Grande Cerzito 2011 Taurasi docg e l’antimeridionalismo dei meridionali

2/8/2017 2.5 MILA
Vigna Grande Cerzito 2011 Taurasi
Vigna Grande Cerzito 2011 Taurasi

di Luciano Pignataro

Vi confesso che sono stato indeciso sino all’ultimo sulla direzione da dare a questo post. Il primo impulso era quello di raccontarvi la bellezza di questo vino ottenuto da Luigi Moio da una vigna di aglianico di fronte al corpo principale di Quintodecimo, su come i fatti gli abbiano dato ragione nel corso degli anni, esprimervi la sua eccezionale capacità di affrontare il problema dei tannini nell’aglianico senza seppellirlo in un bara di legno. Vi avrei anche raccontato della giovinezza di questo vino, della sua energia al palato e la purezza olfattiva perfetta. Tutte cose che leggiamo  nel suo libro Il Respiro del vino.
Ma quando l’ho trovato nella carta in un importante ristorante e visto il prezzo mi sono ricordato del fuoco di fila che Luigi dovette affrontare ai suoi esordi. Non ne voglio fare una questione personale perché sarebbe antipatico mettere di fronte un Ordinario di Enologia a chi non ha alcun titolo di studio. Del resto, lo stiamo vedendo, nel nuovo Medioevo di Facebook la scienza è una opinione e ogni autorità viene contestata per principio. In mancanza di una seria crisi economica o di una guerra non c’è altro che il buon senso a tenere in piedi la misura delle cose. Ma purtroppo questo è sempre più raro.
Non farò nomi e cognomi anche perché non c’è nulla di personale ormai.
La maggior parte delle critiche si concentravano sul fatto che questi vini costavano troppo: come è possibile, si urlava a destra e a manca, per un Taurasi arrivare a 120 euro in enoteca?
Ora questa opinone, decisamente risibile ad ogni latitudine, è antropologicamente interessante per due motivi. Uno più strutturale, l’altro, purtroppo, generazionale.
Il primo riguarda infatti la mentalità subalterna che al Sud si ha verso qualsiasi cosa che venga da fuori a prescindere. Sembra incredibile, ma a parte caffè, pizza, dolci e pasta, sono poche le cose nelle quali un meridionale non mostra orgoglio per quello che fa. Il Sassicaia ha certamente una storia molto più breve del Taurasi ma a nessuno verrebbe in mente di dire che non può costare troppo. Lo stesso per i Supertuscans che negli anni ’90 rilanciavano prezzi più alti tra il plauso generale di tutti. E il Brunello, che ha costruito la sua fama a partire dall’inizio degli anni ’90 può da tempo spuntare il prezzo che vuole senza che nessuno lo discuta. Come il Barolo. In fondo si tratta di vini ancora economici se paragonati ai Borgogna e ai Bordeaux, ma anche rispetto a molte etichette della Napa Valley.
Ebbene mettere il Taurasi sullo stesso piano è sembrato a queste persone un furto, più o meno quello che si diceva del Montevetrano e il Terra di Lavoro. Perché i meridionali sono tutti neri, bassi, suonano il mandolino e i loro vini devono costare poco.
Ora i fatti hanno dato ragione al professore e noi tutti dovremmo essere contenti che sia possibile avere tanto reddito in agricoltura, tra l’altro continuamente reinvestito in cantina e in vigna. Non c’è altra speranza al Sud, e in Italia, se non apprezzare i prodotti dell’agricoltura. Fare sartoria rurale in un mondo globalizzato che gioca sulla quantità e i prezzi bassi perché senza regole verso la salute dei consumatori, i diritti di chi lavora e l’ambiente.
Questo aspetto strutturale che emerge di continuo da alcuni esponenti della Vandea gastronomica su altri settori (c’è chi si scandalizza per una pizza a 5 euro e poi fa la fila per l’iPhone), esiste ed esisterà a lungo e sarà piegato solo dai fatti. I tempi lunghi danno ragione a chi crede nel proprio progetto e oggi un vino come il Montevetrano è addirittura economico.

Il secondo aspetto, più soggettivo, lascia un po’ di amaro in bocca, perché gli alfieri di queste posizioni, schierati in prima linea, erano proprio coloro che avrebbero dovuto rappresentare la nouvelle vague della critica enologica campana, meridionale e nazionale. Giovani,  ormai persone di mezza età, sicuramente oneste e preparate, che non battevano ciglia a sganciare il centone per un village ma che quello di Moio no, proprio non lo accettavano come prezzo e lo criticavano anche molto ferocemente e beffardamente sui forum, nei loro spazi web, nei commenti.
Oggi con Luigi si scherza di queste cose, ma ricordo bene il suo senso di smarrimento quando si trovò il fuoco amico, cioé campano, mentre era nel pieno dei suoi sacrifici con Laura e i bimbi piccoli.
Questa posizione era al tempo stesso un provincialismo alla rovescia (nemo propheta in patria) e una manifestazione di una ambizione non modulata alle necessità del tempo. Già perché il limite, professionale e umano, di questa fascia di degustatori è stata la mancanza di ambizione complessiva (non personale, ché questa non mancava certo) a capire, spiegare e raccontare l’intero mondo del vino ponendosi sempre contro o quello che non capivano, o che non governavano o che, più semplicemente, aveva preceduto il loro ingresso sulla scena poco dopo il 2000. Una generazione (magari giustamente) arrabbiata con un passato che non garantiva lo stesso futuro e che per questo ha adottato il principio del cupio dissolvi posizionandosi su protocolli desueti e alla fine noiosi: sempre con il piccolo contro il grande, a meno che grande non fosse il legno contro la barrique, il lievito indigeno contro il selezionato, il biologico contro il convenzionale e via discorrendo a prescindere dal risultato oggettivo e finale e soprattutto dal contesto storico e antropologico in cui ciascuna azienda ha piantato le sue viti investendo nella terra. In tal modo sono precipitati in una critica senza visione umanistica, tecnicista e ideologica al contempo e alla fine onanistica.
Se oggi devo tracciare un bilancio, noi abbiamo contestato quelli che ci hanno preceduti sempre con la paura di sbagliare, studiando come folli le notti prima delle assemblee,  molti (ovviamente non la maggioranza) esponenti di questa fascia invece hanno esibito orgogliosamente lo slogan “lasciateci sbagliare”.
Bello, populistico, molto chic spararlo su facebook o dirlo davanti a un gin tonic alle due di notte, ma così hanno perso il racconto del vino dal 2008 in poi.E soprattutto hanno perso la narrazione complessiva del mondo vitivinicolo italiano.
Aspettate, già sento la risposta: non ci interessava farlo. Appunto.
In poche parole, un professionismo che si è autoconfinato nell’hobbysmo. Colto, appassionato, anche stimolante. Ma non altro.

Quando Vigna Grande Cerzito avrà cento anni a molti questo post lasciato galleggiare nel  web sembrerà un nonsense. Forse già oggi lo è visto che per fortuna si affaccia una nuova generazione libera, meno ideologica, più preparata e soprattutto senza rabbia verso chi li ha preceduti.
Penso però  al fatto che se è tanto difficile per un imprenditore del Sud emergere è anche perché si trova di fronte a queste problematiche che altrove non esistono.
Tematiche che anche noi siamo stati costretti ad affrontare e misuraci con appellativi non proprio carini tesi a screditarci che ben suonavano alle orecchie di chi ha pregiudizi contro il Sud e Napoli.
Però c’è un risvolto positivo in tutto questo: se si supera l’antimeridionalismo dei meridionali, il successo mondiale è assicurato.
Come è stato per il Montevetrano, come è adesso per i vini di Luigi.
Buona vita a tutti.

 

10 commenti

    Enrico Malgi

    (31 luglio 2017 - 09:18)

    Concordo al 100%.

    Emanuele

    (31 luglio 2017 - 10:19)

    Concordo al 100% con questo articolo. Il problema è in generale dell’Italia, paese nel quale dove se qualcuno ottiene successo e si fa pagare per il lavoro e la qualità che ci sta dietro nascono cori di invidie e relativi attacchi. Certo questa cosa è probabilmente più accentuata al sud che al nord, ma è un modo comune. In Francia hanno la grande capacità di fare squadra e portare avanti un marketing sul prodotto che è veramente di eccellenza.
    C’è poi una riflessione in più: se come cantina mi metti nella condizione di capire, tramite visita, degustazione e storia, la motivazione su un prezzo allora posso anche accettarlo volentieri; alcune cantine piemontesi in questo sono maestre (eccezione fatta per lo snobbismo irritante di Gaja).
    Al sud la cosa è diversa: non c’è alcuna cultura dell’accoglienza del cliente e dell’appassionato. Cantine che per organizzare una visita nemmeno lo sbarco sulla luna o fastidio nel farlo. Io nomi ne faccio: Luigi Tecce! Contattato per fare una visita approfittando delle vacanze in zona e mi sento dire “non so se mi va di fare una visita! Mi chiami due giorni prima e vediamo!” oppure lo stesso Modo che chiude la cantina dal 28/7 a fine agosto. Il vino è storia, passione, qualità e cultura, ma è anche relazione con chi il vino lo beve.
    Quindi per me due cose mancano: la capacità di fare squadra comune (senza però difendere l’indifendibile) e il venire incontro all’esigenze del cliente.

    Antonio Prinzo

    (31 luglio 2017 - 15:59)

    Concordo assolutamente. Il valore del territorio, del lavoro, dell’esperienza è fondamentale per la crescita di un comparto e quindi di una terra e va riconosciuto. La mia terra, il Cilento, arranca anche in questo, per secolari diffidenze, mancanza di una vera cultura del lavoro. Ci sono isole felici ma troppo poche rispetto al reale riconoscimento di un territorio, troppi i tentativi estemporanei, troppe le iniziative che durano il tempo di una notte. Ma se in Francia o anche in Italia in altre zone queste cose funzionano è anche perché chi amministra il territorio aiuta, crea le condizioni, spinge alla crescita e non solo al proprio consenso. Forse vedo troppo scuro, ma qui da noi la situazione amministrativa è drammatica e questo non aiuta le persone, le aziende a crescere e creare sempre più ricchezza.

      Emanuele

      (31 luglio 2017 - 17:00)

      Condivido questo commento, ma penso che non possiamo declinare la colpa su chi ci amministra. Conosco bene il Cilento visto che è 4 anni che ci vengo in vacanza e conosco la difficolta di un territorio e un’amministrazione spesso assente, però ho trovato elle realtà (non solo nel vino) dove riescono a mantenere uno stato di eccellenza qualitativa ed offrire al cliente un’esperienza positiva. Penso che là dove lo Stato non arriva spetta al singolo imprenditori rimboccarsi le maniche, poi sono d’accordo che qualunque aiuto è ben accetto.

        Antonio Prinzo

        (31 luglio 2017 - 19:50)

        Caro Emanuele siamo d’accordo. Tante le realtà positive e quassù ne leggiamo e scriviamo molto spesso. Speriamo in un cambio di passo.

    Francesco Mondelli

    (31 luglio 2017 - 22:36)

    Mediocri di tutto il mondo vi siete uniti. E avete vinto
    Parla il filosofo canadese Alain Deneault, autore del longseller internazionale “La mediocrazia: “L’unico antidoto è il pensiero critico”Difficile da accettare ,ma è la cruda realtà.Leggere per credere.FM.

    Giancarlo

    (1 agosto 2017 - 06:54)

    io non discuto il prezzo, il dott. Moio è libero di farlo uscire come vuole, se è quello il valore che da al suo lavoro.
    mi domando, per curiosità, però come facciano i concorrenti a vendere i loro Taurasi mediamente a 30 euro.

    piero

    (2 agosto 2017 - 18:02)

    Concordo con il precedente intervento ,il dr Moio è libero di far uscire i suoi vini al prezzo che ritiene più giusto e, se li vende, ha ragione lui!
    Ma anche mi chiedo come sia possibile che gli altri Taurasi della zona siano sul mercato a prezzi infinitamente più bassi pur essendo ritenuti spesso sul suo stesso blog, di notevole e a volte inarrivabile valore.
    Personalmente in queste situazioni provo un senso di fastidio e non riesco a concordare con l’autore pur per questo non sentendomi assolutamente un meridionale ….antimeridionalista

    Michele Racioppi

    (3 agosto 2017 - 18:41)

    Il professore Moio non ha alcuna intenzione di entrare in concorrenza con gli altri produttori locali ( di qualcuno è anche consulente), ma i suoi competitors vanno ricercati nei grandissimi vini toscani, veneti, piemontesi. Il suo ragionamento è semplice: dimostrare che l’Irpinia con i suoi vitigni storici è in grado di competere qualitativamente e spuntare gli stessi prezzi dei grandi vini blasonati d’Italia, e visto il successo di critica e commerciale c’è riuscito in pieno. Attenzione, il progetto messo in atto dal professore Moio poteva nascere ovunque in Italia, perché non presso l’azienda del padre a Mondragone ad esempio, ma se ha voluto farlo in Irpinia è perché crede nel valore dei nostri vitigni e di questo noi Irpini dovremmo essergli grati, in primis quei produttori che lo criticano per i prezzi, non capendo che quei vini rafforzano il territorio, le nostre denominazioni e loro stessi. Per capire bene la portata del progetto Moio bisognerebbe andare in cantina, parlarci e vedere il lavoro maniacale di selezione e qualità messo in atto. Chi produce la Ferrari non si è mai preoccupato se la Mercedes costa di meno ed è più comoda. Un’ultima cosa, un po’ provocatoria: qualcuno ha mai pensato di confrontare i nostri ottimi Taurasi da 30 euro con il Terra d’Eclano , l’aglianico del professore che viaggia sullo stesso prezzo, in una degustazione rigorosamente alla cieca?

    Sergio Pappalardo

    (4 agosto 2017 - 15:07)

    fortunati di avere Luigi Moio e che abbia deciso di creare Quintodecimo, fa bene a tutto l’indotto vino Campano e a respingere l’antimeridionalismo, oltre che a tanta cattiva informazione. Ben vengano i suoi vini assolutamente impeccabili e dal valore che lui crede. Inoltre grazie dei suoi chiarimenti divulgativi (ultimo sui lieviti) anche se c’è chi ci specula (intravino) per il proprio ascolto e sempre a danno della ricerca e corretta informazione.

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