Best Italian Wine Award a Milano incorona il Valpolicella 2008 di Romano Dal Forno

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Best Italian Wine Award, un momento della premiazione

di Andrea Guolo

Nessuna sorpresa, ieri sera, al Best Italian Wine Award: i risultati erano già stati pubblicati venerdì dal Corriere della Sera, che è un po’ come se il Los Angeles Times se ne uscisse con i vincitori dell’Oscar prima della cerimonia al Dolby Theatre. Ha dunque vinto Romano dal Forno con il Valpolicella Superiore Monte Lodoletta 2008, precedendo in classifica l’Oreno 2011 di Tenuta Sette Ponti (del vignaiolo/calzaturiere Antonio Moretti) e il Fiorduva 2012 di Marisa Cuomo, primo vino del sud, uno dei due rappresentanti della Campania (l’altro è Mastroberardino con il Taurasi Riserva 2008 etichetta bianca, al 28° posto).

Gli acuti del vincitore, unico veneto in classifica (la notizia è che non ha vinto un Amarone, ma il Valpolicella che, a torto, ne viene considerato il cugino povero) e quello del terzo classificato, che ha reso la Costa d’Amalfi un gioiello dell’enologia italiana, distolgono l’attenzione da una realtà rivelata dalle cifre: la classifica dei 50 migliori vini d’Italia, secondo il premio ideato da Andrea Grignaffini e Luca Gardini, è una sorta di duopolio Piemonte/Toscana.

Addirittura, i due quinti dei vini che compaiono nella Top50 derivano da uve Nebbiolo e 13 sfoggiano la denominazione Barolo. “Sta diventando, strano a dirsi soltanto ora, uno dei grandi vitigni internazionali, disponibile a un prezzo peraltro ancora abbordabile se paragonato ai grandi rossi di Bordeaux o alle più prestigiose etichette californiane” osserva Daniele ‘Dr. Wine’ Cernilli, componente di una giuria formata da Gardini, Grignaffini, Tim Atkin, Raoul Salama, Christy Canterbury, Pier Bergonzi e l’effervescente Antonio Paolini in veste di presentatore della serata, di scena a Milano nell’auditorium della Fondazione Cariplo.

Annata straordinaria, il 2010, per il gioiello delle Langhe, che piazza due etichette nella top ten: il Cannubi Boschi di Luciano Sandrone al quarto e il Santo Stefano di Perno (Giuseppe Mascarello) al decimo. Più variegata la rappresentanza toscana, dove comunque spiccano Bolgheri e Montalcino.

La serata comincia in ritardo di 36 minuti, quelli che mi impediranno – l’ultimo treno per Bologna parte alle 20.15 – di assistere alla conclusione e di perdere, cosa ancor più grave, la Monograno Felicetti interpretata da Chicco Cerea, chef della serata. Nell’auditorium, per ingannare l’attesa, i più sfogliano la Gazzetta dello Sport, di cui il giurato Bergonzi è vicedirettore. Gardini si muove a proprio agio dando il “cinque” a vignaioli e giornalisti: è il suo ambiente. Andrea “Gnaffone” Grignaffini gli riconosce il merito di essersi caricato sulle spalle la responsabilità dell’iniziativa, ideata a Senigallia durante un pranzo che riteniamo esser stato memorabile. “Io faccio l’1 percento, Luca il restante 99” ammette il giornalista e critico gastronomico parmigiano. Si comincia con un messaggio scritto del ministro Martina, il cui ufficio stampa ne combina una di bella: nel testo si esprime l’apprezzamento per l’originalità di un premio che “ha riunito a Milano tanti giovani produttori per ricevere un così ambito riconoscimento”. Giovani… eccesso di Renzismo o fraintendimento? Livio Felluga e Biondi Santi non sono propriamente delle start-up. Tornando a bomba, tra una targa e l’altra, c’è da segnalare il commento di Salama, docente di Enologia a Bordeaux, sulla vittoria di un produttore veneto: “E’ la prima regione italiana per quantità di vino prodotto, evidentemente volumi e qualità talvolta vanno d’accordo. E sono contento che abbia vinto un Valpolicella, perché in Veneto forse si fa troppo Amarone e troppo poco Valpolicella”. La Canterbury esprime ammirazione per l’Hérzu 2012 di Ettore Germano, definendolo “uno dei miglior Resling al mondo”, al che prontamente Paolini si preoccupa delle eventuali rappresaglie tedesche. Vorrei potervi raccontare che tutto si è svolto senza intoppi fino alla fine, ma non posso assicurarlo: alle 19.40, quando Paolini ancora presentava il diciottesimo piazzato, me ne sono dovuto andare. Resterò sempre col dubbio sul vino servito come aperitivo e soprattutto con il rimpianto delle Pachè Matt con funghi porcini e salsiccia di Cerea, che fanno decisamente impallidire i miei fusilli al pomodoro cucinati alle dieci di sera a Bologna.

Cosa resterà di questa serata? L’idea, accattivante, di creare una classifica – a proposito, era la terza edizione: il vincitore di due anni fa, il Trebbiano d’Abruzzo di Valentini, stavolta si piazza ottavo e il primo del 2013, Poggio di Sotto, esce dalla top50 – e il progetto, diventato realtà, di esportare il Biwa come format di successo per promuovere il vino italiano. Gardini, palato straordinario, ha saputo creare una squadra di collaboratori capaci ed è indubbiamente uomo di marketing e pubbliche relazioni.

Il vino, nel panorama grigio della nostra economia, tiene duro e sa proporre qualità, ma ha bisogno di strumenti per comunicare con un pubblico nuovo e desideroso di conoscere il meglio di ciò che l’Italia sa fare.

Le classifiche, internet docet, sono un bel tormentone. Avanti così, viticoltori (e sponsor) ci credono.