metropoli del Sud. Ne decanta le lodì Totò in Miseria e Nobiltà, Mario Soldati impazzì alla ricerca della seconda bottiglia dopo avere provato la prima

. Il mitico Ansaldo, direttore del Mattino, partecipò ad un pranzo luculliano durante una «traffica» del vino avvenuta durante un freddo inverno degli anni Cinquanta. Non c’è un vino più bravo del Gragnano nello spiegare Napoli: è frizzantino come un Lambrusco, va bevuto subito, anche prima di Natale, è leggero e allegro. La grande tradizione si stava perdendo. Imbottigliatori senza scrupoli ormai spacciavano per Gragnano anche il più lurido Montepulciano piovuto da chissà dove e il prestigio del vino di Napoli era così rapidamente decaduto: la pizza sedotta dall’anonima birra, novelli a macerazione carbonica provenienti dalla Toscana e dal Piemonte dominavano le vetrine degli alimentari.

Gli appassionati lo inseguivano sui Lattari mentre i contadini lo abbandonavano perché non rendeva più niente dedicarsi alle viti. Gennaro Martusciello sta al Gragnano come Antonio Mastroberardino al Fiano, al Greco e al Taurasi. La tecnica di salvataggio è stata la stessa: la cantina Grotta del Sole, la cui sede è a Quarto, ha scelto una cinquantina di microaziende, la più grande vanta appena un ettaro e mezzo, le ha seguite e incentivato la difesa dei vitigni dei monti Lattari pagando l’uva tre, quattro volte il prezzo di mercato.

Oggi sul campo c’è il giovanissimo Salvatore, che con il fratello Francesco e la madre Elena fondò la nuova azienda (quella di famiglia risale alla fine dell’800) nella seconda metà degli anni ’80. La prima etichettatura è stata fatta nel 1992 e, proprio per il Gragnano (in lista anche Lettere, Falanghina dei Campi Flegrei, Lacryma Crhisti, Asprinio di Aversa) il successo è stato immediato. Ai napoletani non sembrava vero poter ritrovare il vino dei loro padri in bottiglie certificate, senza il tappo di plastica vite sigillato da una improbabile strisciolina di carta, con l’indicazione dei contadini conferitori. Oggi altre aziende vinicole hanno seguito l’esempio con ottimi risultati, come Caputo in provincia di Caserta o Nasti. Purtroppo, è questo riguarda anche altri centri campani che danno il loro nome ad un vino e che solo per questo sono diventati famosi (come Taurasi) di tutto questo a Gragnano centro non c’è traccia. Non c’è un negozio tipico di alimentari dove trovare il vino e la famosa pasta, sulla strada neanche una tabella per ricordare la città del vino, quella che dissetava i Borboni e i lazzari, niente da visitare, da comprare per ricordo. Insomma, siamo ancora in una fase preistorica. Non c’è intesa tra i pochi produttori, nessun accordo è stato stipulato con i pastai. Basti pensare che in questi giorni negli Stati Uniti vino e pasta di Gragnano si presentano con stand separati. Sembra assurdo, ma è così. Il primo passo, comunque, è stato fatto. Il vino lanciato dai monasteri oltre 1500 anni fa e tanto decantato, oggi si presenta sul mercato in maniera più che fignitosa: dopo una vendemmia manuale (e né potrebbe essere diversamente visto che le viti sono in posti difficilmente accessibili), si opera la tradizionale macerazione di cinque giorni atemperatura controllata e viene pigiato in modo soffice. L’affinamento avviene in botti di acciaio, appena qualche settimana ed è già pronto.

Il Mattino, luglio 1999